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30 gennaio 2014

Terrorismo Islamico: il risveglio del terrorismo e gli Orizzonti di Mezzanotte

Terrorismo Islamico

Terrorismo Islamico: Il ritorno di Al Qaeda. intervista al Prof. Michele Ingenito, autore di Orizzonti di Mezzanotte

Terrorismo Islamico

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Il risveglio del terrorismo islamico: qualche giorno fa un gruppo militante islamico ha rivendicato i due attentati suicidi che, nel mese scorso, a Volgograd, hanno provocato la morte di circa 40 persone.

Secondo alcune fonti, l’araba fenice d’impronta terroristica sarebbe pronta a stringere accordi con i locali movimenti caucasici, al fin di perpetuare, con vigore e lacerazione, le sue mire internazionalistiche.

Ritorna la strategia della tensione globale. Le recenti minacce rivolte agli organizzatori dei Giochi invernali di Sochi hanno contribuito ad esacerbare il già precario clima di ostilità prebelliche, innescando le strategie difensive militariste del Governo Russo. Quelle di Sochi, infatti, saranno le Olimpiadi invernali più blindate della storia.

A quasi tre anni dall’uccisione di Bin Laden, gli uomini di Al Qaeda appaiono più che mai convinti della rinascita del terrorismo islamico. Basti pensare a ciò che sta accadendo in Egitto, Siria ed Iraq, dove, secondo gli esperti, si sarebbero inaspriti gli scontri tra forze militari regolari e miliziani fondamentalisti.

Terrorismo Islamico: il punto del prof Michele Ingenito Docente di Lingua Inglese a Unisa

Al fin di comprendere l’essenza e le reali finalità del terrorismo islamico, abbiamo intervistato il Prof. Michele Ingenito, Docente di Lingua Inglese presso l’Università di Salerno ed autore  del romanzo “Orizzonti di mezzanotte”, attualmente disponibile solo in versione E-book sul sito: orizzontidimezzanotte.

Il fulcro nevralgico dell’opera alberga nell’intenso ed intrigante racconto della devastante lotta tra mondo occidentale ed arabo. Il terrorismo islamico, raccontato attraverso le gesta di Ahmed Abu Shaat e dei suoi spietati alleati, simboleggia il leitmotiv del testo.

Un testo che, corredato di afflati narrativi sobri ed accattivanti, ha il pregio di descrivere, seppur in forma romanzata, l’essenza del terrorismo inteso come “nuovo” vessillo della lotta al fantomatico imperialismo occidentale. Tuttavia, al di là delle propagande d’impronta religiosa e degli ideali filo nazionalistici, “il denaro ed il potere sono quasi sempre le principali forze motrici”. Prof. Ingenito, secondo Lei quali potrebbero essere le reali finalità di Al Qaeda? Che cosa ne pensa della questione Siriana?

“Mi consenta innanzitutto di premettere che tanto fantomatico l’imperialismo occidentale non è mai stato. Gli Inglesi dell’impero vittoriano, ad esempio, come rivelano nuove e recenti fonti storiche, sono coloro che trasformarono la Cina in grandi piantagioni di oppio, trasferendovelo inizialmente dall’India, pagando, così, in droga, invece che con i più preziosi oro e argento, l’ambitissimo tè di quel paese. Lo fecero attraverso il proprio rappresentante plenipotenziario commerciale in India e poi in Cina, l’iracheno David Sassoon di origine ebraica. E, tanto per mantenerci nell’attualità, le montagne dell’Afghanistan sono piene di appetibilissimi minerali non ancora sfruttati.

