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24 marzo 2012

L’art.18 dello Statuto dei lavoratori: dalla sua nascita alle prospettive di riforma

Sono giorni infuocati nel mondo politico e sindacale.

Art 18

Art 18

E’ notizia di queste ore che il governo ha appena approvato il disegno di legge recante la riforma al mercato del lavoro preparandosi alla discussione ed eventuale approvazione in Parlamento.

Le annunciate modifiche  all’art. 18 della L. n. 300/1970  recante il c.d. “ Statuto dei lavoratori” hanno innescato un vespaio di polemiche in ragione del timore di facilitazioni nelle procedure di licenziamento.

Prima di addentrarci in un’analisi più precisa delle predette modifiche è opportuno, seppur sinteticamente, rammentare a noi tutti quali sono le disposizioni ancora vigenti contenute nella norma in esame non prescindendo, in ogni caso, da un breve excursus che ne ha determinato, socialmente, culturalmente e storicamente, la sua introduzione.

L’humus sociale e politico in cui affonda le radici lo Statuto dei Lavoratori è l’autunno caldo 1969 in cui si intensificarono le lotte sindacali e contrattuali a seguito della ripresa unità tra CGIL, CISL e UIL, dopo un lungo periodo di contrasti. Questa grande mobilitazione popolare, giacché il movimento operaio fu supportato da quello studentesco – rammentiamo che si è in pieno clima sessantottino – fu determinante per spingere il legislatore a consacrare sul piano normativo le rivendicazioni da parte dei lavoratori dei propri diritti. Tali rivendicazioni trovavano una propria ratio proprio nelle mutate condizioni di lavoro all’interno delle fabbriche; il progresso tecnologico, infatti, se da un lato favorì un indubbio aumento della produttività dall’altro lato comportò diffusissimi fenomeni di sfruttamento degli operai: si pensi, ad esempio, al lavoro straordinario che non riceveva alcuna retribuzione. Da non tralasciare che era prassi abbastanza comune la denigrazione del lavoratore sotto il profilo personale con riguardo alle sue idee politiche o alla sua appartenenza alle organizzazioni sindacali.

Con l’approvazione dello “Statuto dei diritti dei lavoratori” ebbero primo e solenne riconoscimento i diritti della persona-lavoratore nelle fabbriche tra cui la libertà di opinione, la tutela della salute e dell’integrità fisica,  il diritto di associazione e di attività sindacale, il divieto degli atti discriminatori  e della condotta antisindacale posta in essere dai datori di lavoro fino alla reintegrazione nel posto di lavoro disciplinata dall’art. 18. Il citato articolo fornisce la disciplina del licenziamento illegittimo, vale a dire effettuato senza la comunicazione dei motivi o perché “intimato senza giusta causa o giustificato motivo” di un singolo lavoratore : nelle unità produttive con più di 15 dipendenti (5 se agricole); o con meno di 15 dipendenti (5 se agricole) se l’azienda occupa nello stesso comune più di 15 dipendenti (5 se agricola) e infine nelle aziende con più di 60 dipendenti.

Ai sensi dell’art. 2119 del codice civile il licenziamento per giusta causa è quello si realizza allorquando  impedimento che via sia una causa che “non consenta la prosecuzione anche provvisoria del rapporto”; i casi più comuni sono furto, ingiurie o minacce al datore di lavoro, grave insubordinazione, danneggiamento volontario di impianti. Quindi il  presupposto fondamentale è la lesione del vincolo fiduciario connesso inscindibilmente al rapporto contrattuale fra datore di lavoro e lavoratore, da accertarsi, secondo la Cassazione,  non in astratto ma, “in relazione alla natura e alla qualità del singolo vincolo contrattuale, alla posizione delle parti del rapporto di lavoro e al grado di affidamento richiesto dalla specifica mansione del dipendente, nonché alla portata soggettiva del fatto stesso  – cioè in relazione alle circostanze del suo verificarsi, ai motivi e all’intensità dell’elemento intenzionale o colposo – stante l’impossibilità di prescindere da un equo criterio di proporzione tra la mancanza addebitata e la sanzione inflitta (Cass., 27 marzo n.3270/1998).

Secondo l’art. 3 della legge 604/66 il licenziamento per giustificato motivoé determinato da un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro (soggettivo, distinguendosi dalla giusta causa per la minore entità o gravità della trasgressione) ovvero da ragioni inerenti all’attività produttiva,all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa (oggettivo)”. Il licenziamento illegittimo sia per giusta causa che per giustificato motivo può  essere impugnato dal lavoratore qualora il Giudice accolga il ricorso, dichiara la nullità  del licenziamento e ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Da una lettura delle linee guida che ispirano la Riforma Fornero del Marcato del lavoro pubblicate sul sito del Governo è stabilito che   il diritto alla reintegrazione nel posto del lavoro debba essere disposto dal giudice nel caso di licenziamenti discriminatori o in alcuni casi di infondatezza del licenziamento disciplinare.

Negli altri casi, tra cui il “licenziamento per motivi economici”, il datore di lavoro può essere condannato solo al pagamento di un’indennità. E’ questa la proposta di modifica che suscita maggiori polemiche. Se da una parte secondo le organizzazioni degli industriali questa riforma è l’occasione imperdibile per favorire una modernizzazione delle relazioni contrattuali e per rilanciare l’economia nazionale, nel mondo sindacale si argomenta che qualora l’art.18 entrasse in vigore, nella nuova veste così come licenziata dal governo nel disegno di legge, ci sarà il grave e concreto pericolo di un uso  discriminatorio  dei licenziamenti motivati da ragioni economiche. Si teme, più precisamente, che si vogliano perseguire ben altri intenti quali ad esempio una maggiore produttività, nella riduzione dei costi, o anche riorganizzazioni o ristrutturazioni aziendali. Oppure, nelle ipotesi più gravi i licenziamenti solo formalmente saranno cagionati da motivi economi perché  nella sostanza nasconderanno ragioni discriminatorie. Di certo è evidente che la Riforma Fornero sul mercato del lavoro non solo rischia di esacerbare il malessere sociale, considerata la grave crisi economica e occupazionale che sta attanagliando soprattutto le fasce deboli della società, ma di mettere in serio pericolo il delicatissimo equilibrio politico che tiene in vita il governo tecnico di Mario Monti.

Sotto l’attenzione dei media e degli analisti è soprattutto il dibattito di queste ore che sta agitando una delle forze politiche di questa maggioranza compromissoria, il Partito Democratico, tentato da una parte di assicurare il proprio appoggio al governo per il più volte manifestato “senso di responsabilità” e dall’altra di non  perdere il consenso di parte del proprio elettorato di riferimento, tanto vicino alla posizione di assoluta contrarietà formulata dalla CGIL avverso la riforma dell’art. 18.



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