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26 marzo 2012

Il decreto semplificazione penalizza i ricercatori

Cattive notizie per i giovani ricercatori italiani: il decreto legge sulla semplificazione e lo sviluppo, se non subirà modifiche, farà sparire la norma che stabilisce l’assegnazione del 10% dei fondi nazionali per la ricerca secondo il criterio, tipico dei paesi anglosassoni, della peer review, vale a dire la valutazione tra pari.

La norma era stata introdotta in Italia dalla legge finanziaria varata nel 2006 dal governo Prodi: a scriverla fu il senatore del PD Ignazio Marino e la senatrice a vita Rita Levi Montalcini, il cui voto poteva risultare determinante per la sopravvivenza del governo (che, ricorderete, al Senato contava su appena un paio di voti di vantaggio rispetto all’opposizione), di fatto ne impose l’approvazione, minacciando, se il provvedimento non fosse stato inserito in finanziaria, di togliere la fiducia all’esecutivo.

Ma cosa dice esattamente questa norma? In pratica stabilisce, oltre all’assegnazione del 10% dei fondi per la ricerca tramite la peer review, che la scelta dei progetti da finanziare (progetti che, secondo i bandi, possono essere proposti solo da ricercatori di età inferiore ai 40 anni) sia fatta non da una commissione ministeriale composta da professori ordinari, ma da un comitato di ricercatori, tutti sotto i 40 anni, composto per metà da studiosi italiani e per l’altra metà da stranieri.

Questo, in estrema sintesi, il contenuto del provvedimento: una norma di civiltà, dunque, il cui obiettivo è sostanzialmente quello di togliere un po’ di potere ai cosiddetti “baroni”, tanto criticati, a parole, da tutto l’arco politico, ma finora mai veramente toccati nei loro privilegi, e di avvicinare l’Italia ad altri paesi europei che, dal punto di vista della ricerca, di sicuro se la passano meglio di noi.

Nei suoi pochi anni di vita, questa norma ha senz’altro prodotto dei benefici: grazie ad essa sono stati finora assegnati fondi per circa mezzo milione di euro, assegnazioni difficilmente contestabili, in quanto decise da ricercatori, cioè da persone libere da qualsiasi vincolo. Ora, a causa del decreto semplificazione del governo Monti, si rischia di tornare indietro e di rimettere tutto nelle mani dei professori ordinari di nomina ministeriale, il cui giudizio, per ovvi motivi, non si può considerare attendibile quanto quello dato da ricercatori che non sono neppure lontanamente sospettabili di essere in conflitto di interessi.

I due fautori della norma in pericolo promettono battaglia: Marino ha già proposto un emendamento per rimettere a posto le cose, mentre Rita Levi Montalcini ha ribadito quali rischi si corrono cancellando questo provvedimento: “L’accesso ai finanziamenti sarà di nuovo possibile solo a chi ha le giuste amicizie e non la necessaria preparazione acquisita in anni di studio, magari negli scantinati di qualche facoltà per pochi euro”. A questo punto sarebbe anche interessante scoprire chi ha deciso questa cancellazione, dal momento che il ministro della Funzione Pubblica Patroni Griffi, che in teoria sarebbe il responsabile del decreto semplificazione, interrogato in merito non ha saputo dare spiegazioni e si è limitato a dire che approfondirà la questione.



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