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21 aprile 2012

L’amnesia: c’è una soluzione?

La rivista scientifica The Lancet ha recentemente riportato una importante scoperta riguardante le cause che possono determinare l’amnesia. 

Non esiste la memoria come concetto in sé indivisibile e organico ma esistono “le” memorie. Ognuna ricollegabile al ricordo che l’ha formata.

Diverse sono le forme di amnesia: amnesia anterograda in cui i ricordi non vengono compromessi ma difficilmente l’individuo riesce a memorizzare informazioni nuove, amnesia globale, come suggerisce la stessa espressione, difficoltà di ricordare e di memorizzare, amnesia lacunare che riguarda la perdita di memoria di uno specifico periodo di tempo al contrario dell’amnesia retrograda che causa la perdita di tutti i ricordi passati.

Tra le diverse forme di amnesia la più incomprensibile è quella psicogena. Difficilmente spiegabile perché non viene determinata da alcuna lesione cerebrale particolarmente evidente. A fare luce sul caso è stato Hans Markowitsch, della tedesca University of Bielefeld, ritenendo che tale perdita di memoria è dovuta a una riduzione dell’attività cerebrale. “Il cervello rimuove l’esperienza vissuta perché considerata scioccante. In questo modo il suo substrato neurale viene portato a funzionare meno” sostiene l’esperto. Tale azione sembra essere determinata dall’azione degli ormoni dello stress.

Una soluzione ancora non c’è. I professionisti del settore ritengono che sia utile intervenire su specifiche aree cerebrali, ma è ancora presto per dare una soluzione chiara ma soprattutto efficace. Bisognerà partire dalle certezze: la perdita di memoria non viene sempre causata da un danno cerebrale. Può, infatti, essere determinata da un disagio psichiatrico più profondo; a dimostrarlo una ricerca durata 5 anni. I dati sono stati raccolti durante la risonanza magnetica. Partendo da qui il ricercatore è sopraggiunto ad una constatazione: “Lo stress prolungato può condizionare il meccanismo della corteccia infero-laterale frontale destra tanto da arrestare il recupero dei propri ricordi”.

L’esperta del Centro studi e ricerche in Neuroscienze Cognitive di Cesena Elisa Ciaramelli  chiarisce: “ L’area di cui stiamo parlando è rilevante perché va ad attivare ricordi autobiografici, ed è legata ad altre zone implicate nell’attività di self-proiection, che consentono di poter ricordare. Quando queste stesse non operano come dovrebbero allora subentra l’amnesia cioè i ricordi personali non riescono più ad essere recuperati”

Hans Markowitsch  ha già affrontato un approfondito studio sull’amnesi. Recentemente ha cercato di decifrare il rapporto che intercorre tra memoria autobiografica, stress psicologico e disturbo post-traumatico. Il rapporto è stato considerato in particolari condizioni emozionali e ambientali. L’esempio più concreto sono stati gli uomini sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale. In questo caso il trauma è talmente forte da poter creare una realtà diversa, parallela riorganizzata. Si creano così falsi ricordi false realtà situazioni mai vissute.

Questo può essere applicato non solo ad un caso così estremo ma anche a chi ha subìto un incidente stradale. Nono si può credere alla loro realtà perché è diversa da quella reale e concreta. Lo shock vissuto li ha portati a crearsi delle false memorie. Tutto ciò che affermano, tutto ciò in cui credono saldamente è tutto inattendibile. Invenzioni si, ma non volute.

Piergiorgio Strata, docente di Neurofisiologia all’Università di Torino e presidente dell’Istituto Nazionale di Neuroscienze, ritiene che bisogna considerare anche altri fattori non solo l’esperienza traumatica vissuta dal paziente. L’amnesia non dipende solo dal fatto in sé ma anche dal soggetto: dall’età, dal sesso e dalle esperienze vissute. Altro fattore importante è la durata di questa esperienza sconvolgente.

 

Gli artefici dell’amnesia sono gli ormoni dello stress, liberati dal corpo,  per sopportare e affrontare nel migliore dei modi situazioni altrimenti insostenibili. L’amnesia da stress post-traumatico è un processo ancora difficile da capire che nasconde ancora tanti meccanismi. Lo studioso si è anche impegnato nel capire il meccanismo di  memoria pro-veritate applicato ad alcuni casi o vittime che hanno subito uno shock.

“Non si può ancora parlare di cura” spiega Benedetto Sacchetti, docente di Basi neurofisiologiche del comportamento umano presso la Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute dell’Università di Torino. La ricerca in questo settore sta facendo grandi progressi ma non si può ancora ritenere risolto il problema. A tal proposito gli scienziati dell’università di Harvard hanno recentemente scoperto che inoculando del propanolo subito dopo l’evento accaduto il ricordo svanisce, si cancella.

In molti però non sono d’accordo con tale esperimento. Infatti, è stato fortemente criticato da Cristina Alberini, ricercatrice italiana che attualmente lavora a New York. Per risolvere il problema e quindi trovare la cura bisognerà risalire alle cause, e quindi ogni caso avrà una cura diversa. “Ci sono casi in cui – spiega Sacchetti –  il ricordo si perde del tutto, quidi non c’è speranza di essere recuperato.  Altre strutture al contrario possono essere affrontate con la psicoterapia e altre forme, invece,  facendo uso di tecniche di allenamento della memoria”.

L’unico aspetto positivo è proprio questo: la memoria si può esercitare ad eccezione di shock, quindi di situazioni sconcertanti, e lesioni cerebrali. Da qui l’importanza di un libro come “101 modi per allenare la memoria” (Newton & Compton, 200 p.,12,50 euro) delle neuroscienziate Sara Bottiroli ed Elena Cavallini.

Questo è anche il motivo per cui Markowitsch persevera su un particolare aspetto: l’importanza della psicoterapia. La psicoterapia ad oggi si presenta come la sola arma in grado di individuare i punti che compongono la nostra memoria. Una memoria che non è lineare ma composta da un insieme di sistemi e che quindi non può essere studiata in altro modo. “Il processo dell’amnesia e dei disturbi che reca sono ancora avvolti nel mistero. Anche per me studioso di questo settore da circa 30 anni”, conclude. “L’istituzione dovrebbe investire di più in questo campo perché la mia ricerca ha appena dimostrato che non esiste un solo approccio. Per trovare la soluzione della cura infinite sono le possibilità.”

 



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