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31 marzo 2012

Gli effetti del precariato sui giovani italiani : la privazione del diritto di costruire il futuro

In questi giorni segnati dal dibattito politico sulla riforma dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e dalla crescente preoccupazione per la crisi economica, la carente ed instabile occupazione giovanile torna ad essere una delle questioni di maggiore problematicità, come peraltro evidenziato dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il quale ha auspicato per le giovani generazioni che l’accesso nel mercato del lavoro avvenga senza “ingiustificate precarietà o forme inammissibili di sfruttamento” (http://www.corriere.it/politica/12_marzo_29/napolitano-giovani_dc7bd71a-79ae-11e1-a69d 1adb0cf51649.shtml). Nell’immaginario collettivo il precariato e le “forme inammissibili di sfruttamento” sono effetti consequenziali della Legge 30/2003  definita comunemente Legge Biagi, dal nome del giuslavorista Marco Biagi che vi ha apportato il suo contributo in qualità di consulente e che fu assassinato il 19/03/2002 dalle Nuove Brigate Rosse.

Il realtà la riforma è contenuta nel susseguente D. Lgs. 10 n. 276/2003,  in quanto la Legge 30/2003  è solo una legge delega al Governo. Al fine di appurare se tale diffusa convinzione abbia un qualche fondamento, appare opportuno rammentare quali sono le  tipologie contrattuali introdotte e/o modificate dal presente provvedimento: somministrazione (fornitura professionale di manodopera, a tempo indeterminato o a termine), apprendistato (per il conseguimento di una qualificazione), contratto di lavoro ripartito (assunzione da parte di due lavoratori dell’adempimento di una unica e identica obbligazione lavorativa), contratto di lavoro intermittente (messa a disposizione del lavoratore in favore del datore di lavoro, per il compimento di una prestazione lavorativa in maniera carattere discontinua o intermittente secondo le esigenze individuate dai contratti collettivi ovvero per periodi predeterminati nell’arco della settimana), lavoro accessorio (di natura meramente occasionale reso da soggetti a rischio di esclusione sociale o comunque non ancora entrati nel mercato del lavoro, ovvero in procinto di uscirne) e il contratto a progetto (privo del vincolo di subordinazione, con prestazione a contenuto prevalentemente personale e determinazione a cura del committente di un progetto specifico o programma di lavoro) Attraverso una regolamentazione più specifica della “flessibilità” la Legge Biagi si pone la finalità di accrescere l’occupazione predisponendo una maggiore offerta di forme contrattuali per il soddisfacimento  delle esigenze delle imprese che si trovano ad operare in un mercato fortemente competitivo ed eterogeneo; tale “flessibilità”, tuttavia, si è tramutata spesso in semplice precarietà in ragione dell’assenza di adeguati sostegni e ammortizzatori sociali a favore dei lavoratori nel caso di perdita del posto di lavoro il quale è per lo più a tempo.

Gli esempi forniti quotidianamente dalla cronaca ci raccontano, infatti, di una realtà piuttosto difficile: lo status di estrema debolezza in cui versano i lavoratori sottoposti a queste tipologie contrattuali si sostanzia per la scarsezza di tutele con riguardo alla durata del contratto, alla sicurezza, ai diritti sindacali, alla pressoché assenza  dei automatismi di anzianità, anche ai fini del Tfr, all’importo della retribuzione, al sistema  previdenziale.

Ma è l’impossibilità di “programmare”, seppur per grandi linee, uno sprazzo di futuro personale l’effetto più devastante della precarietà; tale impossibilità, ad esempio, è l’ostacolo maggiore per la creazione di una famiglia, infatti,  spesso la scelta di vivere senza vincoli familiari, sia per uomini che per donne, non è libera ma imposta da circostanze contingenti e anche da una prassi consolidata delle imprese che considerano i single maggiormente appetibili.

Le donne, inoltre, subiscono trattamenti al dir poco ricattatori quando, ad esempio in occasione dell’assunzione, anche a tempo indeterminato, devono presentare certificazione comprovante l’insussistenza dello stato di gravidanza non tenendo minimante conto che la maternità è un diritto riconosciuto dallo Statuto dei lavoratori. Il precariato, altresì, impedisce di poter assicurare soddisfacenti garanzie agli istituti di credito  allorché si intenda richiedere un mutuo o di un finanziamento indispensabili per l’acquisto di una casa, in ragione dell’ammontare, spesso scarso, della retribuzione e della durata  di breve periodo del rapporto di lavoro. Sul piano prettamente professionale, i vari contratti a termine non determinano alcun vantaggio nel tempo  perché non permettono al lavoratore un’adeguata crescita professionale essendo per lo più impieghi scarsamente retribuiti e poco professionalizzanti; situazione, quindi ben diversa dalla c.d. “mobilità” la quale, com’è noto, favorisce, pur nello spostamento, anche frequente da un ambito all’altro, la costruzione di una carriera e di proprie competenze.

Un vero inganno è inoltre rappresentato dall’imposizione al lavoratore precario della partita IVA  che lo pone giuridicamente e fiscalmente come un libero professionista, ma in realtà è legato all’azienda da un sostanziale rapporto di lavoro dipendente tuttavia senza le tutele e i diritti di quest’ultima tipologia. Questa breve disamina, più che altro tesa ad evidenziare i punti di criticità di questo assetto contrattuale, ci fa comprendere come nella cultura giuridica degli ultimi tempi si sia perso il senso e la sostanza del diritto al lavoro così come solennemente sancito e riconosciuto nella Costituzione. Il lavoro è il primo valore su cui si fonda la nostra Repubblica (Art.1 Cost. ) e non solo, è il mezzo attraverso cui il cittadino può raggiungere la piena emancipazione personale e concorre allo sviluppo della Nazione; e non si dimentichi la Costituzione all’art. 35 “tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”, mentre le norme successive prescrivono le linee guida per la determinazione retribuzione, degli orari di lavoro e  delle ferie.

Appare evidente, quindi, che nel caso in cui il lavoro viene a mancare, ovvero è connotato da incertezza o precarietà, oppure quando i lavoratori sono mal pagati, costretti a lavori che non rispettano in alcun modo le proprie competenze e il proprio grado di istruzione, ad essere lesi sono i diritti inviolabili, quali la dignità personale, e l’uguaglianza stanziale di tutti i cittadini (Art. 2 Cost.) . Ma non solo, ad essere compromessi sono il  senso di appartenenza e la volontà di contribuire al progresso sociale, economico e culturale della “res publica”.


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