Fosse Ardeatine
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24 marzo 2012

Fosse Ardeatine: 68 anni dall’eccidio

Era il 24 marzo del 1944 quando 335 italiani, militari e civili, venivano massacrati dalle truppe di occupazione tedesca della Germania nazista guidate dal Generale Kurt Mälzer.

Fosse Ardeatine

Fosse Ardeatine

L’esecuzione fu organizzata ed eseguita da Herbert Kappler, Ufficiale delle SS e Comandante della Polizia tedesca a Roma, già responsabile del rastrellamento del ghetto di Roma dell’ottobre 1943 e delle torture sui partigiani detenuti nel carcere di Via Tasso. I corpi delle vittime venivano gettati nelle fosse ardeatine, antiche cave di Pozzolana situate nei pressi della Via Ardeatina. Numerose mine furono fatte esplodere per favorire il crollo delle cave, con l’intento di occultare per sempre le tracce e il ricordo di una strage tanto efferata quanto ignobile.

Proprio il giorno prima i partigiani del GAP (Gruppi di Azione Patriottica delle Brigate Garibaldi) riuscirono a causare la morte di 33 soldati tedeschi appartenenti all’11a Compagnia del III° battaglione dell’SS – Polizeiregiment “Bozen” nel corso di un attentato compiuto in Via Rasella dove la Compagnia sfilava in occasione del XXV anniversario della fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento.

La risposta tedesca giunse poco meno di 23 ore dopo, quando per pura rappresaglia venivano giustiziati 10 italiani per ogni tedesco ucciso. Nella conta degli ostaggi da fucilare, setacciati in via preferenziale tra i  partigiani, gli antifascisti, gli appartenenti alla religione ebraica e gli aderenti alla resistenza militare monarchica, ma in seguito anche tra i detenuti comuni,  vennero inserite cinque persone in più per un totale di 335 vittime. Fu Hitler che ordinò personalmente la strage, accompagnata dalla distruzione dell’intero quartiere (comprendente anche il Quirinale) e dalla deportazione da Roma di 1.000 uomini per ogni tedesco ucciso.

Nel dopoguerra il Generale Kappler venne processato e condannato all’ergastolo. Anche il suo principale collaboratore, l’ex-capitano delle SS Erich Priebke, dopo una lunga latitanza in Argentina, venne arrestato ed estradato in Italia ove fu condannato all’ergastolo. Mentre Albert Kesselring, catturato a fine guerra, fu processato e condannato a morte il 6 maggio 1946 da un Tribunale Alleato per crimini di guerra, ma la sentenza fu commutata nel carcere a vita. Nel 1952 fu scarcerato per motivi di salute e fece ritorno in Germania, dove si unì ai circoli neonazisti. Morì nel 1960 per un attacco cardiaco.

La legislazione italiana mentre ha sempre definito i fatti di Via Rasella come legittimo atto di guerra compiuto dai patrioti contro il nemico occupante, ha del tutto e giustamente escluso la qualifica di rappresaglia all’eccidio delle Fosse Ardeatine, identificandolo invece come “omicidio continuato”.

Immediatamente dopo la fine della guerra il Comune di Roma bandì il primo concorso di architettura nell’Italia liberata, che prevedeva la costruzione di un sacrario, la sistemazione del piazzale e il consolidamento delle gallerie fatte esplodere dai tedeschi. Oggi il mausoleo in onore dei martiri è visitabile e rappresenta un’importante monumento sepolcrale ad uno dei fatti più sanguinosi avvenuti  nel corso della resistenza contro i tedeschi, emblema del sacrificio degli italiani per la patria e dedicato ad onorare la loro memoria.

Daniela Angius



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