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13 marzo 2012

I 6 Numeri dell’Universo

Dal Mito alla Spirale Mistica

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Fin dai tempi più remoti, ossia fin da quando l’uomo, scoprendo la propria complessità, iniziò ad interrogarsi sulle origini della vita, la nascita dell’universo è stata una questione lautamente dibattuta.

Tutta la natura che ci circonda è ipostasi di regolarità matematiche. Gli esseri viventi sono in sintonia con il pulsare dell’universo. Il leitmotiv dell’Universo è dato dalla spirale mistica: una sorta di serpente attorcigliato, noto agli indiani con il nome di Uroboro o Kundalini.

Il movimento a spirale è l’essenza da cui ogni cosa trae origine. L’energia cosmica è dentro di noi e tutta intorno a noi. Essa si muove in cicli ed onde ed i suoi ritmi appaiono radicati entro i meandri della nostra psiche. Tuttavia, per comprendere la realtà delle cose, l’uomo necessita di correttivi interiori ai quali riferirsi. Tali correttivi assurgono a rango di modelli basici di pensiero attraverso la cultura e il mito.

Le narrazioni del mito e delle leggende, rappresentano gli specchi attraverso i quali scorgere la realtà. Le “fantasie” mitopoietiche hanno il pregio di trafiggere i veli dell’oscurantismo e di renderci edotti circa principi e simboli della perduta antichità.

D’estrema perspicacia appare il pensiero della dottoressa Marina Maymone Siniscalchi: “I miti ci raccontano la storia del nostro processo evolutivo dalla profondità della Terra alle altezze del cielo, dalla notte del nostro inconscio alla luce della coscienza, dalla materia allo spirito. Oggi, fra i miti della scienza e quelli della saggezza perduta si realizzano ardite connessioni: nell’universo, dalle più lontane galassie alle più vicine particelle atomiche, i miti scientifici dell’odierna cosmologia tendono a fondersi con i miti perduti dell’occultismo”.

Secondola Siniscalchi, dunque, dall’analisi dell’energia che lega e muove il Tutto, è possibile ricavare una nevralgica interrelazione tra l’antica numerologia, la sacra geometria dei solidi pitagorici, le piramidi egizie, gli osservatori astronomici degli antichi Druidi, le cattedrali medioevali e i principi cosmologici della scienza moderna.

Le Origini della Cosmologia Moderna dal ‘500 al ‘900

Al di là delle analisi mitopoietiche ed ancestrali, i primi astronomi dell’epoca post medioevale iniziarono ad incentrare le osservazioni su dati puramente empirici ponendo così le basi dell’attuale cosmologia. Sebbene, Aristotele prima e Tolomeo in seguito, esperirono le vie della sperimentazione astronomica, soltanto nel 1514 con il cattolico Copernico, si giunse al primo modello scientifico moderno.

In seguito, Galileo, Keplero e Newton, eroi della rivoluzione gnoseologica, protesero ad ampliarne i contenuti attraverso leggi e principi. Tuttavia, prima del XX secolo nessuno scienziato ebbe ad ipotizzare che l’universo potesse essere in espansione. Le opinioni prevalenti rasentavano l’idea di un universo statico ed eterno, che per il genio Stephen Hawking erano in parte “ascrivibili alla tendenza, da parte degli uomini, a credere all’esistenza di verità eterne, nonché al conforto psicologico che essi possono trarre dall’idea che, per quanto loro possano invecchiare e infine morire, l’universo rimarrebbe sempre lo stesso”.

Insomma, la cultura dell’epoca anteriore al novecento non agevolò in alcun modo, il nascere di una questione puramente scientifica dell’universo. I dogmi dell’universo appartenevano tanto alla filosofia quanto alla teologia. La questione se l’universo avesse avuto o meno un inizio, se fosse esistito da sempre o se invece fosse stato messo in moto da qualche evento, giunse ad una svolta nel 1929, grazie alle osservazioni di Hubble.

Da allora, gli interrogativi sulle origini dell’universo entrarono finalmente nel campo esclusivo della scienza. Ma soprattutto, nacque l’idea dell’universo in espansione. Secondo Hubble, nell’epistema spazio temporale del Big Bang, l’universo era infinitamente piccolo e denso. Per Hawking, “il fatto che l’universo si stia espandendo non preclude l’ipotesi dell’esistenza di un creatore, ma pone dei precisi limiti temporali al suo operare”. Ad ogni modo, ad oggi sappiamo che la nostra è solo una fra le centinaia di miliardi di galassie osservabili tramite telescopi. Ma soprattutto siamo consapevoli del fatto che èla Terra a ruotare intorno al Sole.

Martin Rees e i 6 Numeri dell’Universo

L’universo fu creato in uno stato meno che completamente formato, ma fu dotato della capacità di trasformarsi da materia informe in un insieme veramente meraviglioso di strutture e di forme di vita”, Sant’Agostino.

La circumnavigazione del globo, permise ad esploratori e pionieri del passato, di delineare con esattezza scientifica, contorni e dettagli delle lande terrestri. Le osservazioni astronomiche, invece, concessero agli scienziati del ventesimo secolo di ricostruire, con la stessa verve, le mappe del nostro universo.

