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23 gennaio 2014

Legalizzazione Cannabis in Italia: effetti Cannabis e Marijuana

Legalizzazione Marijuana

Cannabis a scopo terapeutico: dall’iper-proibizionismo della Fini-Giovanardi al disegno Manconi. Fumare Marijuana fa male? Il parere della scienza

Cannabis

Cannabis

Cannabis terapeutica: ritornano a serpeggiare, roventi ed ascose, le solite titubanze all’italiana. Dopo iniziali segnali d’apertura, il Pd ha deciso di posticipare la discussione al fin di sminare il terreno del decreto sulla messa in prova.

La liberalizzazione della Marijuana per scopi terapeutici, dunque, dovrà attendere.

Ma il dibattito sulle aporie, sull’eccessivo rigorismo e sull’impronta iper-proibizionista della legge 2006 n.49, resta comunque acceso.

Il Ddl Manconi. Qualche settimana fa, il Senatore Luigi Manconi, membro del Partito Democratico e Presidente della Commissione parlamentare per i diritti umani, ha presentato un disegno di legge relativo alla legalizzazione della coltivazione e cessione della Cannabis. In sostanza, la normativa ruota intorno a tre questioni nevralgiche:

  • legalizzazione dell’uso terapeutico di Cannabis per alleviare i dolori dei pazienti malati di cancro, sclerosi multipla ed altre patologie
  • non punibilità sia della cessione di piccoli quantitativi di Marijuana, sia della coltivazione di piantine per uso personale
  • ripristino della distinzione tra droghe leggere e pesanti

Il consumo di droga rappresenta sempre un rischio per la salute. Secondo la comunità scientifica internazionale, per droga s’intende una sostanza che sia in grado di alterare il funzionamento di mente e corpo. Tutte le droghe, anche se ritenute innocue, producono determinate conseguenze, talvolta irreversibili. Persino lo spinello di Cannabis, dai più ritenuto un divertissement esistenziale, è in grado di concitare una serie di effetti nocivi che, a lungo andare, potrebbero mettere a repentaglio la salute del consumatore abituale. Pertanto, la migliore protezione contro le droghe è non farne mai uso.

L’attuale disciplina sulla droga e sulla Cannabis in Italia

Alcune correnti di pensiero sostengono che la principale “pecca” della legge 21 febbraio 2006, n. 49, nota come Fini – Giovanardi, sia rappresentata dall’assenza di una distinzione legale tra droghe pesanti e leggere. Le principali innovazioni apportate al D.P.R n. 309 del 1990 (Testo Unico delle leggi in materia di stupefacenti) dalla legge n. 49 Fini – Giovanardi sono le seguenti:

a) equiparazione giuridica fra i vari tipi di droghe;

b) reintroduzione del criterio quantitativo finalizzata al necessario discernimento tra il consumo personale, detenzione e spaccio;

c) punibilità dell’acquirente e del detentore, a qualsiasi titolo, di sostanze stupefacenti;

d) equiparazione normativa tra droghe leggere: Cannabis, e pesanti, come eroina, cocaina ed lsd;

e) punibilità del consumo personale, anche di droghe leggere: sanzioni amministrative;

Droghe leggere e pesanti

Droghe leggere e pesanti

L’equiparazione giuridica tra droghe leggere e pesanti ha mutato notevolmente la percezione dei timori legati al consumo di sostanze stupefacenti e psicotrope illegali. Non importa se si tratti di ascisc, Cannabis o cocaina.

La semplice detenzione di uno spinello, seppur caratterizzato da un quantitativo di sostanza pura inferiore al limite legale, rappresenta un contegno vietato, anche se, in tal caso, punibile con le sole sanzioni amministrative.

Anche la reintroduzione del criterio quantitativo, per certi versi, ha contribuito ad irrigidire, in maniera piuttosto lampante, il quadro normativo del Testo Unico del 1990. L’entità della dose di principio attivo detenuta, infatti, contribuisce ad evidenziare le differenze normative e sanzionatorie relative alle varie forme di trasgressione.

La legge dispone che rappresenti reato: coltivare, offrire, cedere, trasportare, procurare, vendere, acquistare e ricevere a qualsiasi titolo le sostanze stupefacenti e psicotrope indicate nell’articolo quattordici. Ne consegue che la coltivazione di una piantina di Cannabis rappresenti, senza alcun dubbio, un reato, anche se i suoi principi attivi e la sua efficacia narcotizzante rasentino soglie tutt’altro che elevate.

