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20 aprile 2012

Corporate Universities: tutto il valore del know-how aziendale

Formazione, know-how, impresa. Vi è un rapporto sempre più consolidato che fonde questi elementi. Un legame basato sull’essenziale presupposto di porre la conoscenza ai livelli più alti della scala dei valori aziendali.

Tendenza, questa, frutto del cambio di pelle mediante cui le imprese hanno reagito alla sostanziale crisi dell’ultimo decennio: collocando, cioè, al centro delle attenzioni l’incremento dell’innovazione, volta al consolidamento del know-how. La sfida, oggi, sembra giocarsi tutta lì. E proprio in quest’ottica – rinnovo costante della propria competitività ed accrescimento del patrimonio di conoscenze aziendali – sono nate le Corporate Universities.

Si tratta un fenomeno che ha avuto origine nei Paesi anglosassoni, ma in fase di crescita anche nel nostro – in cui se ne contano 26 – e che è stato oggetto del Primo Rapporto sul mercato delle Corporate Universities in Italia, realizzato dalla Fondazione Campus di Lucca per conto di Assoknowledge Confindustria SIT, e curato da Alessandro Capocchi, Professore Associato di Economia Aziendale all’Università degli Studi Milano Bicocca e Direttore scientifico della stessa Fondazione. A quest’ultimo abbiamo chiesto di illustrare la realtà delle università d’impresa ed il modo in cui esse si declinano nell’ecosistema italiano.

Innanzi tutto, può spiegare cosa si intende per “Corporate Universities”, e come mai sono considerate così importanti dalle grandi imprese? Qual è il valore aggiunto che si può guadagnare da esse?

Le Corporate Universities sono scuole di formazione che nascono all’interno delle aziende con il primo obiettivo di consentire lo svolgimento di attività formative e di training rivolte ai manager dell’azienda stessa. Nel tempo, nei Paesi anglosassoni hanno assunto dimensioni maggiori e si sono aperte anche al mondo esterno divenendo in alcuni casi delle vere e proprie Università. Oggi sono strumenti importantissimi per lo svolgimento di attività di formazione rivolte al sistema azienda, per creare partnership e relazioni con il mondo accademico, anche per lo svolgimento di attività di ricerca, fino a divenire veri e propri strumenti strategici a supporto dei processi decisionali dell’alta direzione aziendale. Le CU, poco diffuse in Italia, possono rappresentare un importante strumento per supportare la competitività delle nostre aziende anche al fine di consentire l’attrazione di talenti a livello internazionale.

Le ventisei università d’impresa censite da Fondazione Campus presentano caratteristiche diverse una dall’altra. Nonostante ciò è possibile delineare delle peculiariarità dell’esperienza italiana? E come si sposa l’idea di “Corporate University” con il nostro sistema economico fatto soprattutto di Piccole e Medie Imprese?

In Italia non esiste un modello unitario di CU. Abbiamo realtà di dimensioni rilevanti come il caso di ENI, ENEL, Poste e Ferrovie Italiane. Abbiamo realtà significative in aziende familiari come Barilla, Landi Renzo, Kedrion, Illy. Abbiamo esperienze significative nel mondo bancario come UniManagement e Mediolanum CU. La mancanza di un modello unitario è coerente con il tessuto imprenditoriale e produttivo del nostro Paese e rappresenta per la comunità scientifica e per le aziende un’opportunità. Ritengo che in Italia non si debba importare un modello già sperimentato e diffuso in altri Paesi: la vera sfida per le aziende italiane è costruire un modello coerente con la geografia e le peculiarità specifiche del nostro tessuto imprenditoriale e produttivo. Probabilmente non tutte le aziende potranno costruire al proprio interno una Scuola e può essere auspicabile lo sviluppo di reti d’impresa in stretto collegamento con le comunità scientifiche.
La cosa certa è che nell’epoca della globalizzazione il vantaggio competitivo non passa più dal prodotto, dai canali di distribuzione, dai mercati o dai costi di produzione e dai prezzi. Il vantaggio competitivo in un’epoca in cui tutto è replicabile è sempre più legato alla capacità delle aziende di conservare, valorizzare e sviluppare il proprio patrimonio culturale. Le risorse umane e il patrimonio culturale sono l’unico verso asset non replicabile nei moderni sistemi aziendali. Da qui l’importanza di strutture dedicate alla formazione, autonome ed indipendenti, in grado di costruire moderni modelli organizzativi e gestionali a supporto della competitività delle nostre PMI.

Se tra gli obiettivi della Corporate University vi sono la difesa e l’accrescimento delle conoscenze aziendali, secondo Lei qual è il motivo per cui alcune di esse mostrano la volontà di rendere possibile la partecipazione anche ad utenti esterni?

I moderni sistemi aziendali sono sempre più aperti verso l’esterno e dinamici, come insegna la scienza economico-aziendale. Non deve stupire se detta apertura consente alle aziende di produrre attività formative e di ricerca rivolte all’esterno. Del resto le aziende devono da un lato conservare e valorizzare il proprio patrimonio culturale, dall’altro attrarre nuove competenze e nuovi talenti. Tradizionalmente i processi di recruitment erano caratterizzati da un’eccessiva localizzazione. Oggi le logiche competitive impongono una maggiore apertura dei processi di recruitment a livello internazionale.

Alcune tra le grandi imprese prese in analisi dal Suo studio, come per esempio Mediolanum, prevedono una obbligatorietà della formazione e della partecipazione a corsi che sono elemento indispensabile per gli avanzamenti di carriera. Non c’è il rischio che vi sia, in questo modo, una strumentalizzazione delle finalità formative a favore di meri scopi di arrivismo?

Non credo assolutamente, inoltre ogni azienda è sovrana nel decidere i propri valori, le proprie strategie e i propri processi formativi. Le aziende sono istituti economici dotati di vita propria che non possono essere guidate e governate da logiche di arrivismo. 

Esistono dei rapporti concreti tra le Corporate Universities e gli atenei italiani per favorire l’inserimento dei giovani laureati?

Esistono diverse collaborazioni. I sistemi aziendali hanno bisogno delle Università e le Università delle aziende. Ciò che viene fatto nelle Università è ricchezza di tutti e spesso non può essere fatto all’interno delle singole aziende, specie in un Paese caratterizzato da aziende PMI a modello familiare. La crescita delle nostre Università e l’aumento delle relazioni con il mondo aziendale fa sicuramente bene alla competitività del nostro Paese.

Dal punto di vista degli investimenti nell’ambito della ricerca, come vede il paragone tra l’Università pubblica e le Corporate Universities? Non Le sembra ci sia una discrasia tra gli enormi tagli pubblici e il mondo dell’impresa, che invece sempre più investe su formazione, ricerca e innovazione?

Non credo sia il caso di misurare e contrapporre il settore pubblico ed il settore privato. Io lavoro nell’unica facoltà di Economia pubblica a Milano (la Bicocca) e, come dimostra l’attività che la mia Università svolge, anche il pubblico riesce ad ottenere ottimi ed eccellenti risultati, sia nella ricerca sia nella didattica a livello nazionale ed internazionale. Il problema non è solo meramente finanziario, ma legato alla presenza delle intelligenze. Il nostro Paese per fortuna ha molte eccellenze in termini di creatività, di metodologia scientifica e di intelligenza a servizio del settore pubblico ed a servizio del nostro tessuto economico tutto.

 



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