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20 marzo 2012

Quattro anni di carcere allo studente dell’Alma Mater coinvolto negli scontri di Roma

Doveva essere una gremitissima manifestazione pacifica: in tutto il mondo gli Indignati sfilavano per protestare contro la crisi finanziaria; il precariato e soprattutto contro una politica ormai pericolosa, troppo lontana dalla realtà, quando a Roma è scoppiata la guerriglia urbana. Giovani studenti si sono scatenati contro le forze dell’ordine, appiccando incendi nella capitale, e così una minoranza facinorosa ha tenuto in ostaggio tutte persone scese in piazza, oltre duecento mila. Intanto dall’estero è arrivata puntuale una domanda: come mai tutto questo è avvenuto proprio e solo in Italia?

Era il 15 ottobre 2011. Sono passati cinque mesi e da allora la vicenda continua a far discutere.

Il bilancio nell’immediato fu di una settantina di vittime tra cui tre gravi e le ferite alla città sono state valutate per 1,6 milioni di danni pubblici a cui sommare quelli dei privati. Al di là della barricata invece sono state contate 10 le bottiglie incendiarie (molotov), rinvenute e sequestrate dalla Digos.

Per undici dei venti ragazzi colti in flagranza, la gip Elvira Tamburelli convalidò l’arresto, concedendo solo a due di loro i domiciliari. Misure cautelari giustificate dalla pericolosità dei soggetti in questione a cui si contesta il reato di resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale (ex art. 337 c.p.).

E mentre il Presidente Napolitano parlava di “violenze inamissibili” le associazioni degli studenti ed i precari prendevano le distanze: con una nota i Precari del Comitato 9 aprile dichiararono Niente può offuscare la nostra voce che si sta alzando. Nessuna violenza, nessuno scontro può mettere in discussione le ragioni di una generazione che si vuole riprendere la sua vita, che si ribella in modo radicalmente non violento e che chiede diritti” e l’UDU, insieme alla Rete degli Studenti Medi espresse rammarico ed amarezza per “la mancata volontà di isolare politicamente tali pratiche già nella fase di preparazione e organizzazione della data – dicono gli studenti – perdendo cos l’occasione di lanciare un forte segnale all’esterno che potesse limitare la presenza di chi legittima la violenza. Crediamo che le pratiche di piazza non possano e non debbano essere trattate come un problema di ordine pubblico, ne’ tantomeno essere oggetto di mediazione tra le varie componenti del movimento, ma debbano piuttosto essere il presupposto e le fondamenta per qualsiasi tipo di partecipazione democratica“.

Intanto sono arrivate le sentenze di primo grado, per ora si tratta di sei condanne inflitte ai singoli componenti del gruppo di manifestanti: la gup del Tribunale di Roma, Annamaria Fattori ha accolto le richieste del pm Roberto Felici, e con rito abbraviato anche lo studente pugliese, iscritto al terzo anno di giurisprudenza (con già dieci esami all’attivo) presso l’Alma Mater bolognese, Valerio Pascali, è stato giudicato colpevole e destinato a 4 anni di reclusione.

Il pesante verdetto giunge dopo una serie di tentativi di scagionare il ventiduenne originario di San Pietro Vernotico, in provincia di Brindisi: il primo ragazzo fermato il giorno degli scontri è stato proprio Valerio Pascali, che durante l’interrogatorio di garanzia, tenutosi il secondo giorno dopo l’arresto, negò decisamente di aver preso parte a tafferugli o di aver commesso atti di violenza durante la manifestazione, raccontando agli inquirenti che si trovava in una traversa di via Merulana, stordito dal copioso lancio di lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine. Secondo la sua versione, gli agenti lo avrebbero prelevato mentre rimetteva a causa del fumo, motivo per il quale, tra l’altro, avrebbe avuto con sé dei limoni per proteggere gli occhi.

Storia che non convinse la gip Elvira Tamburelli, la quale convalidò la detenzione presso il carcere di Regina Coeli. I legali del ragazzo, Marcello Petrelli e Filippo Morlacchini, si rivolsero subito al Tribunale del Riesame; istanza accolta, agli inizi di novembre, dal collegio giudicante che convertì la misura disponendo gli arresti domiciliari a Lecce, nella casa dei genitori, in attesa del processo.