Dipendenza da Cannabis

Dipendenza da Cannabis

I limiti quantitativi, che costituiscono il discrimine tra lo spaccio e l’uso personale, sono stabiliti ed indicati nelle tabelle attuative della legge n. 49. In particolare, le quantità massime consentite per l’uso personale, oltre le quali può scattare l’accusa di spaccio, sono: 500 mg per la Cannabis, 750 mg per l’ecstasy, 500 mg per l’anfetamina, 750 mg per la cocaina, 250 mg per l’eroina ecc.

Differenza tra detenzione per uso personale e per spaccio. Per spaccio s’intende la cessione ad altra persona, anche a titolo gratuito, di sostanze stupefacenti. Le dosi non devono essere necessariamente elevate.

Chi regala Cannabis ad un amico è pertanto perseguibile. Chi la detiene per uso personale può, invece, andare incontro soltanto (si fa per dire) a sanzioni amministrative.

Il referendum abrogativo del 1993 ha, infatti, stabilito che il consumo di stupefacenti per uso personale non configuri alcun reato (l’art. 74 del Dpr 309/1990 prescrive comunque importanti sanzioni amministrative a carico del consumatore), a patto che le dosi rispecchino i limiti consentiti dalla legge.

A rappresentare un reato, invece, è, come anticipato, la cessione di droga a terzi, ergo la detenzione illecita di stupefacenti con destinazione allo spaccio regolata dall’articolo 73 del Testo Unico n. 309 del 1990.

Con il desiderio di approfondire le conseguenze relative all’assunzione della Cannabis da un punto di vista prettamente scientifico ed, al contempo, di evidenziarne le presunte proprietà terapeutiche abbiamo intervistato il Prof. Riccardo Polosa, il Dott. Pasquale Caponnetto e la Dott.ssa Marilena Maglia del Dipartimento di Biomedicina Clinica e Molecolare, Medicina Interna e d’Urgenza del Centro per la  Prevenzione e Cura del Tabagismo dell’Università degli Studi di Catania, già consulenti scientifici della Lega Italiana Anti Fumo (Liaf).

Pasquale Caponnetto

Pasquale Caponnetto

Dott. Caponnetto, oltre ad essere consulente scientifico della Liaf, Lei è psicologo clinico. Qual è la Sua opinione scientifica in merito alla Cannabis? Secondo Lei sarebbe corretto utilizzare la Marijuana a scopi terapeutici?

“Dall’analisi di diversi studi è possibile considerare la Marijuana come una sostanza “a due anime, una positiva e chiara ed una negativa ed oscura”. Il più noto principio attivo della cannabis è il Delta-9-tetraidrocannabinolo (detto Thc), isolato per la prima volta in Israele nel 1964 e considerato il capostipite della famiglia dei fitocannabinoidi”

“Da un punto di vista medico c’è molta ricerca sulle potenzialità terapeutiche del principio attivo della cannabis. A livello biomedico già da alcuni anni ci sono prove che indicano che il Thc è un ottimo analgesico e può essere sfruttato per alleviare alcune forme di dolore. In particolare viene utilizzato per pazienti terminali quando gli altri analgesici non hanno più effetto. Altri studi in corso riguardano gli effetti neuro-protettivi per malattie degenerative come il Parkinson, ma non sono ancora stati prodotti farmaci. In conclusione è possibile affermare che, solo l’uso medico/terapeutico controllato, e solo in casi specifici, può portare benefici psicofisici a chi ne fa uso. La cannabis, in altri termini, può essere considerata un medicinale solo se viene utilizzata come tale.