Ciò detto, quali potrebbero essere le reali finalità di Al Qaeda? La domanda mi fa venire in mente un libro di grande successo recentemente tradotto in anche Italia: Al Qaeda e la modernità di John Gray, professore di Storia del pensiero europeo alla London School of Economics. Gray contesta il principio secondo cui conoscenza e progresso, in quanto fenomeni moderni, costituiscono una fonte automatica di pace e di progresso per l’intero genere umano. In realtà, con l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, Al Qaeda ha annullato questo mito occidentale, rivendicando il ruolo di suo distruttore, in una prospettiva tutt’altro che fedele alla teologia medioevale, bensì direi moderna e contemporanea. E’ questo il paradosso. Al Qaeda ha una sua modernità anche se, come tale, intende abbatterne i miti strettamente connessi agli ideali del mondo occidentale. Il tutto facilitato dalle conseguenze geopolitiche, economiche e sociali della globalizzazione con l’esplosione dell’Islam radicale, delle conseguenti guerre fratricide in Siria, del proliferare in alcuni di quei paesi (nella stessa Siria) di armi chimiche, del traffico umano dall’Africa all’Europa, dei rapporti strettissimi tra Al Qaeda e le mafie internazionali per la spartizione del mercato mondiale della droga, degli errori assai gravi degli USA nel tentativo di volere mantenere e gestire a tutti i costi il proprio ruolo di potenza mondiale. Da qui la crisi del nuovo concetto di modernità con l’idea (o l’illusione?) di potere creare mondi nuovi attraverso il terrore e l’omicidio di massa.

Quanto alla questione siriana in senso stretto, non mi considero un esperto. Si tratta di situazioni complesse, con vastissime implicazioni locali ed internazionali, la cui matrice resta quella uguale per tutti: la conquista e la tenuta del potere. Posso solo fare una riflessione di tipo personale. Mi ha molto impressionato tempo fa un articolo del settimanale americano TIME (12 settembre 2012) dal titolo: Confessioni di un cecchino/Confessions of a Sniper. Quelle di un giovanissimo soldato di 21 anni, appartenente ad una buona famiglia assai vicina al Presidente Assad. Orbene, passato nelle fila dei ribelli con il ruolo di cecchino, un giorno scopre di avere nel mirino il suo compagno di scuola, Mohammad, giovane come lui. Le madri si conoscono e si frequentano. Non esita, nonostante ciò, ad ucciderlo. Motivo di disperazione e di dolore? Tutt’altro. Idea e religione difendono il suo comportamento. Non si pente, indurito com’è e resta, da quegli ideali. Un po’ come accade in Orizzonti di mezzanotte tra il buon Samaritano Alì e il traditore Abdullah. Ecco, là dove neppure la sofferenza e l’amore per un amico con il quale si è cresciuti insieme (nella realtà) o dal quale si è stati salvati (nella finzione) prevalgono, c’è motivo di preoccupazione. Umana e sociale. Perché quei falsi ideali riducono le distanze tra la speranza e l’uomo e ci riportano tutti verso la grande paura di nuovi e non improbabili 11 settembre 2001”.          

La morale dello spettacolare fanta-thriller, invece, alberga, probabilmente, nel desiderio di porre fine all’eterna e inesorabile lotta tra bene e male, attraverso la creazione dell’E pluribus unum, di un’unità globale che possa finalmente elidere ogni sorta di diseguaglianza. Un’unica religione, una sola fede, un’unica lingua, un solo spirito; soltanto così, l’umanità potrà sconfiggere le brutalità del male. Le vittorie della Cia e della polizia italiana, ed in particolare degli agenti O’Cronnolly e Gigano, simboleggiano, velatamente, il trionfo di Israele: il vero bersaglio del terrorismo islamico. Al di là di tale ipotetica teleologia letteraria, non crede che desiderare un mondo privo di conflitti, disordini e drastiche distinzioni socio-culturali sia una finalità tutt’altro che utopica?  

