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venerdì, 25 luglio 2014
23 febbraio 2012
 

Fare figli

L’attaccamento è una relazione sociale adeguata, che si manifesta in diverse forme lungo lo scorrere dell’intera esistenza, anche se si origina con le prima figure di accudimento che il bambino incontra. In altre parole, grazie a questo tipo di relazione il bambino comprende che non è solo al mondo e che questa non solitudine dipende dal rapporto che si stabilisce fra lui e chi se ne prende cura.

John Bowlby (2000, Attaccamento e perdita, vol. III, La perdita della madre, Bollati Boringhieri Edizioni, Torino) formula negli anni Settanta la prima teoria sulla funzione dell’attaccamento durante lo sviluppo del bambino, centrandola sul legame del bambino piccolo con la madre, oppure un suo significativo sostituto, grazie al quale viene garantita la sopravvivenza fisica e psichica dell’individuo.

Infatti, con legame di attaccamento si intende la creazione, durante l’ontogenesi, di un rapporto stabile e duraturo, legame che viene riservato solo a pochissimi individui, verso i quali il bambino è portato a sviluppare un bisogno di contatto e prossimità nei momenti di bisogno.

La caratteristica fondamentale dell’attaccamento è il suo essere rivolto alla ricerca di sicurezza e conforto. La sua selezione, rispetto ad altre qualità affettive, pone questo legame come il precursore delle successive relazioni sociali, nelle quali ovviamente si attivano anche altri sistemi motivazionali.

Secondo tale teoria, ogni essere umano nasce con la predisposizione innata a cercare attorno a sé, una volta uscito dall’utero materno, la vicinanza e la protezione di alcune figure di riferimento specifiche, dando vita ad un vero e proprio sistema di attaccamento. Questa predisposizione giunge così a regolare varie forme di comportamenti finalizzati al raggiungimento degli scopi – prossimità e contatto – con le figure di accudimento.

Ecco perché il bambino sviluppa precocemente e con una certa competenza, atteggiamenti definibili dinamici e che coinvolgono la percezione del raggiungimento di questi scopi con altri comportamenti ad essi correlati, come l’esplorazione e la paura/diffidenza.

La confidenza che durante lo sviluppo infantile si acquista con questi due sistemi di relazione – l’attaccamento e l’attenzione/paura verso l’esplorazione – andrà strutturandosi in futuro per selezionare quale comportamento sia più utile adottare in certe situazioni rispetto ad altre. Per esempio, di fronte ad una situazione di eccessiva incertezza per la propria riuscita, potrà essere molto più produttivo sapere in quale modo sia possibile chiedere aiuto a qualcuno, piuttosto che lasciare a metà un compito percepito impossibile se svolto individualmente. In effetti, si impara a chiedere aiuto alle persone, specialmente quando si è in grado di capire quali sono i sintomi di fiducia che esse esprimono.

Durante le prime otto-dodici settimane di vita, il neonato non ha ancora chiaramente scelto la figura di attaccamento primario, mentre questo accade nel periodo immediatamente successivo, tra i 3 e i 6 mesi, per raggiungere tra i 6 ed i 9 mesi un vero e proprio consolidamento con la figura di riferimento affettivo. Non è un caso, infatti, che durante il 6° mese compaia quello che si definisce periodo dell’angoscia di separazione e paura dell’estraneo, due comportamenti che evidenziano la presenza di una relazione di attaccamento ben focalizzata su persone precise.

Il sistema relazionale affettivo che viene a crearsi durante le fasi in cui questo attaccamento si esplica è predittivo del comportamento che il bambino, una volta adulto, potrà assumere nella vita, specialmente rispetto ai sentimenti di sicurezza di sé, anticipazione mentale degli eventi futuri e i comportamenti più idonei da adottare per il raggiungimento di uno scopo.

L’esperienza di attaccamento che ognuno di noi fa durante questo periodo della vita infantile, viene in effetti interiorizzata, ossia fatta propria, a tal punto da costituire ciò che di definisce MOI, ossia Modello Operativo Interno, che è una rappresentazione di regole che guidano il comportamento verso gli affetti in generale, la cognizione e la memoria delle esperienza affettive.

La mancanza di una reale e concreta circolazione di atteggiamenti solidali, empatici ed affettivamente significativi, può dipendere, in questa era così straordinaria, nel bene e nel male, dall’assenza nei nostri giovani genitori e nei nostri giovani figli di MOI, ossia di esperienza primigenie di affetto sicuro ed ineludibile.

Cerchiamo dunque di pensare e ricordare a noi stessi che fare dei figli significa compromettersi affettivamentecon una vita dalla quale dipendela vita di tutti noi.

Alessandro Bertirotti

 

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