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7 marzo 2012

ARTE ESOTERICA

Arte simbolica:

BOTTICELLI – “La primavera”

Il Vasari scrisse nel 1550 che in un quadro di Sandro Botticelli(1445 – 1510); si vede “venere che la fioriscono, dirottando “La primavera”, il dipinto in questione ha preso il titolo de “La primavera”, ed è stato considerato un allegoria di questa stagione. Fin dalla fine del secolo scorso, una tale interpretazione è parsa inadeguata a spiegare un dipinto dalla composizione così complessa ed enigmatica. Molti critici si sono affaticati nel tentativo di fornire chiavi di lettura più convincenti, cercando di collegare i vari personaggi che compaiono nel quadro al contesto culturale e umanistico che lo vide nascere, attribuendo a ciascuno di essi un particolare significato allegorico. Alcuni studiosi hanno anche avanzato l’ipotesi che il dipinto fosse la sintesi visiva di qualche opera letteraria particolarmente apprezzata dagli intellettuali che gravitano attorno alla famiglia Medici, per la quale fosse stato realizzato. Su questa linea, l’ultima ipotesi avanzata recentemente è che il quadro sia ispirato al “De nuptiis Mercuri et Philologiae” (le nozze di Mercurio e filologia), di Marziano Capella (IV – V sec.) un antico manuale ancora letto nella Firenze del ‘400. Basandoci su questo testo la tavola del Botticelli sembra fissare il momento in cui Mercurio si avvicina ad Apollo perché lo consigli nella scelta della sposa come risposta, la luce che scende a illuminare la presunta, rivela una piccola processione dove, accanto alle Grazie si trova Filologia, preceduta da un “Amorino” nell’atto di scagliare la sua freccia. Permangono comunque alcune perplessità sull’esatta identificazione di alcune delle nove figure che compongono il dipinto. Ma una cosa è certa: “La primavera” come tema dell’opera non c’entra proprio niente!

BRUGEL e BOSCH – “proverbi fiamminghi”

C’è un quadro di Pieter Bruegel “Il vecchio” (1530 – 1569), intitolato “Proverbi fiamminghi” che non ha equivalenti nella pittura, l’opera risalente al 1559, è ispirata alle raccolte di proverbi, massime e detti popolari allora di gran moda e che ben illustrano come l’uomo viva perennemente in un precario equilibrio tra saggezza e follia.

L’originalità di Bruegel consiste nell’aver saputo narrare tutto ciò in un unico dipinto, in decine di scene che si intrecciano fra di loro, centodiciotto di questi singolari modi di dire: “come battere la testa contro il muro”“tirarla per le lunghe” e “prendere per il naso” sono sono molto simili ai nostri, mentre altri proverbi come “come mettere il manto azzurro sulle spalle del marito” – equivale al nostro “far le corna”, invece “cercare la scure più piccola”, corrisponde al nostro “cercare un pretesto” se ne discosta al punto tale che per comprenderli, si ha bisogno di una spiegazione.

BRUGEL e BOSH

Molte di queste espressioni legate alla saggezza della gente del popolo evidenziano come i comportamenti umani siano ambivalenti e contraddittori: Basti pensare a chi “si confessa aldiavolo” (rivelando così i segreti al nemico), o “ha scoccato tutte le frecce” (rimanendone senza in caso di bisogno), o “nuota controcorrente” (facendo fatica e con scarso vantaggio), ecc …. per questo il dipinto viene indicato a volte come “il mondo alla rovescia”. Brugel ha illustrato detti popolari anche in altre sue opere, tra le quali merita di essere menzionato un disegno del 1577, intitolato “i pesci grandi mangiano quelli piccoli”, in cui alcuni uomini sventrano trote e salmoni dai quali fuoriescono altri pesci di dimensioni inferiori. Nel medesimo anno, esce ad Anversa, un incisione che riproduce la stessa scena, portando però la firma di Hieronymus Bosch – (1450 –1516), come si spiega questo errore di attribuzione?

Qualcosa di analogo è accaduto per la produzione grafica di Bruegel che pur portando la firma dell’autore, si ispira fortemente ai soggetti di Bosh, allora molto apprezzati dalle committenze. Resta un alone di mistero sull’ispirazione di due grandi artisti che sembra quasi che vadano a mescolare le loro opere come carte da gioco giocando con l’arte e la loro interpretazione.

