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12 marzo 2012

Dall’empatia alla morale

Forse non tutti sanno che le emozioni sono responsabili della formazione di quel principio comportamentale che definiamo moralità.

Emozioni

Emozioni

Durante il primo anno di vita, notiamo nel bambino una precoce abilità nel comprendere le espressioni delle emozioni, con una maggiore propensione femminile verso la “lettura” dei movimenti del viso (Brinzedine L., 2006, The Female Brain, Doubleday Broadway Publishing Group, New York, trad. it. 2007, Il cervello delle donne, Edizioni Rizzoli, Milano). Infatti, proprio in questa fase i bambini diventano capaci di valutare gli effetti concreti delle proprie azioni, così come le reazioni che tali azioni suscitano nelle altre persone.

I bambini di un anno, in effetti sono in grado di comprendere bene che un’espressione di disgusto o di rabbia indica loro che hanno commesso qualcosa di negativo, mentre la presenza di un sorriso indica l’approvazione dell’adulto che lo sta incoraggiando rispetto all’azione svolta.

È proprio in questo modo che le emozioni dei bambini si incanalano, attraverso modalità di approvazione e disapprovazione da parte di adulti significativi, nel mondo delle regole sociali, costruendo la base di quell’edificio complesso che definiamo con il termine di morale.

Vi sono però alcune emozioni particolarmente importanti per la costruzione della successiva morale, e sono quelle definite empatiche, ossia quelle, grazie alle quali, il bambino entra in stretta relazione emozionale con altre persone, e nel caso più frequente durante i primi anni di vita, con altri bambini. Ci stiamo riferendo specialmente a quell’emozione che definiamo simpatia, che spinge ad azioni positive verso altri individui, per fornire loro aiuto oppure conforto.

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Può capitare nella vita diognuno di noi che l’assunzione di un comportamento specifico rechi un dispiacere ad un’altra persona, determinando sofferenza sia in noi che nell’altro individuo. La sofferenza in noi prende il nome di senso di colpa, mentre quella dell’altro individuo si chiama dispiacere. Entrambe sono espressioni particolari di una emozione generale definita in psicologia dell’età evolutiva con la locuzione di dispiacere empatico, che è alla base di tutti i comportamenti altruistici che oggi definiamo prosociali.

In effetti, il termine altruismo è stato sostituito con quello di comportamento prosociale, perché nelle azioni altruistiche può spesso nascondersi un movente di natura diversa e contraddittoria: si possono adottare comportamenti che recano vantaggio ad altri, senza ricavare nessun vantaggio per sé (altruismo), volendo seguire un atteggiamento di generosità oppure di attenzione all’altro; come possiamo adottare comportamenti altruistici che nascondono invece un egoismo mascherato oppure la realizzazione di un fine pratico (altruismo). Quando dunque si utilizza la locuzione comportamento prosociale non si considerano le motivazioni psicologiche di colui che lo adotta, ma si valuta solo il risultato finale del comportamento.

Secondo Martin Hoffman (2000, Empathy and moral development: Implications for caring and justice, Cambridge University Press, Cambridge) il dispiacere pratico si sviluppa seguendo il parallelo sviluppo della consapevolezza di sè e delle altre persone, e in quattro stadi fondamentali: a), durante il primo anno di vita, l’infante si percepisce vagamente distinto dalle altre persone; b), poco dopo i dodici mesi, il bambino comincia a distinguere se stesso e gli altri come entità fisiche; c), dal terzo al quinto anno di vita, i bambini, dopo la fase dell’autoriconoscimento allo specchio, capiscono che gli altri possiedono gli stessi, oppure simili, bisogni, pensieri e desideri; d), tra i cinque e gli otto anni, la distinzione consapevole fra sé e gli altri determina il sentimento di identità personale, e i bambini capiscono perfettamente che dietro ogni persona esiste una storia ed un futuro che si protende oltre l’immediato.

A dimostrazione della validità della teoria interpretativa di Hoffman, tutti noi abbiamo notato che un bambino di un anno, di fronte alla caduta a terra di un coetaneo, reagisce piangendo oppure facendosi coccolare dalla madre, come se a cadere fosse stato lui stesso. Si tratta di un comportamento speculare, proprio perchè il bambino a quell’età non ha ancora chiara nella sua mente la distinzione precisa fra se stesso e gli altri coetanei, in quando sono fisicamente troppo simili a lui. Siamo in presenza del dispiacere empatico egocentrico.

Durante il secondo anno assistiamo invece alla percezione di una differenza importante fra il proprio dispiacere e il dispiacere che il nostro comportamento può arrecare ad un coetaneo, determinando la formazione di un vero e proprio contagio emotivo, ossia simpatia (stesso sentimento) verso il dispiacere dell’altro, anche se diverso dal mio. In questa fase, vediamo che quando i bambini si dispiacciono per la sofferenza altrui cominciano a confortare con carezze, bacini, porgendo oggetti in segno di vicinanza, oppure andando a chiamare un adulto in grado di alleviare il dolore dell’altro bambino.

Con la simpatia diventiamo capaci di dispiacerci per l’altro. Si tratta di una situazione fondamentale, specialmente per la formazione di un sentimento molto importante nella costruzione della moralità, perché è proprio questo sentire che è alla base dei comportamenti solidali dell’età adolescenziale e di quella adulta. Questo stadio prende il nome di dispiacere empatico quasi egocentrico.

Intorno a tre anni, quando fanno la comparsa atteggiamenti che dimostrano la formazione in atto della coscienza di sé, il bambino comincia a comprendere che esiste una differenza fra il proprio dispiacere e quello altrui, anche se la fonte del dolore è la stessa. Inizia il periodo del dispiacere empatico veridico. In questa fase però, il bambino è in grado di capire l’emozione negativa di un’altra persona solo se nota in essa un cambiamento del volto, ma non è in grado di capire che può esistere sofferenza basandosi sulla conoscenza della situazione che la crea. In altri termini, senza espressione di sofferenza o dispiacere, il bambino non ipotizza che l’ambiente nel quale si sta vivendo può essere, di per sé, fonte di dolore.

Solo intorno ai tre anni, i bambini diventano competenti nel riconoscere le cause delle emozioni e solo immaginando esse, anche senza vederne gli effetti sul volto di una persona, cominciano a capire che una data situazione può essere dolorosa in quanto tale, e per un numero maggiore di persone. Questo tipo di competenza si affina durante le interazioni sociali e ludiche, per stabilizzarsi come risorsa empatica alla quale attingere sino agli otto anni.

Tra gli otto e i dodici anni, i bambini acquistano la consapevolezza che le persone possono provare sofferenza e dolore anche senza che lo manifestino apertamente, e questa fase si definisce dispiacere empatico per la vita di una persona.

Bene, ora che abbiamo visto come si giunge ad un tipo di empatia per grandi gruppi di individui, possiamo trarre una conclusione importante: se queste fasi non vengono vissute, oppure vengono sperimentate dai bambini nelle loro famiglie, ma i modelli mediatici di riferimento li inducono a ritenere che vivono meglio le persone non empatiche e che pensano solo al proprio benessere, avremo la società che oggi abbiamo, ossia politicamente indifferente.

Ecco perché si leggono da più parti e si ascoltano appelli al recupero dei legami famigliari… perché una volta recisi quelli, si è recisa la continuità emotiva con gli altri individui, quelli estranei al nucleo famigliare.

Alessandro Bertirotti


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