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4 maggio 2014

Università: disoccupazione giovanile e crisi dell’università per Cofferati

Sergio Cofferati

La crisi dell’università italiana e del mondo del lavoro tra riforme, crisi economica, precariato e disoccupazione giovanile: sintomi, cause, prospettive nella lettura dell’On. Sergio Cofferati. 

Dall’Ocse segno meno per nuovi iscritti all’Università, laureati, dottorati, docenti.

Istruzione e lavoro a passo di gambero. Il punto dell’Europarlamentare sulle possibili strategie anti-crisi. “Politiche mirate e più garanzie per i giovani: andare controcorrente si può.”

Crisi Economica ed Obiettivo Ripresa – Anzitutto una domanda: dov’è finita l’università italiana? Perché si parla di crisi del sistema università in Italia? Quali sono state le cause che l’hanno determinato la crisi dell’Università?

Mentre va in scena l’ennesimo circo mediatico sulle Riforme all’Università (Jobs Act su tutti), sembra completamente scomparsa dal ricettario anti crisi una delle questioni storicamente più chiacchierate e puntualmente disattese dal dibattito politico, vale a dire “come risolvere la crisi d’identità dell’università italiana”?

Crisi dell’Università Italiana: Italia maglia nera europea

L’università italiana non gode di buona salute. Di fatti tutti o quasi ne riconoscono la crisi.

Cartella clinica nerissima per l’Università che continua ad attirare titoli e commenti: in dieci anni il numero degli iscritti ha fatto registrare un calo di 58 mila unità.

La laurea interessa sempre meno: nella fascia d’età compresa tra i 24 e i 34 anni, i laureati sono il 21%, rispetto ad una media Ocse del 38%. Peggio di noi solo Turchia, Brasile e Cina.

Di più: se nel 2009 la spesa per l’università in rapporto al Pil ci collocava al 32° posto su 37 paesi monitorati dall’Ocse, oggi l’Italia è 34esima su 36. Solo il 19% dei 30-34 enni ha una laurea, contro una media europea del 30%. Il 33,6% degli iscritti è fuori corso mentre il 17,3% non fa esami.

Crisi dell’Università Italiana: sintomi e cause 

Il numero stesso dei laureati è destinato a calare, complice i continui tagli al finanziamento delle borse di studio all’Università che negli ultimi tre anni hanno interessato il fondo nazionale. Ciononostante gli studenti italiani si confermano terzi in Europa per il volume delle tasse universitarie. Nel 2009 i fondi nazionali coprivano l’84% degli studenti aventi diritto. In sei anni sono stati soppressi 1.195 corsi di laurea. 84 corsi triennali e 28 corsi specialistici/magistrali solo nell’ultimo anno, causa le politiche di razionalizzazione e la pesante riduzione del personale docente imposte dall’ultima recessione. A fronte di una sensibile riduzione delle risorse finanziarie per l’università pubblica, poi, non si registra un analogo trend per gli atenei privati, che lo Stato continua a foraggiare come se non più di prima.

Senza dimenticare l’edilizia scolastica (che Renzi ha posto al centro di un ambizioso e necessario piano di intervento, promettendo ben 3,5 miliardi di euro per le nostre scuole). Le nostre università, prima ancora che carrozzoni ingombranti, eternamente sull’orlo della bancarotta, culturalmente provinciali ed emarginate, sono vecchie: più della metà degli edifici è stata costruita prima del 1974. Il 39% presenta uno stato di manutenzione e messa in sicurezza del tutto inadeguato. E poi ci sono alcuni fantasmi tutti italiani come l’incompiuta bonifica dell’amianto negli edifici e la questione radon (gas cancerogeno).

Crisi dell’Università Italiana e calo dei dottorati

Rispetto alla media Ue, l’Università in Italia chiude l’ultimo anno solare con 6 mila dottorandi in meno. L’attuazione della riforma del dottorato di ricerca all’Università disposta dalla fu Riforma Gelmini è ancora al palo e il 50% dei laureati segue i corsi di dottorato senza borsa di studio. In solo sei anni il numero dei docenti è precipitato di ben 22 punti percentuale. L’altro dell’Università allarme riguarda il rapporto studenti/docente delle nostre università: fermo al 18,7% contro una media Ocse di 15,5. Rapporto destinato a divaricarsi ancora per effetto dell’emorragia di professori (docenti e ricercatori) ancora in attesa di assunzione. Calcolato in termini reali aggiustati sull’inflazione, il calo va addebitato alla forte limitazione imposta ai contratti di insegnamento ordinario (FFO). Attualmente la riduzione resta stabile, per poi scendere del 5% ogni anno, con un calo complessivo che per il 2014 si annuncia superiore al 20%.

Crisi dell’Università Italiana e mercato del lavoro – Non solo la cultura. Anche il mercato del lavoro sconta oggi una percezione di strutturale incertezza, che, specie presso i più giovani, declina prepotentemente verso posizioni di sfiducia pressoché radicale.

Crisi dell’Università Italiana e disoccupazione giovanile

L’ultima doccia fredda arriva dal XVI Rapporto sull’Università Italiana diffuso dal consorzio interuniversitario AlmaLaurea, che anche quest’anno ha preso in esame la situazione occupazionale dei giovani dottori a 12 mesi dalla fine degli studi: a un anno dal conseguimento del titolo, insomma, il tasso di disoccupazione tra i laureati triennali è lievitato, rispetto al 2013, di oltre 4 punti percentuali, passando dal 23% al 26,5%. Più contenuto l’aumento della disoccupazione tra i laureati con titolo magistrale.