CECCHINO SALVIATI – “L’amante furtiva”

A palazzo Sacchetti in Roma, è conservato un affresco di Salviati (nome d’arte di Francesco deRossi, 1510-1563), realizzato fra il 1552-1554, che non ha nulla di arcano a parte il titolo, “Betsabea che si reca da Davide” evidenziato chiaramente nel soggetto. Bizzarro e originale è invece il modo in cui l’artista ha sviluppato il tema dell’amante che raggiunge l’amato su di una torre intorno al quale avvolge una scalinata a spirale. Sulla destra, in primo piano notiamo Betsabea di spalle alla base della gradinata spiraliforme. La medesima figura femminile appare di frontale a metà circa della gradinata, e nuovamente la vediamo di scena sulla sommità della scala, infine nella penombra all’interno della torre stessa, visibile attraverso la balconata ha luogo l’incontro amoroso tra Davide e Betsabea.

Salviati, anziché sintetizzare gli eventi dell’incontro in un unico momento, li diluisce in quattro fasi in successione all’interno della stessa scena dal basso verso l’alto. In tal modo è riuscito a comunicare all’osservatore l’idea dell’azione che si svolge nel tempo, caricando di dinamismo il corpo della figura femminile nel suo movimento tra le spirali della scala.

Arte visionaria:

M.C. Escher

L’olandese Maurits Cornelis Escher (1898 – 1972), ha trascorso la sua esistenza in una sua ossessiva ricerca intorno ad alcune idee innovative per il periodo storico in cui ha vissuto.

La sua opera grafica consiste in una serie di stampe, che hanno per soggetto paesaggi mediterranei e dell’Italia del sud, (quasi tutte queste opere furono realizzate prima del 1937) e di altre 70 stampe successive, ispirate a motivi matematici e geometrici. Fra gli oggetti del suo studio c’erano la divisione regolare del piano in immagini simmetriche; la compenetrazione di mondi diversi e paralleli. La metamorfosi di esseri umani, animali e vegetali, da figure geometriche a forme irriconoscibili; la rappresentazione dello spazio tridimensionale su di una superficie piana.

L’approfondimento di questa ultima idea ha permesso a Escher (che precedentemente aveva sempre applicato le leggi prospettiche rinascimentali), di scoprire la possibilità di costruire sulla superficie piana di un foglio oggetti e punti di vista perfettamente coerenti, ma che non possono esistere nelle tre dimensioni, e quindi nella nostra percezione naturale, ma in altre dimensioni o realtà parallele alla nostre.

Dietro ogni opere dell’artista si nasconde uno studio molto complesso che buona parte dei critici d’arte non sono mai riusciti a comprendere pienamente a fondo (ciò ha dimostrato come è limitante la critica dell’arte attraverso la presunzione del saper giudicare), lasciando ai matematici e agli scienziati i dovuti approfondimenti sulla sua genialità.

Pur essendo frutto di rigorose procedure matematiche, le sue stampe riescono ad affascinare l’osservatore sprofondandolo in un universo magico, come una vera e propria finestra aperta su nuovi mondi lontani anni luce dalla nostra percezione terrena.

Gli universi fantastici di Escher sono pura fantasia o esistono realmente in altre dimensioni?

Hieronimus Bosch – “Trittici delle delizie e delle tentazioni”

Bosch è uno dei pittori più strabilianti mai esistiti. Con la sua inesauribile visionarietà di cui ne ha dato prova nei suoi dipinti (anche attraverso i titoli), è disarmante nei riguardi di chi osserva una sua opera e pone enormi difficoltà interpretative.

Nonostante le innumerevoli ipotesi avanzate da molti critici, nessuna di esse risulta totalmente convincente riguardo la figura di Bosch, rimasta fino ad oggi un enigma insoluto. Ciò che più meraviglia è il fatto che molti suoi dipinti siano ispirati su temi religiosi o ad arricchire le pareti delle chiese o gli altari. I suoi dipinti contengono immagini aberranti, allucinanti e demoniache da far pensare ad una esplicita inclinazione anticonformista del maestro fiammingo. Da molti studi è

Hieronimus Bosch

avanzata l’ipotesi che l’artista facesse parte di una setta eretica, e che le sue opere debbano essere lette in questa chiave. Ma un sospetto del genere non è mai stato avanzato dai contemporanei dell’artista che al contrario godevano di enorme stima e rispetto verso una persona facente parte di una confraternita religiosa.

Sicuramente l’opera di Bosch riflette l’universo interiore di un uomo colto e perfettamente conoscente delle teorie alchemiche e delle dottrine mistiche ed eretiche che facevano parte della cultura dell’epoca. Del resto l’alchimia non si riduceva ad un sistema a buon mercato per fabbricare oro, ma anziché a sedurre gli intellettuali dell’epoca, il passaggio di metalli vivi a metalli nobili come allegoria di un passaggio dall’ignoranza alla verità.

