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18 marzo 2012

Egitto: la protesta dei graffiti

Secondo molti analisti politici, lo straordinario successo della primavera araba e la capacità di mobilitazione delle masse contro i regimi autoritari del Nord Africa sono il risultato di un abile uso delle tecnologie informatiche e dei social network, divenuti strumento di aggregazione ed informazione. In particolare, le generazioni più giovani hanno saputo creare una rete di comunicazione stabile e alternativa che ha permesso di coordinare la protesta popolare.

Poiché il regime minacciava con la sua censura e la violenza repressiva il mondo reale, i giovani rivoluzionari si erano rifugiati nel mondo virtuale, da dove lanciavano i loro appelli e organizzavano le manifestazioni di rivolta. In Egitto, ad esempio, la protesta in piazza Tahrir era guidata e coordinata tramite brevi messaggi su Twitter; allo stesso modo, i manifestanti si assicuravano la copertura mediatica in tempo reale di quanto stava avvenendo nel centro del Cairo.

Con la fine del regime di Mubarak, i giovani egiziani hanno ripreso possesso del mondo reale: le strade del Cairo, in particolare, sono tornate ad essere luogo di discussione e anche di espressione artistica. Via Mohammad Mahmoud, ad esempio, è una strada del centro che collega piazza Tahrir al quartiere dei ministeri; da alcuni mesi, tuttavia, è diventata la principale galleria artistica della capitale, grazie ai numerosi graffiti che coprono i muri di palazzi e abitazioni.

Molti dei graffiti raffigurano i volti delle vittime delle proteste contro il regime militare: una sorta di album di ricordi, un memento della violenza dei soldati contro giovani e studenti “morti da martiri”, come affermano gli autori dei dipinti. Violenza ordinaria e violenza di regime si mescolano e si confondono in questi graffiti, che riflettono l’instabile situazione politica egiziana. É il caso di Ahmed, un ragazzino di quattordici anni, morto durante una rissa tra tifosi di calcio, vittima innocente di una probabile vendetta politica: un dipinto di via Mahmoud lo ritrae a grandezza naturale, con i suoi capelli ricci e il suo sorriso.

I graffiti del Cairo, tuttavia, non sono solo un album di ricordi ma rappresentato la volontà di raccontare una storia diversa da quella dei media di stato, spesso legati al regime militare. Uno degli artisti egiziani, ‘Ala, ricercatore dell’Università di Luxor, ha deciso di utilizzare lo stile delle pitture murali delle piramidi per raccontare con ironia la rivolta e le vicende degli ultimi mesi: nei suoi graffiti si vedono spesso processioni di dignitari che offrono doni al faraone, metafora del servilismo della classe dirigente egiziana nei confronti dell’esercito e del nuovo governo militare.

Le strade della capitale egiziana, dunque, sono diventate il nuovo strumento di protesta politica contro il regime militare: le forze di sicurezza si impegnano quotidianamente a cancellare i graffiti che criticano l’operato del governo, ma gli artisti continuano a disegnare nuovi volti e nuovi simboli per raccontare la loro versione e per affermare la loro presenza nel mondo reale, da poco riconquistata.



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