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21 marzo 2012

Bocciatori seriali: inchiesta disciplinare aperta dalla Garante dell’Alma Mater

Il prototipo di “bocciatore seriale” risponde al profilo dell’insegnante universitario che per la propria personalità volubile, umorale, tracotante e narcisista ostacola il superamento della materia che gli compete, non limitandosi a rilevare la preparazione scarsa ed inadeguata del candidato o della candidata ed indicando loro le strategie di recupero, ma, al contrario, infierendo con umiliazioni verbali pubbliche e intimidendo con la minaccia di bocciature e salti d’appello plurimi. Questo è il tipico esempio dell’abuso del potere di firma del libretto, perpetrato da chi non svolge la professione di insegnante assumendo la responsabilità della cura e della crescita dgli studenti, ma come simbolo di successo e di autorità che degenera, appunto, in autoritarismi e vessazioni.

Insomma, i classici casi disperati che gridano a qualcun altro, con rancore e spregio, “le sue braccia sono state strappate all’agricoltura”, parlando, in realtà, di sé.

Sembrano barzellette o brutti episodi di violenza gratuita, invece non sono situazioni così sporadiche ed isolate. I reclami sono tanti, anche all’UniBo, ma, come accade in ogni sistema gerarchico, si mette spesso in dubbio la parola di chi lamenta ingiustizie, poiché è più facile tacciare gli studenti di lassismo che prestigiosi e potenti “luminari” di ostruzionismo. In Italia poi, tra baroni e tromboni, tutto è sempre talmente ipocrita che viene voglia di scappare senza rovinarsi la vita con gli eterni soprusi impuniti. Del resto, come ognuno si sarà sentito ripetere, addirittura in famiglia o dagli amici più cari “così va il mondo, succede a tutti, non ci pensare e non metterti contro il sistema, basta che studi”.

Triste consiglio, ed inefficace per giunta, dato che a volte la preparazione effettiva non conta, anzi, di frequente l’ansia da prestazione può creare suggestioni autoinibenti o peggio, la disavventura può trasformarsi in una forma di mobbing insidioso: non è nuova la storia del professore che prende di mira un allievo-capro espiatorio dando inizio ad una dipendenza vittima-carnefice che può rovinare la carriera accademica e la salute della giovane leva.

Come correre ai ripari? Non tacere, ma presentare un reclamo all’organo di vigilanza d’ateneo, garante disciplinare affinché si possa provvedere ad accertare la faccenda e richiamare all’ordine il rabbioso mentore. “Aprire un procedimento disciplinare? Di solito è sufficiente un richiamo ai professori da parte del preside di facoltà. Il punto è come viene trattato lo studente. Un conto è dire ‘lei ha una preparazione è insufficiente’, altro è dire ‘vai a zappare la terra’”, ha dichiarato il prorettore agli studenti Roberto Nicoletti.

Eppure, non si tratta solo di questo: salta all’occhio come gli strumenti per tutearsi siano del tutto carenti : non solo i professori in questione potrebbero ancora più aspramente rivalersi contro chi li ha denunciati, ma per di più lo stigma di chi ha avuto il coraggio di lamentare diventerebbe ulteriore motivo di sofferenza.

Quanto paventato non è solo un’ipotesi astratta, ma è quanto accaduto ad una studentessa dell’Alma Mater che, dopo essersi rivolta alle autorità accademiche e al garante per segnalare che dopo otto volte non era riuscita a superare un esame da pochi crediti, si è sentita dire all’esame che “per essere promossa avrebbe dovuto meritare un trenta”, visto che aveva denunciato il suo caso. Infierendo con inopportunità, il preside della facoltà di medicina, Sergio Stefoni, per difendere i propri docenti, ha commentato la successiva promozione della ragazza che ha, finalmente, sostenuto la prova davanti ad un’altra commissione, con queste parole: “Evidentemente alla nona volta avrà studiato”.

Tutto cambia però, quando ad essere titolare dell’ufficio di Garante d’Ateneo, è una persona rigorosa come la dottoressa Paola Palazzo, già magistrato alla Procura dei minori, e che all’Alma Mater ha il compito di garantire “l’imparzialità, la tempestività e la correttezza dell’attività dell’Università. Insomma, è a lei che studenti, personale e docenti si rivolgono per segnalare ingiustizie e disfunzioni vere o presunte” si legge sul rotocalco d’ateneo (v. UniboMagazine on line del 16.03.12)

Nel rapporto 2011 firmato il 31 gennaio 2012 fa, Paola Palazzo stila un rapporto dettagliato ed analatico sulle prassi e le dinamiche più ricorrenti su cui investigare e da riformare: 181 fascicoli, di cui di cui 156 relativi a studenti e laureati, sono presi in esame nella relazione, tra cui, la maggior parte riguardano comportamenti tirannici, facendo riferimento, ad esempio, alla scena di un professore di una facoltà umanistica che ha strappato il compito ad un allievo, accusandolo di aver violato le regole.

