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17 ottobre 2011

Storia della Borsa. Garibaldi e i Rothschild

La cupidigia è l’origine di ogni male, recita un antico apoftegma romano. La smania di ricchezza, talvolta, trascina l’uomo al di là della ragione, lungo sentieri infernali e roventi, dove tutto è il contrario di tutto.

Le ombre scagliate dalla crisi Leaman-Brothers del 2008 hanno rievocato l’antica leggenda nera del 1929. La leggenda del toro e dell’orso. La sua morale è che non bisogna mai tirare troppo la fune, se non la si vuol far spezzare. Nel gergo borsistico la fase del rialzo è quella del Toro; la fase del ribasso è quella dell’Orso.

Tuttavia, il tempo passa e la Borsa resta di moda. I nuovi fenomeni tecnologici, internet in primis, non ne hanno minimamente scalfito l’effige. Le tecniche mutano, divengono più sofisticate, ma la sostanza resta immutabile.

Due sono i protagonisti indiscussi del mondo della finanza: gli Insider e gli Outsider. I primi rappresentano il salotto buono degli iniziati; i secondi, il cosiddetto parco buoi, ovvero coloro che cercano di arricchirsi entrando in un gioco più grande di loro.

Secondo gli esperti, è proprio grazie alla brama incessante degli outsider che la Borsa si è sviluppata negli ultimi anni. Chi sono gli outsider? Siamo noi. Normali persone, famiglie e piccoli imprenditori che presi dalla smania di giocare, affidano i propri risparmi ad un pernicioso mercato finanziario.

Fin dai suoi esordi, la borsa ha assunto un ruolo sintomatico proiettando eterni ed eterei dilemmi sul genere umano. Nel primo medioevo, le leggi della finanza erano dettate dalla Borsa Lombarda. Complice l’impennata del mercato della lana, i finanziari italiani esportarono le loro idee in Gran Bretagna.

Con la nascita degli stati moderni, gli afflati borsistici spirarono nelle Fiandre. Infatti, le origini della borsa moderna, affondano le proprie radici nel lontano XVI secolo. L’Olanda, paese di Guglielmo d’Orange, divenne la sede del sistema economico finanziario.

Tuttavia, l’idea di borsa, tout court, trae vita dalla nascita della pecunia. Nel primordiale mercato agricolo, le pecore costituivano l’oggetto degli scambi. Non è un caso che la parola pecunia derivi da pecus, ossia pecora.

La finanza è logica conseguenza della velocità di circolazione delle merci. Quindi, è lapalissiano arguire l’esistenza di un legame ancestrale tra la Borsa, il mercato e il superamento delle frontiere internazionali. Le compagnie delle indie olandesi ed inglesi, diedero un forte contributo alla causa. A loro va il merito di aver creato l’embrionale sistema economico internazionale.

Maria Carmela Schisani, docente dell’Università Federico II di Napoli, è autrice di un importante libro: La Borsa di Napoli. Attraverso una minuziosa indagine storica, la Schisani è riuscita a dimostrare che i mercati finanziari sono lo specchio caustico del mondo. Una sorta di termometro in grado di reagire alle trasposizioni storiche.

Secondo la ricercatrice, già nel lontano XIX secolo era possibile scorgere questo legame indissolubile tra borsa e realtà. Un esempio su tutti: L’ascesa di Garibaldi e dei Mille.

Nel 1788, Ferdinando I di Borbone costituì a Napoli la prima Borsa Valori. Nacque così un legame con la Borsa di Parigi, la più importante dell’epoca. Nel 1860, anno della caduta di Francesco II, il ramo napoletano cominciò ad affievolirsi.

In quegli anni, come oggi del resto, la finanza era nelle mani di pochi fortunati. La famiglia Rothschild, in particolare, deteneva una grande ricchezza che spesso impiegava per finanziare gli antichi casati europei. I Rothschild erano e sono tuttora banchieri di origine ebrea-tedesca.

Secondo la Schisani, Carl Mayer von Rothschild sbarcò a Napoli con l’intento di creare una sorta di filiale italiana del loro Fondo monetario internazionale. Nacque così l’ideale di borsa partenopeo. Grazie al supporto strategico dei banchieri tedeschi, la Borsa di Napoli divenne una delle più importanti d’Europa.

Tuttavia, poco prima del 1848, anno dei moti rivoluzionari, i Rotschild decisero di ritornare in Germania. Per la finanza partenopea, ma non solo, fu un guaio.

Torniamo ai risvolti dello studio.

Lo scopo della Schisani è dimostrare l’esistenza di un principio di causa ed effetto tra realtà sociale e andamento borsistico. Il risultato è lampante.
Vediamo perché.

Prima dell’inizio della spedizione, il titolo del debito pubblico borbonico era ai suoi massimi storici: 120.08 ducati nel 1857, ossia in seguito ai fasti rivoluzionari del ’48.

Questi dati dimostravano che l’Europa era concorde nell’attribuire poca stabilità al Regno delle due Sicilie. Tuttavia, le cose cambiarono a partire dal 5 maggio del 1860, cioè con l’inizio della spedizione garibaldina. Man mano che i Mille avanzavano lungo la Penisola, il titolo del debito pubblico borbonico diminuiva. Dallo sbarco di Marsala alla battaglia di Calatifimi, il titolo perse circa 4,6 punti.

Nel frattempo, gli esperti di finanza europea confidavano sempre di più nella probabilità che Garibaldi riuscisse a sconfiggere l’esercito borbonico. Alla fine ebbero ragione. L’incontro di Teano tra Garibaldi e il Re Vittorio Emanuele II segnò l’istituzione del Gran Libro del Debito Pubblico.

Così il Regno s’impegnava ad onorare il pagamento dei debiti. Secondo la Schisani, la probabilità di vittoria dei Mille cresceva con il prosieguo della spedizione e il titolo diminuiva di pari passo con la speranza che il Regno Sabaudo s’assumesse l’onere di pagare il debito.

In definitiva, tutte le previsioni si rivelarono giuste. Per l’Italia unita fu l’inizio di una nuova e illuminata stagione.

Lo studio della Schisani dimostra, ancora una volta, la ciclicità della storia.
Il cinismo borsistico non è una novità dei giorni nostri, ma un linguaggio simbolico del passato.

Antonio Migliorino



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