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giovedì, 18 settembre 2014
12 febbraio 2012
 

Farmaci ottenuti da cellule staminali embrionali: l’Europa dice NO!

Brevetto vietato ai medicinali ricavati dalle cellule staminali embrionali con procedure che provocano la distruzione dell’embrione. Si è espressa, così, la Corte di giustizia dell’Unione Europea, il 18 ottobre 2011(sent. 18/10/2011, proc. C-34/10) riguardo l’accusa mossa da Greenpeace contro la validità del brevetto depositato nel 1997 dal ricercatore dell’Università degli Studi di Bonn in Germania, Oliver Brüstle.

Nel dettaglio, lo studioso aveva richiesto la brevettabilità di cellule progenitrici neurali isolate e depurate, della loro utilizzazione per il trattamento di anomalie neurali e dei procedimenti per la produzione delle stesse a partire da cellule staminali embrionali. Per poter correggere anomalie presenti in patologie neurodegenerative, come il Parkinson, è necessario impiantare cellule ancora in grado di evolvere. Questo tipo di cellule esiste sostanzialmente soltanto durante la fase di sviluppo del cervello, nell’ovulo fecondato allo stadio di blastocisti.

Il ricorso ai tessuti cerebrali di embrioni umani ha posto importanti problemi etici sollevando anche forti dubbi riguardo il fabbisogno di cellule progenitrici necessarie per rendere accessibile al pubblico la cura mediante terapia cellulare.

Il gruppo attivista ambientale, ha basato la sua istanza sull’articolo 6 della Direttiva 98/44/CE nel quale vengono escluse dalla brevettabilità, le invenzioni il cui sfruttamento commerciale è contrario all’ordine pubblico o al buon costume e in particolare le utilizzazioni di “embrioni umani” a fini industriali o commerciali. La Corte di giustizia europea  è stata chiamata, per tanto, a fornire un’ esplicitazione riguardo l’interpretazione della nozione di “embrione umano”, in particolare, se fosse in essa compresa anche la concezione di ovulo fecondato allo stadio di blastocisti.

Nel provvedimento giurisdizionale preso dalla stessa il 18 ottobre, viene definitivamente chiarito che alla nozione va attribuita una connotazione ampia e che comprende : qualunque ovulo umano fin dalla fecondazione, qualunque ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e qualunque ovulo umano non fecondato che, attraverso partenogenesi, sia stato indotto a dividersi e a svilupparsi.

Non potrà essere accettato, quindi,  il brevetto di un’invenzione, qualora essa preveda la distruzione di embrioni umani, o la loro utilizzazione come materiale di partenza, indipendentemente dallo stadio in cui esse hanno luogo. Il divieto di brevettabilità comprende anche l’uso degli embrioni umani a fini di ricerca scientifica e viene specificato che  può essere oggetto di brevetto solo l’utilizzazione per finalità terapeutiche o diagnostiche che si applichi, e sia utile, all’embrione umano.

Questo il verdetto, che ha diviso la comunità scientifica. Motivo per cui la decisione ha causato scalpore è che essa provoca diverse contraddizioni all’intero delle  politiche comunitarie “La decisione è strana perché la Commissione europea ci consente di fare ricerca innovativa sulle linee cellulari staminali embrionali fornendo i fondi atti a sostenere tali ricerche, ma a fronte del provvedimento preso, molti di questi lavori non avranno più valore “,  questo è ciò che ha affermato Catherine Verfaille, direttore del Stem Cell Institute presso l’Università Cattolica di Leuven, Belgio.

Secondo Julian Hitchcock,  specialista in medicina rigenerativa al campo Fisher Waterhouse,  di Londra,  questa decisione è legalmente ed eticamente sbagliata: “La decisione rappresenta una pericolosa estensione del legale concetto di dignità umana presente nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Dando alla blastocisti (da cui si ottengono le cellule pluripotenti )gli stessi diritti propri degli umani esseri umani, la dignità dei pazienti viene seriamente danneggiata. Perché? perchè il meccanismo attraverso cui i nuovi trattamenti vengono sviluppati viene impedito.”

E l’Italia cosa ne  pensa ? Le opinioni sono  divise e discordanti.

Secondo Carlo Alberto Redi, genetista dell’università di Pavia, “ci sono due errori fondamentali in questa visione,  innanzitutto l’embrione ottenuto per trasferimento nucleare non ha nessuna possibilità di svilupparsi, inoltre in tutta Europa ci sono embrioni congelati destinati ad essere distrutti, e neanche l’etica cattolica può essere d’accordo nel preferire che vengano gettati piuttosto che usati per la ricerca“.

Di diverso parere è  Bruno Dallapiccola, genetista e direttore scientifico dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma il quale ritiene che la sentenza  della Corte europea sugli embrioni è “una decisione di buon senso“e dichiara “Non mi aspettavo che la Ue abbracciasse la tesi che in Italia sosteniamo da tempo . Ci sono evidenze scientifiche che nel momento in cui l’ovulo incontra lo spermatozoo iniziano già delle modifiche chimiche che danno inizio alla vita, e quindi l’embrione fin da subito deve essere considerato come una vita umana. Inoltre non si può brevettare una cosa che ha creato la natura”.

In disaccordo, con Dallapiccola,  Elena Cattaneo, esperta di staminali neuronali dell’Università degli Studi di Milano,che giudica “devastante” la sentenza della corte UE e aggiunge “oltre a cancellare la richiesta di brevetto del ricercatore tedesco, ne annulla in un colpo solo altre 200 in attesa di giudizio, soprattutto da parte di ricercatori inglesi e svedesi”.In accordo con le dichiarazioni di Redi afferma “Temo una forte battuta d’arresto nel campo degli studi sulle staminali. La sentenza non fa altro che uccidere la competitività della ricerca europea. Magari arriveremo comunque a sviluppare farmaci dalle staminali, ma con molto ritardo e spendendo molto di più perché dovremmo importarli dall’estero, magari dall’Asia o dagli Stati Uniti. E bisognerà spiegare alla gente, ai malati, perché ci abbiamo messo così tanto tempo”

Compiaciuto invece il direttore campagne Greenpeace Alessandro Giannì, che asserisce «La vita umana non si può brevettare e la Corte di giustizia della Ue ha dato ragione a questo principio».

 

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