Ciò dimostra che pur cambiando l’oggetto, l’osservazione umana è e sarà sempre in itinere; la conoscenza sarà sempre un punto d’inizio e mai d’arrivo. Gli scopi della gnoseologia, infatti, rasentano lo spazio che separa l’uomo da Dio; una landa sublime, ascosa ed irrazionale ove tutto è ipostasi dell’inconscio.

Con l’ausilio tecnologico dei moderni telescopi ed un’osmosi a tratti filantropica, scienziati, astrofisici ed astronomi sono riusciti a svelare parte dei segreti del nostro universo e a dar forma ai sogni di intere generazioni. Questi pionieri moderni, hanno messo in luce aspetti che prima erano del tutto sconosciuti. L’esistenza di indissolubili legami tra stelle ed atomi, cosmo e microcosmo, quindi tra uomo e cosmo.

Secondo Martin Rees, la nostra comparsa e la nostra sopravvivenza nell’universo dipendono da una “sintonizzazione” (tuning) estremamente particolare del cosmo. “Alla base della struttura del nostro universo – spiega Rees – (non solo degli atomi, ma anche delle stelle, delle galassie e delle persone) vi sono leggi matematiche. Gli oggetti dello studio degli astronomi (pianeti, stelle e galassie) sono controllati dalla forza di gravità. E il tutto avviene nell’arena di un universo in espansione, le cui proprietà sono state impresse in esso al momento del Big Bang iniziale”.

Il cosmologo inglese nella sua opera omnia “I sei numeri dell’universo”, sostiene l’esistenza di un legame indissolubile tra la nostra esistenza e alcuni valori numerici definiti nell’istante del Big Bang.

Il primo valore è il numero N. Il cosmo è incredibilmente vasto grazie ad un numero tanto grande quanto importante pari ad 1 con 36 zeri. Il numero N indica il rapporto tra l’intensità delle forze elettriche che uniscono gli atomi e la forza di gravità che agisce tra di essi. Secondo Rees, se N avesse anche un solo zero in meno, probabilmente, esisterebbe un solo universo e gli esseri viventi, non disponendo del tempo necessario per l’evoluzione biologica, sarebbero piccoli come degli insetti.

Il secondo numero, e (epsilon) è pari a 0,007 ed indica l’intensità del legame tra nuclei atomici e il modo in cui tutti gli atomi sulla Terra sono stati generati.

Poi abbiamo il numero cosmico W (omega) che invece misura la quantità di materia nel nostro universo e ci rende edotti dell’importanza di gravità ed energia d’espansione nell’universo. Per Rees, se tale valore fosse stato troppo basso, non si sarebbero formate le galassie.

Il quarto valore, l (lambda) è la forza che controlla l’espansione del nostro universo. Si tratta di un’anti-gravità cosmica scoperta sul finire del novecento. Se tale forza non avesse avuto i valori infinitesimali che possiede, probabilmente il suo effetto sarebbe stato tale da arrestare la formazione di stelle e galassie e quindi l’espansione dell’universo. Il tessuto del nostro universo dipende da un solo numero.

Questo quarto numero, definito Q, ha un valore pari a 1/100.000 e raffigura il rapporto fra due energie fondamentali. Rees sostiene che se Q avesse un valore diverso, magari più piccolo, l’universo sarebbe un luogo inerte e senza struttura cosmica ( cioè senza stelle e galassie); se invece Q avesse un valore maggiore, l’universo sarebbe uno spazio violento ed irto di buchi neri.

Il sesto numero cosmico è quello delle dimensioni spaziali del nostro mondo. Esso è denominato D ed ha un valore pari a 3. Se fosse pari a 2 o a 5 la vita non potrebbe esistere. Insomma, D determina le tre dimensioni spaziali, alle quali, però si deve aggiungere quella temporale.

E’ grazie a questi 6 numeri che esiste il nostro universo, quindi la vita stessa. La loro sintonizzazione è stupefacente. Gli atomi, i quark e tutte le altre componenti universali sono in osmosi con quest’energia cosmica, a tal punto da rendere ogni corpo, anche il più grande in correlazione con le componenti strutturali dei più piccoli.

Dinanzi a cotanta perfezione “meccanica”, non possono che sorgere sublimi interrogativi. Questa sintonizzazione cosmica, questa forza che unisce e connette tutti gli elementi in modo che se solo un valore fosse alterato nulla avrebbe senso,

questa sorta di Matrix divina è soltanto frutto del caso?

Oppure è ipostasi della provvidenza di un Deus est Machina, di un Creatore Benigno?

Secondo Martin Rees nessuna delle due ipotesi è esatta.

Per il cosmologo inglese, potrebbero esistere un’infinità di altri universi  nei quali i numeri sono diversi. Ma siccome l’unica ricetta per un universo munito di forme di vita giace nei sei numeri, tutti gli universi differenti sarebbero nati morti o sterili.

In altre parole, noi saremmo potuti nascere soltanto in un mondo caratterizzato dalla giusta combinazione dei numeri N, e, W, l, Q e D. Ed è per questo che ci troviamo in esso. Al di là del dissidio creazionismo/meccanicismo, le origini del Tutto vanno rintracciate nel Fiat Lux ( Big Bang).





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