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22 marzo 2014

Neknominate: bevi e metti il video rete, ecco cos’è la neknominate

Neknominate
Neknominate: bevi e metti iil video rete, ecco cos’è la Neknominate, l’idiozia della neo gioventù dell’esibizionismo alcolico.
Neknominate

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Spopola sul web il Neknominate, un drinking game d’impronta nichilista capace di unire, in un cocktail deleterio, masochismo e superomismo adolescenziali, e di mettere a soqquadro le vite di migliaia di giovani ed inesperti bevitori occasionali.

Il Neknominate cos’è – Il Neknominate è un social game di origini australiane che consiste nell’assumere, senza freni inibitori, sostanze alcoliche al fin di filmare l’agognata conquista dello stato d’ebbrezza. Ogni giorno, infatti, centinaia di ragazzi, spesso minorenni, prendono parte a questa bizzarra moda; un fenomeno che ha già mietuto ben cinque vittime nel mondo, e che va, pertanto, tenuto sotto stretta osservazione.

L’abuso ed il consumo abituale di bevande alcoliche tra i giovani è un fenomeno tutt’altro che rassicurante. Secondo gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per i minori di 16 anni sarebbe auspicabile una totale astensione dal consumo di alcol. Non a caso la legge numero 189 del 2012 ha sancito il divieto di somministrazione di bevande alcoliche ai minori di anni 18 e l’obbligo di accertare l’età del consumatore.

Neknominate in Italia: bevi e metti il video rete

Neknominate

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Anche nello stivale il connubio giovani ed alcol sembra ormai aver assunto sfumature telematiche. Il Neknominate all’italiana si chiama Birra alla goccia” ed è caratterizzato, dal consumo di pinte in un sol fiato. Il gioco necessita di tre elementi imprescindibili: lo sfidante, lo sfidato ed il video maker. Tutto ha inizio con una sfida lanciata sui social network. Lo sfidato, cioè il neknominate, è costretto a raccoglierla ed a destreggiarsi tra fiumi di alcol, dimostrando di saper reggere una sbronza. Il video maker, invece, deve riprendere la scena per poi condividerla con gli altri amici sui social network.

Paolo Crepet

Paolo Crepet

Idiozia colossale, regressione sociale o istigazione all’autolesionismo di gruppo? Che cosa rappresenta davvero il neknominate per i giovani italiani?

Lo abbiamo chiesto al Prof. Paolo Crepet, noto psichiatra ed autore di numerosi romanzi e pubblicazioni scientifiche.

Neknominate: bevi e metti il video rete, ecco cos’è la neknominate. Qual è la Sua opinione in merito al drinking game neknominate ed, in generale, all’alcolismo giovanile?

“Che ci sia da qualche parte del mondo qualcuno che inventa ogni mese una nuova moda per rimbecillire le giovani generazioni, e non solo, non mi sorprende più di tanto. Mi sorprende il successo che fenomeni, come il Neknominate, riescono ad avere. Da che mondo e mondo i giovani sono piuttosto affascinati dall’idea di perdersi, dall’idea dello stupido rischio. Ma questa non è una novità. In fondo lo diceva anche Battisti in una sua canzone. La novità è che tutte queste cose ovviamente hanno un enorme potenziale di replica. Si pensi al web ed, in particolare, a You tube. C’è un incredibile effetto di contaminazione. Quanto all’alcolismo giovanile, devo dire che si tratta di un fenomeno di grandissimo rilievo, totalmente sottovalutato da tutti, dai familiari, dagli insegnanti, dagli amministratori. Salvo qualche eccezione, mi sembra non vi sia nessuno che se ne occupi veramente. Io ho fatto delle battaglie su tali argomenti, tenendo delle conferenze, ma non so con quali risultati. Mi rendo conto, tuttavia, che dal punto di vista pratico sia piuttosto difficile lenire le conseguenze dell’abuso di alcolici da parte di giovani e giovanissimi. Forse dovrebbero essere inasprite le sanzioni per coloro i quali vendono alcolici ai minori, compresi i supermercati”.

Bere a Goccia

Bere a Goccia

Potrebbe rendere edotti i nostri lettori in merito ai rischi legati al consumo ed all’abuso di alcol?

“C’è un’App interessante che, se applicata al computer, concede all’utente la possibilità di vedere e percepire la realtà con gli occhi di un ubriaco. Le abbiamo tentate tutte negli anni. Diciamo la verità: il problema è che non si vuole intervenire su questo argomento. Questo ‘non si vuole’ riguarda in particolare i genitori. Le sembrerà paradossale ma i genitori sono i primi a non voler intervenire perché aborriscono qualsiasi tipo di discussione. Il problema si risolverebbe alla radice in un modo semplicissimo: non dando un euro ai figli. Non è che un ragazzo debba per forza uscire con almeno 50 euro in tasca. Poi se non hai soldi non puoi acquistare sostanze alcoliche”.

L’amicizia e la vita di gruppo sono, senza dubbio, tra le dimensioni più importanti dell’esistenza umana. Spesso però accade che un giovane sia costretto a superare delle prove per sentirsi veramente accettato. Il neknominate, ad esempio, è costretto (come i ragazzi della via Pàl), ad accettare la sfida lanciata dagli amici, bevendo drink in un sol fiato, e mostrandosi sbronzo agli occhi di tutti. Secondo Lei è verosimile ipotizzare che, spesso, in amicizia, lo spirito di gruppo tenda ad obnubilare la libertà di pensiero e determinazione degli adolescenti?

“Il problema è che se l’educazione non è improntata in modo tale che i giovani possano agire liberi, cioè in grado di pensare con la propria testa, è inevitabile che si verifichino simili fenomeni. Se il percorso educativo di una famiglia nei confronti dei bambini, prima ancora che degli adolescenti, fosse improntato a questo obiettivo, la sua domanda non avrebbe senso. Perché i giovani avrebbero un minimo di autostima, quindi avrebbero la capacità di discernere il bene dal male e di agire secondo la propria coscienza. Ma questo non avviene perché i processi educativi odierni sono improntati al contrario, cioè al non avere stima di sé e al dipendere dagli altri”.

Ci parli del Suo ultimo romanzo “Non mi chiedere di più”?

“E’ un racconto lungo che cerca d’indagare il motivo per cui due esseri umani si cercano, senza che questa ricerca sia dovuta alla fascinazione, alla seduzione, alla sensualità e nemmeno all’amicizia. C’è qualcosa di gran lunga più complesso e misterioso che fa incontrare due anime. Ecco, il libro parla di questo. Un uomo e una donna che arrivano ad incontrarsi per un motivo che il lettore potrà scoprire nelle ultime venti pagine del libro”.

Antonio Migliorino


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