Per certe reazioni eccessive non si trovano scusanti, critica la dottoressa Paola Palazzo, “come quella di strappare il compito a uno studente sospettato di aver violato una disposizione data. La giustificazione di averlo fatto per poter distinguere l’elaborato da quello dei rimanenti allievi non appare molto convincente, data l’esistenza di altri possibili e meno drammatici sistemi di individuazione

Resta il fatto che si stanno ammettendo diffuse e costanti disfunzioni come cambiamenti frequenti dei criteri di valutazione; uso di espressioni umilianti rivolti al discente; tendenza a sottolineare la posizione subalterna degli studenti e atteggiamenti sconvenienti ed allarmanti, come “il chiamare i colleghi dell’esaminato, presenti, a confermare il giudizio negativo espresso all’esame

Ancora, è stata messa in evidenza la logica kafkiana del regolamento d’ateneo: in primis, il divieto di iscriversi ai corsi magistrali dopo dicembre, pena il raddoppio delle tasse da pagare, o peggio, come ciò che è successo ad una laureata di vecchio ordinamento: dopo essersi iscritta ad un corso di laurea magistrale, avendo avuto assicurazione da docenti e personale delle segreterie che le sarebbero stati riconosciuti gli esami già sostenuti in passato, ha scoperto che così non era.

Soprattutto risulta machiavellico il calendario delle date d’appello che vengono fissate dopo i termini ultimi per il deposito della documentazione di laurea: “All’ufficio della Garante d’Ateneo è arrivato il caso di una ragazza che, dovendo dare gli ultimi quattro esami, tutti con appelli oltre la scadenza utile per laurearsi, è riuscita a «fare due esami a ricevimento». In questo episodio, Palazzo sottolinea «due situazioni anomale. Fissare appelli dopo la scadenza del termine significa costringere molti studenti, ai quali magari manca un solo esame, a pagare le quote di contribuzione per un ulteriore anno accademico». D’altro canto, sostenere gli esami nello studio del professore, durante l’orario di ricevimento, «trascura l’esigenza della pubblicità degli esami e della collegialità della valutazione».” (cit. Il Corriere on line del 16.03.12)

Di più, sono troppe le differenze nei regolamenti delle diverse facoltà, tanto che Paola Palazzo scrive: “ciò che massimamente infastidisce gli studenti (a mio avviso a ragione) e li disorienta è la diversa regolamentazione di materie di interesse comune che esiste tra le varie Facoltà. La compilazione dei piani di studio, ad esempio, in alcune Facoltà si può depositare la fotocopia del libretto invece dell’originale, oppure sono ammesse proroghe.

Un bilancio imbarazzante, ma utile per porre rimedio alle insidie che gli studenti incontrano sul proprio percorso. Ostacoli gravi ed artificiosi, apparentemente legali, sostanzialmente iniqui e scorretti: non basta che la legge sia uguale per tutti affinché essa sia giusta e questa panoramica è paradigma dei simulacri dei sistemi democratici.

Il Prorettore Nicoletti ha precisato: “Ma le segnalazioni sono 181 su 85 mila studenti”, come a sottointendere che si tratta, a confronto, di cifre sproporzionate, ridimensionando il problema ad eccezioni che confermano una regola di qualità.

Nemmeno per salvare l’onore dell’università più antica del mondo questo ragionamento fa onore: davvero abbiamo il coraggio di affermare che 181 segnalazioni siano poche? Davvero ci concediamo ancora il lusso di affidarci al principio maggioritario per poter amministrare la realtà, nascondendo sotto al tappeto le ceneri di pratiche che tutti conoscono, ma che si vogliono minimizzare, mentendosi, per assolversi ed autoconvincersi che tutto procede praticamente al meglio?

Un conto è iniziare a lavare i panni sporchi, affrontarne le conseguenze e riflettere sul rinnovamento del sistema, altro è dare risposte non all’altezza dell’intelligenza di chi strappa ogni giorno, a proprie spese, un po’ di terreno in più alla prevaricazione, rinegoziando la convivenza della res publica. Nell’attesa operosa di cambiare radicalmente le cose, non un passo indietro!



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