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28 marzo 2012

La Tomba del Piccolo Principe

Un team di ricercatori della Sapienza ha portato alla luce la “Tomba del Piccolo Principe” a sud – ovest della città di Nasiriyah, nell’Iraq meridionale.

È stata cos’ ribattezzata per la giovanissima età del suo occupante e per la ricchezza del corredo con il quale è stato sepolto, tra cui spiccano perle di cornalina di inestimabile valore, un vaso di bronzo a forma di nave e strumenti per la toletta.

Gli scavi della Sapienza sono la prima campagna archeologica nel sud della nuova Repubblica irachena affidata a una missione straniera dopo le Guerre del Golfo, e sono condotti da un team di archeologi coordinati dall’assiriologo Franco D’Agostino.

Siamo nel sito di Abu Tbeirah, un’area di 42 ettari a circa una ventina di chilometri dalla città caldea di Ur, cioè nel cuore della regione che è stata la culla della civiltà sumerica nel corso del III millennio a.C., quando in Mesopotamia si affermò il primo impero “universale” nella storia dell’umanità, e si snoda in un arco temporale che abbraccia essenzialmente il periodo di passaggio dal Proto-dinastico alla seguente Epoca accadica.

A questa conclusione i ricercatori sono giunti grazie ai ritrovamenti della ceramica, elemento datante fondamentale, e soprattutto degli oggetti in bronzo, rivelatori dell’ambiente storico e culturale dell’insediamento.

L’importanza di Abu Tbeirah nel periodo Proto-dinastico è ulteriormente confermata dal rinvenimento sulla superficie del Tell di un sigillo cilindrico di squisita fattura realizzato in conchiglia su cui è raffigurata la scena di un banchetto, assai simile agli esemplari del Cimitero Reale di Ur.

La “Tomba del Piccolo Principe” è il fiore all’occhiello di una serie di sepolture rinvenute in questa campagna e che hanno una precisa corrispondenza sia in tombe dello stesso periodo scoperte nel cosiddetto Cimitero reale di Ur, sia in tombe portate alla luce a Nippur, importante città religiosa situata a circa 200 km a nord di Abu Tbeirah.

E’ in questa sepoltura che abbiamo trovato alcuni oggetti assai rivelatori: oltre a quattro vasi in bronzo, di cui uno a forma di barca, sono stati portati alla luce un pugnale in bronzo e un elemento di toeletta (forse un pulisci orecchie) anch’esso di bronzo. – Racconta Franco D’Agostino”La ricchezza del corredo e’ evidenziata anche da tre perle in cornalina provenienti dalla valle dell’Indo e risalenti alla medesima epoca”.

Lo studio di questa tomba ha permesso di ipotizzare le fasi e le procedure seguite nell’interramento del cadavere, fino a oggi mai descritte negli scavi mesopotamici e che dovrebbero chiarire molti aspetti delle pratiche funerarie della Mesopotamia antica.                                                                                                                                                                                                         In una trincea a Sud-Est, poi, è stato portato alla luce un imponente muro in mattoni crudi, che sembra descrivere un ambiente molto ampio. Sulla base delle foto satellitari sembra possibile affermare che si tratti di una parte di un muro perimetrale di un grande edificio con ogni probabilità databile al Proto-dinastico, fase di occupazione principale del sito.

Veder affiorare in superficie un vaso, una ceramica e pensare che per la prima volta dopo millenni tornano ad essere tenuti in mano da qualcuno, è un’emozione difficile da esprimere – spiega Licia Romano la giovane vicedirettore della Missione, dottore di ricerca alla Sapienza dal 2011 – per me è la realizzazione del sogno della vita“.

I quattro ricercatori che compongono il team, oltre al direttore e al suo vice, ci sono Massimo Vidale e Mauro Angelozzi, hanno trascorso due mesi a sette chilometri da Nasiriyah, grazie a un primo contributo della Sapienza che ha sostenuto l’intuizione di Franco D’Agostino e alla generosità di molti appassionati di archeologia.

Dopo una intervista televisiva alla vigilia della partenza della Missione sono stato contattato da un’ascoltatrice che ci ha fatto una donazione: per tutti noi è stata una iniezione di energia e di fiducia – spiega l’assiriologo – L’accoglienza che abbiamo trovato è stata positiva in tutti i sensi, a partire dalle autorità archeologiche e politiche fino al guardiano del sito, promosso sul campo a guida internazionale“.



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