Numerosi dettagli delle opere di Bosch, come il “Trittico delle delizie (1503 – 1504)” conservato al Museo del Prado di Madrid e “il trittico delle tentazioni (1505 – 1504)” conservato al MuseoNazionale dell’arte antica di Lisbona si rifanno ad una simbologia alchemica e ad altre dottrine occultiste e mistiche del XV sec. Ma questo comunque non spiega tutta la complessità dei quadri dell’artista, in cui si mescolano in modo inestricabile vizi e virtù, spirito e materia, realismo e fantasia. Probabilmente le opere visionarie di Bosch piacevano ai suoi contemporanei perché mostravano aspetti crudi e realistici del suo periodo storico, aspetti paradisiaci e allo stesso tempo infernali di un aldilà che a stento riuscivano ad immaginare.

Arcimboldi – “Le teste composte”

I’artista nel corso della sua vita ha prodotto una catena di esseri impossibili attraverso le sue pitture: innesti mostruosi, demoni spaventosi, draghi, ecc…

Questa ossessione per tutto ciò che è mostruoso, rivela il terrore e le angosce dell’epoca nei riguardi delle deformità e di tutto ciò che era diverso (che rappresentava il male) tra i maggiori interpreti anche Bosch e Brugel.

Ma nel medioevo c’era un rapporto diverso nei confronti delle conoscenze scientifiche, e si riteneva che esistessero realmente mondi esotici e lontani come L’Africa orientale ad esempio di cui se ne sapeva poco o niente. Alcuni esempi di animali o vegetali appartenenti a questi mondi fantastici li ritroviamo nei bestiari medievali, sono innumerevoli e vanno da animali di immaginazione ad animali deformati o del tutto inesistenti a volte anche innestati con combinazioni di membra umane, animali o anche vegetali incrociati con minerali, e molto altro.

Nel rinascimento tutto ciò esule dalla normalità, non viene più osservato come espressione demoniaca ma come manifestazione straordinaria della natura che ci circonda.

Arcimboldi

In questo clima culturale si va ad innestare Giuseppe Arcimboldi (1527 – 1593) realizzando le sue “Teste composte”, ovvero teste umane costruite (attraverso un processo di assemblaggio costituito da elementi di provenienza diversa). Di conseguenza la “Testa del bibliotecario (1556)”, è costruita con dei libri (che ridotto ad un ammasso di volumi oggi chiameremo deformazione professionale), e quella “Dell’ortolano (1590)”, con carote, cipolle, teste d’aglio e finocchi. Dei quattro elementi della natura invece vengono utilizzati degli oggetti in qualche modo collegati al tema trattato.

L’Arcimboldi non è mai stato l’inventore di tutto ciò, ma certamente ha saputo sviluppare abilmente la tematica attraverso le sue idee innovative.

Le sue teste sono fantasiose, ma mai inquietanti, in alcune si avverte finanche un gusto di tipo caricaturale, e altre ancora costituiscono un omaggio a sua maestà Asburgica di cui si celebra il dominio sulle stagioni e sugli elementi naturali.

G.B. Piranesi

Invenzioni Capricciose” sono una serie di acquaforte tra le più celebri realizzate dall’architetto ed artista veneziano. Le prime tavole furono realizzate a Venezia per poi terminare il lavoro a Roma negli anni successivi, con un segno rinnovato rispetto ai lavori precedenti. L’artista esalta la fluidità, la ricchezza dei segni incrociati, spezzati, ondeggianti ed arabeschi.

Ciò che notiamo è il forte legame tra “Le invenzioni delle carceri” e l’immaginario fortemente scenografico attraverso le tecniche illusionistiche del ‘700. Le fughe prospettiche, le scale sospese nel vuoto che non portano in nessun luogo, le possenti mura incombenti e perpendicolari, i ponti che vanno a moltiplicarsi in un atmosfera ossessiva ed allucinante reggono in modo eccellente lo stile nelle regole architettoniche sperimentate dal maestro. Nel contesto illustrativo affiora l’arsenale veneziano in sinistre atmosfere di cordoni pendenti, pulegge, catene e massicci anelli di ferro fissati nelle possenti mura. La realizzazione dei “Capricci” conserva un ambiguo equilibrio tra antichità e surrealismi modernistici. Il tema ossessivo che tende ad insistere attraverso le mura ciclopiche, scandisce il tempo attraverso surreali scenari architettonici nella visionarietà dell’artista dando una forte impronta illuministica.

Le Carceri” nel corso del tempo hanno alimentato notevolmente l’immaginazione e le interpretazioni di molti architetti, studiosi d’arte e letterati come Walpoe nella sua pubblicazione “Il castello di Otranto”.

Ci viene di ipotizzare in che modo l’artista abbia avuto modo di ispirarsi, immaginando un suo ipotetico viaggio in un universo parallelo da poter comprendere tale precisione nella sua ricerca grafica, un alone di mistero ci separa attraverso i secoli da Piranesi.

L’esoterismo nell’arte



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