Tibetano
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25 marzo 2012

Mio Fratello è Tibetano

Mentre l’Occidente decade, il Tibet s’immola

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Oggi, la Cina è una ferrari testa rossa in grado di percorrere chilometri a velocità supersonica. Mio fratello tibetano, invece, è una cinquecento familiare vecchia e malandata che per anni è stata abbandonata a se stessa come un cimelio, e che oggi rischia la rottamazione.La Cinaè una macchina quasi perfetta.

E’ irta di congegni impeccabili, dotata di un sistema giuridico sempre più flessibile che, a breve, la innalzerà a modello di riferimento, anche per i savi d’occidente. Il mio povero fratello, invece, è in balia di barbari oppressori. Confida in un intervento che forse non ci sarà. Vorrebbe che lo difendessi dalle insidie del dragone rosso-ferrari. Desidererebbe che salvassi ogni tibetano, che annichilissi ogni oppressore.

Ma non posso farlo. Molte cose, sono cambiate. Oggi, anche io mi ritrovo a combattere contro gli stessi oppressori, le stesse crisi economiche, i medesimi timori. Ecco perché, oggi, “io”, l’Occidente, ho scelto di abbandonare il sublime fratello tibetano al suo destino. Un destino atroce, aspro ed oscuro.

Un tempo,la Cina era in balia della coercizione, schiava di un’idea ancestrale, esacerbata da una logica misoneista e reietta. Erano gli anni del regime. Oggi, invece, si respira un’aria modernista, liberale e liberista. Il crescente impiego di tecnologia all’avanguardia basata sull’ecosostenibilità, l’aumento dei salari, la funzionalità delle infrastrutture hanno dato il via al superamento della crisi; ad un rovescio della medaglia che, forse, nessuno avrebbe mai potuto ipotizzare.

La Cina ha sfruttato la crisi mondiale per ridurre la propria dipendenza dalle esportazioni e basare le nuove logiche economiche sulla crescita del mercato interno. Un’idea geniale. Seppur ramingo e truffaldino, l’adagio cinese è una sinfonia che piace molto al mondo occidentale perché decanta il progresso e le sue trasversali speranze, trasponendo in orchestre e teatri internazionali la sua impalpabile logica. All’Occidente, l’idea cinese piace così tanto da mostrare profonda indifferenza per la sorte dei poveri monaci tibetani.

Dibyesh Anand, professore di relazioni internazionali pressola London’s University of Westminster, sostiene che nessun governo sia disposto a fare pressioni su Pechino perchè: ”Con l’incremento del potere economico cinese ed il declino dell’Occidente, la causa tibetana rischia di essere limitata a una piccola parte della società civile. In passato, i governi occidentali prestavano maggiore attenzione verso i diritti dei tibetani. Appenala Cinaha alzato la posta, le intenzioni occidentali di destabilizzazione sono scomparse”. 

Al di là del bene e del male, la Cina si candida come superpotenza del terzo millennio. La trasfigurazione tibetana affonda le sue radici nello sviluppo economico cinese e nell’esaltazione della logica del Quanqiuhua. All’indifferenza dell’occidente, i monaci tibetani, guidati dall’esiliato Dalai Lama, hanno risposto continuando a lottare per un Tibet libero.

Il pogrom cinese non ha ancora irretito del tutto speranze e ideali della popolazione tibetana. Intanto, le autorità cinesi stanno inasprendo i servizi di vigilanza nei ghetti abitati dai tibetani. Ogni giorno che passa è una buona ragione per reagire. Si, ma come? La repressione della libertà religiosa operata dal governo di Pechino, purtroppo, viene combattuta con deleterie immolazioni suicide. Dal 2009, circa 30 monaci tibetani hanno scelto di darsi fuoco nel territorio cinese, e almeno 15 nella regione dell’himalaya. Lo scorso 10 marzo, un giovane monaco, Gepev, si è arso ai piedi del monastero di Kirti. Più aumentano l’indifferenza dell’occidente e la crudeltà cinese e appaiono le immolazioni.

Tuttavia, il primo ministro cinese Wen Jiabao si è detto: “Profondamente dispiaciuto per i suicidi. I giovani tibetani sono innocenti. Ma questi tipi di atti radicali disturbano e minano l’armonia sociale”. 

Solo un’idea d’umanità globale, unitaria, egualitaria, ergo, libera da conflitti spirituali e materiali, potrà renderci padroni del nostro destino. L’algoritmo dell’esistenza alberga nel progresso; la sua energia sgorga a fiotti dai fiumi della conoscenza, tracimando oltre i confini dell’uomo. Costui non è il fine dell’universo, bensì uno dei tanti progetti energetici creati dalla Divina Intelligenza Onnipotente (D.I.O.). L’uomo non deve dimenticare il passato. Chi lo dimentica è destinato a riviverlo.

L’epoca moderna (la società industriale e post-industriale) ha avuto ed ha tuttora il merito di riconoscere una maggiore libertà di scelta, di garantire un benessere più o meno diffuso in tutte le lande planetarie. L’Et pluribus unum, tuttavia, non sembra facilmente attuabile. L’idea di umanità, intesa quale unico organismo vivente e con un solo scopo esistenziale, è un tenue bagliore; un’utopica speranza per retrogradi post-romantici.

Al di là del bene e del male, però, ciò che più ferisce è l’indifferenza che l’uomo riseva alle sofferenze dei suoi simili. Questo dovrebbe farci riflettere a lungo. I poveri fratelli tibetani, come i consimili palestinesi di oggi e gli ebrei dell’epoca nazista, non hanno colpe. La loro unica colpa è di non essere sufficientemente amati da un occidente decaduto. Per tale ragione, da occidentale, chiedo venia al mio fratello tibetano. Che il silenzio degli innocenti fratelli orientali possa un giorno destarci dal sonno.

 



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