“Non vorrei evocare Platone né Tommaso Moro o, tanto meno, il giardino omerico di Alcinoo. Preferisco fuggire dal sogno dell’utopia per evitare ambiguità di ordine soprattutto concettuale. Certamente nel mio romanzo c’è una forte voce di speranza e di augurio nei confronti dell’umanità. Lo si coglie nel capitolo 18mo della seconda parte, il cosiddetto core chapter, ossia il nucleo centrale del romanzo stesso. Un nucleo che, visto in sé, stride in apparente e forte contraddizione con quanto ho detto in precedenza, perché costituisce una moderna utopia fortemente voluta. Là dove, cioè, nella fantasia, uno dei personaggi centrali – Ali Bin Talal – accetta di ‘arruolarsi’ tra le maglie del gruppo SOGG o GRUPPO DELLA SOLIDARIETA’ GLOBALE, una sezione speciale della CIA affidata all’altro protagonista, l’agente speciale O’Cronnolly. Ne farà e ne faranno parte entrambi in ragione dei comuni ideali a tutela e a difesa di tutto ciò che è bene contro tutto ciò che è male. L’unico punto di aggregazione, che accomuna, teoricamente almeno, tutti gli uomini, e che consente loro di anteporre quei valori agli altri pure importanti della nazionalità, della religione, della storia, della tradizione, della civiltà di appartenenza. Ecco perché non parlerei di vittoria di Israele. Se non nella misura in cui l’Israele che dà caritatevole sepoltura alle vittime proprie e a quelle nemiche è meritevole di ammirazione e apprezzamento. Così come è meritevole di eroismo l’islamico Alì che, nel condividere i valori puliti di quella causa e non quelli folli del connazionale Ahmed Abu Shaat, perde la vita per mano dei suoi stessi compatrioti. E’ il trionfo dell’uomo, quindi, in quanto tale: non per diversità di fede, religione e così via, ma per condivisione di valori comuni per i quali non ci dovrebbero mai essere guerre, conflitti, prevaricazioni. Mi rendo conto di innescare meccanismi critici, dialettici e filosofici contrari a quelli di tante e diverse scuole di pensiero. Ma ogni scuola di pensiero naviga tra punti forti e punti deboli”.

Il XXI secolo si è aperto con un’immane tragedia, un evento epocale destinato a mutare per sempre gli orizzonti della lotta al terrorismo islamico. Gli attentati alle Torri Gemelle di New York ed al Pentagono di Washington, avvenuti l’11 settembre 2001, raffigurano, senza alcun dubbio, uno degli eventi più traumatici del terzo millennio. Del resto, uno dei temi centrali del suo romanzo è rappresentato proprio da quel terribile gesto di follia; un’ecatombe trasmessa in mondovisione dalle principali emittenti televisive del pianeta. Prof. Ingenito crede che le voci relative alla riorganizzazione ai massimi livelli di Al Qaeda siano verosimili? Qual è la sua opinione in merito ai recenti attentati alla stazione di Volgograd ed in Pyatigorsk? 

“Più che verosimili, direi che siano reali. Terrorismo islamico e fanatismo anti-occidentale e, in certa misura, anti-mediorientale sono in piena effervescenza e in forte ripresa. Cambiano solo i nomi e le sigle. E’ risaputo, infatti, che varie cellule terroristiche si stiano ricompattando o ricreando da tempo. La più solida finora è quella in crescita intorno ad Abu Bakr al-Baghdadi, uno spietato leader intorno al quale si stanno consolidando forze di vari paesi mediorientali. Ciò allo scopo di costituire il nuovo stato islamico dell’Iraq e della grande Siria insieme (ISIS). Una volta compattata la propria forza i vari gruppi filo-terroristici concorrenti tra loro per il predominio della leadership, ancora variegati e situati in Algeria, Mali, Niger, Mauritania, Somalia, Yemen, Iraq, Siria Pakistan e Afghanistan, punteranno i loro obiettivi verso l’Occidente. Un assaggio lo hanno fornito proprio i recentissimi attentati di Volgograd e in Pyatigorsk, gli ultimi di un decennio che ha visto una serie di gravissimi attentati perpetrati in quelle stesse aree geografiche. L’ISIS di Abu Bakr al-Baghdadi è il gruppo favorito alla leadership internazionale del terrore, pronto a rilanciare la strategia terroristica di Bin Laden. Del resto, non a caso, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, si è sviluppata nel mondo una copiosa letteratura storica e fictional in ordine agli eventi tragici del terrorismo islamico di Al Qaeda. Regno Unito e USA, in particolare, hanno messo in campo le loro migliori risorse intellettuali per analizzare il fenomeno del terrorismo moderno da molteplici angolazioni.

Da Croft a Dalacoura, da Roach a Simpson, da Spiegelman a Treverton nel settore della storia e della saggistica storica, da Delillo a Foer, da Updike a McInerney, da Hosseine a Franzen e così via, in quello della narrativa, la cultura nel senso più ampio ed efficace del termine ha reagito con maggiore successo rispetto alle reazioni in armi attivate in vaste aree del mondo e, in particolare, dei paesi sede dei più pericolosi focolai del terrorismo mondiale, così come delle leggi inefficaci promulgate di qua e di là, nel tentativo maldestro di frenare, a dire dell’Occidente, un fenomeno globale e penetrante”.

