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21 marzo 2012

Tomasi su Biagi: “Marco aveva capito il disagio dei giovani”

Nel decennale della scomparsa di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato dalle BR, non poteva mancare il ricordo di Aldo Tomasi, rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia presso la quale Biagi insegnava al momento della sua tragica scomparsa.

Le parole di Tomasi si collocano nel solco di quelle pronunciate alcuni giorni fa a Bologna dalla vedova di Biagi, Marina Orlandi, la quale aveva affermato che lo scopo ultimo del lavoro del marito era quello di aiutare i giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro, e non, come tanti hanno sostenuto prima e dopo la sua morte, quello di istituzionalizzare il precariato.

La flessibilità di cui [Biagi] ha parlato nei suoi scritti – ha detto Tomasi era piuttosto da intendersi come condizione di accesso al mondo del lavoro per rompere la spaccatura, che già allora si stava verificando nel mercato del lavoro, tra una categoria “privilegiata” di lavoratori occupati che godevano e godono di ampie tutele ed un’altra categoria di cittadini purtroppo esclusi e privati del lavoro”. Secondo il rettore, Biagi aveva, con i suoi studi e le sue ricerche, intuito con dieci anni di anticipo quanto si sta verificando oggi, vale a dire che aveva capito che la frattura generazionale all’interno del mercato del lavoro, appena accennata una decina di anni fa, avrebbe finito con l’esplodere, come in effetti sta accadendo oggi anche a causa della crisi, che senz’altro ha accelerato tale processo.

A dimostrazione delle sue parole, Tomasi cita un documento, intitolato “”Patto per l’occupabilità dei laureati di Modena e Reggio Emilia”, stilato da Biagi nel 2001, quindi poco prima di morire, nel quale si davano, all’interno del quadro giuridico dell’epoca, delle linee-guida sia all’Università che alle imprese al fine di ottenere un coordinamento tra le parti che favorisse l’ingresso dei neolaureati nel mondo del lavoro. In sostanza, secondo Tomasi, l’idea alla base del lavoro di Biagi era che l’Università dovesse formare dei laureati che, consapevoli delle necessità del sistema produttivo locale e dotati da subito di una buona preparazione professionale, fossero in grado di inserirsi con facilità nel tessuto produttivo, aiutati in questo anche dalle imprese, ovviamente.

Certo, tutto il discorso del rettore dell’ateneo modenese ha quel tratto agiografico tipico delle commemorazioni, ed è altrettanto vero che la figura di Biagi, se da un lato è stata fatta oggetto di critiche eccessive ed ingiuste, dall’altro è stata troppo spesso usata indegnamente come una clava contro chi si è opposto a certe “riforme” del mercato del lavoro, quelle sì tese soltanto a togliere diritti e ad aumentare la precarietà: tuttavia la questione posta dal giuslavorista e ribadita da Tomasi era ed è serissima e meritevole di un dibattito quanto più ampio possibile, tanto più in un periodo storico come quello che stiamo vivendo ora. Come ha infatti affermato Tomasi, “se non si crea un circuito virtuoso fra Università, Istituzioni territoriali e sistema economico-produttivo, capace di essere inclusivo dei suoi giovani migliori e più motivati, fatalmente ci dovremo rassegnare ad un tramonto di competitività del nostro Paese, prolungandone la stagnazione produttiva”.



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