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21 gennaio 2012

Industria cinese: una risorsa o una minaccia?

Immaginate di trovarvi in un piccolo paese di montagna, con poche case e qualche bottega qua e là per le cose necessarie: vestiti, attrezzi, cibo e qualche altro accessorio per la vita domestica. In condizioni normali le poche botteghe del posto hanno tutto il necessario per il benessere dei propri concittadini, salvo richieste che non possono essere soddisfatte dai produttori locali.

Ora immaginate che il piccolo paese di montagna sia invece il mondo intero, con abitanti di tutte le nazioni e di tutte le razze, ed immaginate che le botteghe che li riforniscono si trovino in Cina. Assurdo? No. Con le dovute proporzioni è ciò che accade ogni giorno, perché nessun altro paese al mondo può vantare una simile varietà e quantità di produzione di prodotti finiti e non. Se qualcosa di ciò che state usando mentre leggete queste righe non è stato prodotto in Cina, ecco almeno in parte lo è. Si tratti di una semplice vite o di un bottone in plastica, tutto o quasi passa dall’oriente.

Made in Italy? Forse le idee sono italiane, ma gran parte di ciò che usiamo con l’Italia ha poco a che fare, e lo stesso si dica per gli altri paesi. Un esempio? Il signor Pinco Pallino produce abiti a Milano, dunque sfoggia con orgoglio la sigla Made in Italy. In effetti i suoi abiti vengono confezionati a Milano, ma i tessuti già tagliati e pronti per la cucitura sono stati prodotti interamente in Cina, a basso prezzo e senza alcun rispetto per la dignità del lavoratore.

Questo accade per gli abiti così come per tanti altri prodotti di consumo che in questo stesso momento stiamo utilizzando. I pc più costosi? Cina! Le console e gli accessori? Cina! Il telefonino e la macchina fotografica? Cina! Eppure tutti recano i nomi di marchi di paesi esteri, famosi e soprattutto costosi.
Il paradosso è tutto qui. Come sapete un operaio cinese lavora tanto ed a bassissimo costo, lo stesso accade anche in altri paesi in via di sviluppo soprattutto in oriente e Sudamerica. Ora immaginiamo di voler pagare il suo lavoro, come sarebbe giusto e sacrosanto, offrendogli tutti i diritti che gli spettano. Risultato? Gran parte di ciò che possediamo non sarebbe più alla nostra portata. Perché? Perché il prezzo sarebbe decisamente più alto e le major avrebbero margini molto più bassi per i loro giusti (?) guadagni.

Prendiamo uno dei tablet più in vista del momento: costo circa seicento euro ed oltre. Ecco escludendo le fasi intermedie e quindi i vari distributori fino a raggiungere il negoziante sotto casa, il prezzo di produzione si aggira intorno alla metà. Dunque con un valore di trecento euro in apparecchiatura, al consumatore ne vengono chiesti seicento e passa. Offrire al lavoratore cinese diritti e condizioni di lavoro adeguate farebbe lievitare abbondantemente il costo di produzione, rosicchiando i margini ai produttori che pur di mantenere il loro guadagno offrirebbero al mercato prezzi difficilmente accessibili. L’unica alternativa sarebbe rinunciare ai loro margini. Impossibile.

Per il mercato del lavoro la Cina è un nemico, un concorrente sleale e difficile da controllare. Non stiamo a parlare di etica perché ognuno ha la propria, ma di certo con fabbriche a basso costo nessun imprenditore si azzarderebbe a spostare la produzione in occidente, tranne che per prodotti selezionatissimi e di alto valore artigianale.

Per i consumatori la Cina è un paradiso, perché offre qualsiasi cosa a prezzi vantaggiosi, seppur la qualità difetti nella maggior parte dei casi.
Ah, prima di chiudere vorrei condividere una simpatica esperienza a riguardo: qualche giorno fa guardando un documentario, ho visto che i Masai, il leggendario popolo vestito di rosso che vive in Tanzania e Kenya, hanno cominciato ad adottare piccole abitudini occidentali. Uno di loro indossava un orologio in finto oro, indovinate dove era stato prodotto…

Rosario Santitoro



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