Anche la stampa si è preoccupata di capire e di ricostruire la biografia di questo giovane uomo che non sarà possibile giudicare esclusivamente attraverso la televisione o in un’aula di tribunale. Come sempre accade in queste vicende, chi si informa non riesce a sapere cosa è successo veramente perché si moltiplicano interpretazioni, contraddizioni, presunzioni che si sovrappongono alle immagini di devastazione di quella giornata.

Così, in bilico tra leggerezza ed inchiesta, curiosità ed antropologia è stata ricomposta la vita di Valerio che, da studente come tanti, è diventato uno dei simboli della disperazione senza freni, senza mediazioni.

Di lui si dice che è attivo nei movimenti studenteschi di sinistra giovanile; sensibile nella difesa dei diritti sociali, in particolare degli immigrati; giornalista per alcuni quotidiani locali; appassionato tifoso calcio; amico solidale e solare, figlio stimato e benvoluto. “Per gli amici di sempre però non cambia nulla: in rete girava già dalla mattina una lettera scritta e diffusa «per fornire un ritratto più completo e veritiero, perché Valerio si è sempre distinto per gentilezza e ardore politico, un fuoco sano non una rabbia cieca e vandalica. Valerio semplicemente è l’anima del gruppo, quello che ci tira sempre su»” (da Il Corriere di Bologna on line, del 20.10.2011)

Alle luci, poi, si accompagnano altrettante ombre: l’accusa di aver acceso un fumogeno durante un corteo da cui fu assolto; la presunta appartenenza alle frange violente della tifoseria leccese; a Bologna la partecipazione con il Collettivo universitario autonomo (la cui sede è vicina al laboratorio Crash) fronda dura del movimento. Ma il padre Maurizio, funzionario Asl, aveva precisato: “Non è un violento e non risulta iscritto a nessun gruppo anarchico. Si è parlato dei suoi precedenti costruendo una figura pericolosa e antisociale, senza raccontare la sua profonda umanità. Odia l’indifferenza di chi non sceglie da che parte stare, odia il fascismo e odia le ingiustizie” (cit. idem).

Dalla sua parte stanno anche molti studenti e studentesse bolognesi che sul muro esterno della facoltà di Lettere in via Zamboni, pochi giorni dopo gli scontri romani, hanno appeso uno striscione «indietro non si torna, Valerio libero, il dissenso non si arresta». Inoltre, in favore di Valerio, diversi gruppi di sinistra alternativa avevano firmato un appello, tra questi l’UDU e il collettivo di solidarietà internazionalista ‘Dino Frisullo’.

Il 14 marzo 2012, Valerio è stato accompagnato da alcuni amici e dai parenti in aula e, mentre veniva pronunciata la condanna, molti appartenenti al movimento ‘no tav’ hanno dato vita, fuori dalla cittadella giudiziaria di piazzale Clodio, ad un presidio pacifico.

Insomma, due personalità molto diverse quelle attribuite dall’immaginario pubblico alla figura controversa di Valerio Pascali. Impegnato umanista o distruttivo combattente?

Non è un film americano dove la solita, stereotipata dicotomia bene e male si affronta sullo schermo e tutto banalizza, sembra piuttosto una delle obsolete pagine della storia d’Italia, quella fatta di tragedie senza colpevoli, di colpevoli senza risposte; di gioventù interrotte dalla violenza; di lotte senza quartiere piene di paura e prive di ragione; di ripiegamento verso un passato di rimpianti; di svuotamento del futuro; tanta vergogna e nessuna liberazione.

Per Valerio si ricorrerà in appello e forse ci sarà un altro appello per ripensare il vivere politicamente per costruire progetti e farci forza anche nei tempi bui, il punto è: saremo pronti, noi, nuove generazioni, ad affrontare il presente senza uccidere sempre nemici-bersaglio; pronti per iniziare a mettere al mondo libertà prima che il tempo scada a mai più?