Detachment, olocausto del pensiero

Il supplente di Letteratura Henry Barthes tiene la sua lezione davanti ad un’aula vuota ed in totale abbandono
Non aspettatevi il classico film sulla scuola con tutti i suoi cliché. Detachment è un pugno nello stomaco.
Fulcro del film è il fallimento, su più livelli, di un’intera società, la società americana.
La scuola di cui si parla nel film è una scuola che sta per chiudere, chiaro campanello d’allarme di un sistema in crisi. I soli interessati a che ciò non accada sono, infatti, i pescecani dell’industria immobiliare.
A traghettarci attraverso questo oceano di miserie è un supplente, non un professore, stremato dalla vita: Henry Barthes, (Adrien Brody superbo), i cui sforzi di caricare sulle sue spalle tutti i mali del mondo, danno come unico risultato il non riuscire a risolvere nulla concretamente. Vedi, ad esempio, la baby prostituta salvata dalla strada e poi abbandonata o la studentessa castrata dal padre e tormentata dai compagni che prima incoraggia e poi, involontariamente ferisce.
Henry Barthes parla guardandoci dritto negli occhi, con lo sguardo di chi ha appena superato un grave esaurimento nervoso. E’ una versione moderna della figura mitologica del titano: un Prometeo che ha capito dove risiede il male ma è troppo debole anche solo per scalfirlo.
Il male, nella fattispecie, è rappresentato dai falsi modelli del successo, del profitto e della bellezza esteriore propinati senza sosta dal mondo dei media e della politica, colpevoli di aver scatenato un nuovo olocausto, cito testualmente, del pensiero.
I ragazzi, se pur in qualche modo consci di questo, canalizzano la loro rabbia e le loro frustrazioni nella direzione sbagliata, cioè proprio verso quei professori che sono i soli in grado di aiutarli. Per i loro genitori, assenti ingiustificati in tutto il film, sembra non esserci più speranza.
Detachment è l’ultima fatica del regista inglese Tony Kaye, ebreo proveniente da famiglia ultra ortodossa, noto per il suo film d’esordio: American History X del 1998. Buono il cast su cui spicca un ispirato James Caan, linguacciuto professore dipendente da psicofarmaci.
Presentato all’ultima edizione del Tribeca Film Festival.
La frase d’esordio: non mi sono mai sentito allo stesso tempo cosí distaccato da me stesso e cosí presente nella realtá è di Camus.
.jpg?61bb2d)
.jpg?61bb2d)
.jpg?61bb2d)
.jpg?61bb2d)
.jpg?61bb2d)

.jpg?61bb2d)
.jpg?61bb2d)
.jpg?61bb2d)
.jpg?61bb2d)
.jpg?61bb2d)
.jpg?61bb2d)

