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28 gennaio 2012

Il (nuovo) contrattacco in nome di Megaupload

Come tutti sappiamo, la scorsa settimana l’FBI ha chiuso il celebre sito di hosting Megaupload, portando in carcere alcune persone tra le quali lo stesso fondatore del sito, Kim Schmiz, in arte Kim Dotcom. All’uomo è stata per ben due volte negata la libertà su cauzione (da poco concessa invece a due soci dell’uomo, Bram van der Kolk e Finn Batato) e lo attende una probabile estradizione, oltre ad un processo per il quale rischia 50 anni di carcere.

Dopo la prima, plateale azione di protesta contro l’accaduto (cioè gli attacchi informatici del gruppo Anonymous contro siti governativi americani e simili) non si sono fermati i dibattiti, virtuali e non, relativi alla effettiva legittimità dell’azione dell’FBI: uno dei punti più discussi è quello che riguarda i file non protetti da copyright caricati, ai tempi, su Megaupload.

Come ben sa chi si è trovato ad usare tale genere di servizi, infatti, un grande vantaggio dei “file locker” consiste nella possibilità di archiviare i propri file e potervi accedere tramite dispositivi altri, oppure consentire ad un gruppo di lavoro di accedere agli stessi materiali messi in condivisione (il cosiddetto cloud computing, insomma): una fetta importante degli utenti di Megaupload ne faceva questo utilizzo, e con la chiusura del sito si è vista negare la possibilità di accedere ai materiali di sua proprietà precedentemente caricati, spesso foto, video e documenti personali.

Parte da qui l’idea, avanzata dal “partito pirata” catalano e subito sostenuta da altri gruppi omologhi a livello mondiale, di portare il Bureau in tribunale per avere «impedito l’accesso a milioni di archivi sia di privati che di organizzazioni, causando enormi danni d’immagine, economici e personali ad un gran numero di persone», ma soprattutto per l’appropriazione indebita di dati personali, in violazione degli articoli 197 e 198 del codice penale spagnolo.

«Per questo» continuano i promotori dell’iniziativa «chiediamo che ognuno diffonda l’invito a partecipare a questa iniziativa, dal momento che azioni come questa non possono e non devono essere perdonate», oltre ad ammonire che la proposta «non è altro che il primo passo che gli internauti metteranno in atto per difendersi dagli abusi promossi da chi vuole impedire l’accesso alla cultura per via di interessi economici».
Già online il modulo che gli interessati possono riempire per prendere parte all’azione.

Pasquale Parisi



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