Amalfi e l’arte araba. Orizzonti di Mezzanotte (attualmente disponibile solo come E-book direttamente dal sito orizzontidimezzanotte) è un romanzo ambientato quasi interamente nella splendida cornice della costiera amalfitana. Del resto, Lei, professore di Lingua inglese presso l’Università degli studi di Salerno ed autore di numerosi studi su letteratura e cultura anglosassoni, è originario di Atrani, deliziosa cittadina marinara situata nella Valle del Dragone, ai piedi dei Monti Lattari. Al di là del mare blu cobalto, delle innumerevoli calette e delle splendide spiagge, la Costiera Amalfitana, patrimonio dell’umanità, è nota anche per la sua caratteristica architettura arabo-siciliana. Il Duomo di Sant’Andrea Apostolo, meta di numerosi e raffinati amanti delle bellezze artistiche, è il simbolo del connubio tra arte araba e barocca. Quando pensa alla splendida Costiera Amalfitana cosa le viene in mente?

“Le mie origini innanzitutto, il desiderio di utilizzare un’opportunità puramente creativa per insediarvi per sempre ricordi e prime esperienze di vita. Quando si nasce e si vive in un luogo, qualunque esso sia, si nutre sempre quel sentimento di riconoscenza e di amore particolari, specie quando quella terra ti è stata grata e generosa. Averlo potuto sperimentare, poi, in un luogo così incantevole e magico, eleva quei sentimenti di gratitudine che sa di riconoscenza. E, quindi, desiderio di ricambiare alla prima occasione utile. Per me questa occasione me l’ha fornita proprio il mio romanzo. Avrei potuto ambientare il finale altrove, in luoghi probabilmente più adatti al tipo di trama. Per più di una ragione e una ho preferito, invece, farlo in Costiera Amalfitana. Perché il ‘plot’ non vive soltanto di terrore e di morte, bensì di altri e più nobili valori che la bella storia di amore tra i personaggi diciamo ‘puliti’ del romanzo – Alberto e Virginia – abbondantemente richiama. Grazie a ciò ho potuto descrivere alcuni tra i luoghi più incantevoli che la natura abbia mai creato, esaltare le specialità di una gastronomia, di una ristorazione e di una ospitalità alberghiera invidiataci da tutto il mondo, e così via”.

Immagino di non essere il primo a porle la seguente domanda. Tuttavia, la prego, ugualmente, di perdonare la banalità del quesito: cosa l’ha spinta a scrivere un romanzo incentrato su di un ipotetico attentato ordito ai danni dell’ex Presidente del Consiglio italiano in Costiera Amalfitana?

“La ringrazio della domanda, che mi consente di sgombrare subito qualsiasi dubbio circa la eventuale personalizzazione per un attentato mirato né, tanto meno, auspicato nei confronti di quel Presidente del Consiglio italiano. A parte il fatto che l’opera è e resta il frutto di pura fantasia e l’eventuale riferimento a fatti e persone è puramente casuale, avendo deciso di ambientare il gran finale in Costiera Amalfitana, ho approfittato di notizie, fatti e realtà locali che mi aiutassero a gestire una trama storicamente credibile per veridicità e/o verosimiglianza di eventi e personaggi, oltre che per la potenzialità oggettiva degli accadimenti immaginati.

Le racconterò due particolari finora inediti. Il primo riguarda un evento molto lontano, quando, alla fine degli anni ’70, riuscii ad avere un incontro riservato con l’allora capo della CIA, Ammiraglio Stansfield Turner, per un’intervista. Mi colpì la figura dell’uomo, ideale per un personaggio quale è diventato, poi, nel romanzo, quello di Gabriel O’Cronnolly. Secondo inedito. Quando la bozza del romanzo stesso era ormai pronta, mi incontrai a Napoli con un importante editore, certamente tra i più affermati del Mezzogiorno, che mi avrebbe potuto lanciare sul mercato regionale e nazionale. Quando gli spiegai la trama, apparve subito interessato e la sua prima domanda per una risposta da lui stesso data per scontata perché auspicata fu: “Ma è un romanzo contro B.?”

Deluso, lo fissai negli occhi e, dopo una breve pausa di riflessione, gli risposi: “Guardi che io non scrivo romanzi contro le persone, ma per le persone!”

