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23 marzo 2012

La famiglia: il modello democratico-permissivo

Parlare oggi di famiglia diventa sempre più importante e, nello stesso tempo, difficile, perché sono molte le cose che in essa sono cambiate rispetto anche qualche anno fa e molte sono quelle che continuano a mutare, soprattutto silenziosamente ed ineluttabilmente.

Con questo articolo evidenzieremo il primo di cinque modelli di famiglia, così come sono descritti e teorizzati dal prof. Giorgio Nardone, il maggiore esperto per quanto riguarda le analisi psicologiche delle relazioni intrafamigliari e fondatore, assieme a Paul Watzlawick, del Centro di Terapia Strategica, nonché Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia breve strategica di Arezzo.

Il primo modello su cui abbiamo deciso di focalizzare la nostra attenzione è quello definito dallo stesso Nardone come democratico-permissivo.

Il modello, una vera e propria struttura relazionale, prevede l’assenza di gerarchie, in quanto considerate poco funzionali alla gestione del gruppo famigliare stesso. Tale modello è frutto di una primigenia unione d’amore fra due persone generalmente inserite nel mondo del lavoro, con una situazione paritaria dal punto di vista economico e la tendenza alla distribuzione dei compiti per la conduzione della vita quotidiana.

Nella famiglia democratico-permessiva si riscontra spesso una certa tradizione ideologica, che trova le sue radici nell’impegno sociale e politico per la conquista della parità dei diritti fra le persone, oppure una generale avversione verso la propria famiglia di origine.

I principi normativi impliciti cui fa riferimento una tale concezione e il relativo stile di vitafamigliare sono i seguenti: a), “le cose vanno fatte per convincimento e consenso e non per imposizione; b), il consenso si ottiene con il dialogo fondato su argomenti validi e ragionevoli; c), le regole vanno concordate; d), la contrattazione è l’unico nemico della prevaricazione; e), il fine principale da perseguire è l’armonia e l’assenza di conflitto; e), tutti i componenti della famiglia hanno gli stessi diritti” (Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., 2010, Modelli di famiglia, TEA Edizioni, Milano, pgg. 63-64).

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Ogni volta che si verifica una situazione conflittuale all’interno di questo modello famigliare, si tende a cercare a tutti i costi una soluzione condivisa, in nome del perseguimento e mantenimento dell’armonia, con il risultato probabile che tale flessibilità venga percepita invece come arrendevolezza. E generalmente si arrendono le persone che possiedono una minore abilità comunicazionale oppure argomentativa, oppure ancora coloro che, avendo un’identità meno protesa all’affermazione di sé, temono ogni forma di aggressività.

La persona di questo tipo, arrendevole per condizione, si pone in atteggiamento passivo alla prima occasione conflittuale, fornendo di sé una immagine all’intero gruppo famigliare particolarmente fragile, in nome della quale, con l’andare del tempo, si determina un diffusa mancanza di fiducia nei suoi confronti. Il tutto avviene per il cosiddetto “quieto vivere” e “nel momento in cui le relazioni si fanno più complesse per la nascita di un bambino, i figli diventano dominanti e i genitori ne subiscono voleri e capricci” (Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., 2010:64).

In effetti, l’aspetto mentale più interessante in questo modello è la considerazione secondo la quale le migliori intenzioni dei genitori, che appunto credono nella democrazia e nel “parlamento della famiglia”, si trasformano in una tirannia subita figli propri figli. E questo avviene quando la coppia ancora priva di figli aveva sperimentato l’arrendevolezza, anche reciproca in base alle situazioni, come strumento per la soluzione dei conflitti.

Ma, una cosa è vivere in due ed altra cosa è vivere quando, magari, arrivano i figli. Con l’aumento della complessità nelle relazioni dovrebbe cambiare anche la strategia della gestione dei rapporti, soprattutto nei riguardi dei figli, altrimenti diventa molto difficile mantenere le precedenti dinamiche relazionali.

La pareteticità presente in uno scambio a due, come accade in una coppia senza figli, non è applicabile senza accorgimenti nuovi alla relazione genitori-figli, perché i primi si trovano in una situazione biologica cronologica evidentemente diversa rispetto ai secondi. Quando tale trasposizione non è accompagnata da accorgimenti necessari per far comprendere ai figli che “non tutto può essere discusso ed approvato all’unanimità”, questo stile-modello di famiglia favorisce l’evoluzione del permissivismo.

In sostanza, in questo modello di famiglia si attribuisce ai figli un ruolo che la coppia ha sperimentato prima della loro nascita al suo interno e successivamente fra genitori e figli, non permettendo ai figli stessi di maturare attraverso la sua infanzia, che segue tempi, luoghi e modalità del tutto diversi da quelli genitoriali.

Ecco allora che assistiamo a situazioni in cui il figlio, ancora troppo giovane, viene ammesso a discussioni famigliari tra pari, quando un pari non lo è affatto. In questo modo egli viene caricato di responsabilità che giustamente non gli appartengono, perché non possiede quelle competenze né mappe concettuali adatte a risolvere i problemi che gli vengono posti (movimento/stasi, uso dei media, sonno/veglia), anche di tipo psicologico, come la valutazione del pericolo o meno in una situazione, oppure l’utilizzazione delle emozioni nelle relazioni interpersonali.

Ecco perché diventa sempre più importante oggi cercare di comprendere quali relazioni si stabiliscono all’interno dell’universo famigliare, perché esse sono effettivamente il primo modello della società che stiamo costruendo, indipendentemente dai periodi storici in cui viviamo.

In altri termini ancora, a qualsiasi latitudine e longitudine e in qualsiasi tempo, la famiglia resta ed è il nucleo essenziale all’interno del quale ogni nostra futura relazione affettiva e professionale va a fondarsi, e per questi motivi essere genitori oggi è sempre di più una questione cosciente di scelte impegnative, altrimenti è meglio non assumersi questo impegno gratificante, ma spesso gravoso.

Alessandro Bertirotti



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