D’altro canto, il principio attivo della cannabis, può provocare gravi alterazioni cerebrali. Scoperte recenti hanno messo in luce che esso induce la morte cellulare con restringimento dei neuroni e la frammentazione del DNA nell’ippocampo. L’uso precoce di questa sostanza (durante l’adolescenza) è stato associato “a deficit cognitivi a lungo termine e ad una minore efficienza delle connessioni sinaitiche nell’ippocampo in età adulta ed a slatentizzazioni di problematiche psicopatologiche sottosoglia”. E non solo, “studi sugli effetti cognitivi dell’uso di cannabis riportano deficit nell’attenzione sostenuta nell’apprendimento, nella memoria, nella flessibilità mentale e nella velocità di processamento delle informazioni”. Anche in questo caso “più precoce è l’inizio d’uso di Marijuana, maggiori e più gravi sono le conseguenze cognitive associate”. Il fumo della cannabis altera “la memoria a breve termine, le percezioni, la capacità di giudizio e le abilità motorie”, come hanno dimostrato le ricerche del National Institute on Drug Abuse (NIDA). Si è visto che il THC agisce colpendo “le cellule nervose in quella parte del cervello dove risiede la memoria, impedendo ai consumatori di ricordare avvenimenti recenti e rendendo difficoltoso l’apprendimento. Gli effetti sulle capacità e le funzioni neurocognitive della Cannabis, persistono anche dopo il periodo di intossicazione, variando in base alla durata e alla precocità del periodo di esposizione. Questo perché il THC rimane in circolo nell’organismo per giorni o, addirittura, settimane dopo l’assunzione, continuando a produrre i suoi effetti negativi”.

Riccardo Polosa

Riccardo Polosa

Prof. Polosa potrebbe spiegarci i danni da fumo e uso di Marijuana? 

“Fumare Cannabis significa assumere anche altre sostanze tossiche per l’organismo, come ammoniaca e idrogeno cianide, presenti in quantità 20 volte superiore rispetto a quello riscontrabile normalmente nel tabacco.

Secondo uno studio della British Lung Foundation “fumare tre o quattro volte al giorno Cannabis corrisponde a fumare 20 sigarette di tabacco.

L’uso cronico della Marijuana per inalazione comporta, inoltre, effetti analoghi al tabagismo, cioè irritazione delle vie respiratorie, broncocostrizione e rischio di tumore polmonare. Il fumo di cannabis, infatti, contiene gli stessi prodotti della combustione riscontrati nel fumo di tabacco: monossido di carbonio, catrame, sostanze mutagene e cancerogene (benzoantraceni e benzopireni a concentrazioni superiori a quelle del fumo di tabacco). Inoltre la deposizione di catrame a livello di epitelio delle alte e basse vie respiratorie è maggiore rispetto al fumo di tabacco per la diversa modalità con cui si fuma (aspirazioni più profonde e durature, assenza di filtri).

Ma non solo, l’esposizione cronica al THC accelera anche la degenerazione, normalmente collegata all’invecchiamento cellulare, sia a livello mentale che fisico. Questa correlazione è stata evidenziata, tra gli altri, da J.C. van Ours e J. Williams, nel corso di una conferenza tenutasi il 14 gennaio 2011 dal titolo “The Effects of Cannabis Use on Physical and Mental Health” (Editorial Express). Lo studio ha reso noto che “l’effetto del consumo medio di cannabis sulla salute mentale è stimato, nell’uomo, ad un invecchiamento di undici anni e, nella donna, ad un invecchiamento di vent’anni”, mentre “il consumo medio di Marijuana comporta, sulla salute fisica di un uomo, un invecchiamento di otto anni”. I ricercatori mettono quindi in guardia dall’uso di cannabis coloro “che vogliono rimanere giovani, o desiderano non invecchiare troppo velocemente”, in quanto l’utilizzo di questa sostanza “li porterà ad essere sostanzialmente più vecchi rispetto ai coetanei che si astengono dal consumo”.

Dott.ssa Maglia Potrebbe quali sono gli effetti collaterali legati all’uso prolungato di Marijuana?

“L’uso di Marijuana presenta degli effetti collaterali a lungo termine anche su piano psicologico, infatti, uno studio apparso nel 2007 sulla prestigiosa rivista internazionale “The Lancet”, mostrava che eliminando la Cannabis, le psicosi nella popolazione diminuirebbero del 14%”. In particolare è stata evidenziata una correlazione tra l’uso di Cannabis e lo sviluppo di patologie psicotiche o schizofrenie anche in età adulta, ma solo per soggetti con una certa predisposizione. Chi è predisposto può sviluppare le malattie anche in età adulta, a distanza dal periodo di consumo”. Il motivo, spiegano gli autori, è che il cervello dell’adolescente non ha ancora raggiunto una maturazione completa, e l’uso di Cannabis può modificarne la struttura e le funzioni”.

Antonio Migliorino


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