L’incontro finì lì e così la mia grande occasione andò perduta. Anche se non me ne sono mai pentito. L’opera fu, poi, pubblicata fuori commercio da una associazione religiosa e culturale per merito del parroco del Duomo di Ravello, Mons. Giuseppe Imperato. Egli considera l’opera un must e, come tale, tuttora la distribuisce gratuitamente agli ospiti illustri della famosa località costiera”.

Come detto, Lei è titolare della cattedra di Lingua inglese dell’Università di Salerno, ma è anche giornalista, nonché membro dell’Associazione Italiana di Anglistica ed autore di numerosi studi sull’età vittoriana, sulla tragedia shakespeariana e sulla glottodidattica. Oltre al romanzo fanta-thriller Orizzonti di Mezzanotte, è autore dell’accattivante trilogia I burloni del re. Satira e linguaggio nell’Inghilterra degli anni ‘60 (Bulzoni, 200), grazie alla quale ha ricevuto il premio internazionale di satira politica per la critica letteraria, e di altri due romanzi: Danza sul Fiordo e Il Miracolo a rovescio. Prof. Ingenito potrebbe darci delle anticipazioni in merito ai suoi prossimi impegni letterari? Sta lavorando a qualche altro romanzo? Quali consigli darebbe ad un giovane aspirante scrittore? Esistono delle regole per scrivere un romanzo? 

“Gli impegni accademici sottraggono gran parte del tempo necessario per dedicarmi con la dovuta concentrazione alla scrittura creativa. Non nascondo, tuttavia, di lavorare da tempo su un altro romanzo. Spero di concluderlo quanto prima. Ad un giovane scrittore raccomanderei di scrivere al momento giusto. Quando l’ispirazione è matura e l’animo pronto a dare voce alla creazione. La narrativa è il frutto della maturazione di un processo di vita, delle sue esperienze, del conseguente bisogno di mettere a nudo ciò che l’io narrante elabora nel tempo nell’interno di ciascuno di noi. Solo allora conviene ricorrere a carta e penna per costruire o ricostruire con l’inchiostro un percorso che dia vita e corpo alla propria interiorità. Ma, soprattutto e ancor prima, consiglierei di leggere, leggere, leggere. Sin dagli anni della adolescenza. Non c’è migliore via maestra per la scrittura se non la lettura dei grandi capolavori della letteratura italiana e mondiale. La scoperta dell’uomo e dei suoi sentimenti grazie alla conoscenza dei famosi personaggi che ne sono al centro affina le sensibilità e predispone i migliori alla creatività attraverso la scrittura. Non importa se e quando verrà il momento. Perché, a quel punto, sarà stato già sufficiente avere scritto dentro di noi”.

Un’ultima domanda che è una curiosità, sia pure di valenza storica. Questo suo romanzo ancora oggi attualissimo si tinge di ‘giallo’, non solo per gli intrighi internazionali di una trama e molto altro, che tengono incollato il lettore dall’inizio alla fine. Ma anche per il ‘giallo’ della mancata candidatura al Premio Strega 2008; all’inizio ufficialmente formalizzata dalla “Fondazione Goffredo e Maria Bellonci”, editrice del più prestigioso premio di narrativa italiana (la documentazione al riguardo è agli atti di quella Fondazione), e, poi, misteriosamente venuta meno a pochi giorni soltanto dalla  prestigiosissima finale. Cosa è successo? Lei e il suo piccolo editore vittime delle potenti lobby editoriali?

“Non saprei. In verità, la decisione sia pure tardiva del Comitato di quel Premio, presieduto per la prima volta dal linguista Tullio De Mauro, sembrò corretta; nel senso che, pur non essendo in commercio la prima edizione del 2005 diversamente dalla prima edizione del 2007 di altro editore (la Aracne editrice di Roma), ai sensi del regolamento dello STREGA sembrò giusto escludermi. Resta da capire se proprio la non commerciabilità dell’edizione 2005 del mio romanzo costituisse un valido motivo di esclusione da quella finale. Non importa, dopo tutto. Conta il giudizio dei lettori. Un giudizio che, per tutte le fasce di età, continua a costituire, da circa dieci anni ormai, un motivo di costante soddisfazione e di insperato incoraggiamento, superiori alle migliori aspettative”.           

Antonio Migliorino


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