Crisi dell’Università Italiana e crisi del lavoro

Crisi del lavoro e precariatoSempre più diffusi i lavori senza contratti o con contratti atipici. con l’apprendistato che tende a degradare da contratto utile ad imparare un mestiere ad ennesimo contratto sottopagato e sfruttato. I laureati tendono ad accontentarsi di lavori poco qualificati, segno che l’efficacia del titolo, che misura la richiesta della laurea per il lavoro svolto e l’utilizzo nel lavoro delle competenze acquisite durante l’iter accademico, risulta significativamente in calo. Alla riduzione della stabilità lavorativa, si è così accompagnato un aumento significativo dei lavori non regolamentati da alcun contratto di lavoro e di contratti non standard (lavori part-time e collaborazioni). Meno lavoro e per di più precario. Oltre che sottopagato: perché un laureato fresco di assunzione percepisce oggi poco più di 1000 euro al mese: precisamente 1038 i magistrali e 970 i laureati a ciclo unico.

Sonni tutt’altro che tranquilli anche per i fortunati che riescono a trovare un impiego, per i quali le retribuzioni diminuiscono, rispetto all’anno scorso, dal 5 al 2%. La stabilità non va più di moda, è un motivetto che non s’usa più: tra i laureati triennali solo il 26,9 % ha un contratto a tempo indeterminato. Percentuale che scende al 25,7% tra i magistrali e al 12,6% per quelli del ciclo unico. Un crollo in piena regola : dal 2008 si sono persi 15 punti percentuali per i triennali, 8 per i magistrali e 5 per gli ex studenti dei corsi a ciclo unico. Nell’analisi si registra poi un aumento del 5% in 5 anni degli impieghi senza regolamentazione, mentre il nero tocca 8 laureati su 100 per quanto concerne i triennali, 9 su 100 tra i magistrali e 13 su 100 tra coloro che hanno conseguito una laurea a ciclo unico.

Cosa costruirà l’Italia per uscire dalla crisi? Ma, soprattutto, come ci stiamo muovendo in ambito europeo rispetto alla questione giovanile? Quali strategie sarà possibile perseguire? Gettarsi alle spalle il fantasma del rigore a senso unico (senza politiche di sviluppo), per investire nella conoscenza e nel lavoro dei più giovani può essere la chiave vincente per rilanciare la competitività del sistema produttivo ed, insieme, risolvere la disgrazia sociale della disoccupazione e dell’inattività? Lo abbiamo chiesto ad un personalità di primissimo piano, da sempre interprete sensibilissimo delle questioni giovanili, l’On. Sergio Cofferati, dal 2009 Europarlamentare PD e per oltre un ventennio dirigente sindacale della Cgil.

Ex sindaco di Bologna, sindacalista di lungo corso, ora europarlamentare. Un curriculum che non ha bisogno di presentazioni. Ma che cos’è l’Europa per Sergio Cofferati? Che tipo di Europarlamentare si definirebbe?

“Credo che la dimensione europea sia stata per molti anni sottovalutata sia dalla politica che dalla politica che dalla comunicazione. Dietro il famigerato “ce lo chiede l´Europa” ci sono invece dinamiche e contrasti politici e istituzionali. Questa premessa per dire che per me l´Europa è innanzitutto uno spazio politiche e le istituzioni europee sono un luogo di dialettica e decisione su cui tutti dobbiamo consapevolmente investire di più. In questi cinque anni in Parlamento ho cercato di portare l´esperienza accumulata negli anni, ma mi sono dedicato all´attività con la pazienza necessaria per chi si approccia ad un lavoro nuovo, vale a dire essenzialmente con la voglia di imparare ed approfondire le questioni, oltre che di battersi per le cause che si ritengono giuste.”

La Sua opinione sul nuovo Governo Renzi. Da Europarlamentare e, soprattutto da cittadino italiano, crede che il nuovo Premier riuscirà a varare le riforme anti-crisi che tutti ci attendiamo? Soprattutto sul tema lavoro. Quali sono per Lei le priorità più stringenti?

“Lo spero e credo che dobbiamo sperarlo tutti per il bene del paese. Credo che la priorità assoluta debba essere quella di far riprendere a crescere l´economia e creare nuova occupazione. Da una fase di recessione come quella che stiamo vivendo si può uscire soltanto intervenendo sulla domanda interna e con un piano di investimenti strategici che rilanci l´occupazione.“

Il suo primo mandato al Parlamento Europeo volge al termine. Come giudica quest’esperienza europea? In poche righe, cosa è stato fatto e cosa, invece, occorrerà fare in futuro. I suoi successi più grandi?

“La prima esperienza in Parlamento Europeo è stata molto densa e carica di interesse e lavoro. Ed è un lavoro a cui mi piacerebbe dare continuità, infatti sono candidato nelle liste del Partito Democratico del collegio Nord-Ovest. In questi cinque anni molto è stato fatto, ed è complicato riassumere tutto in poche battute. Se dovessi però scegliere le due cose più significative, una è senz´altro l´incarico come Coordinatore del gruppo dei Socialisti e Democratici nella Commissione straordinaria che il Parlamento aveva istituito sul tema della crisi finanziaria, economica e sociale, dove siamo riusciti ad avanzare proposte importanti, come quella degli Eurobonds o della Tassazione sulle Transazioni Finanziarie. La seconda è stata l´approvazione della Direttiva sui lavoratori stagionali provenienti da paesi terzi per la quale sono stato uno dei relatori del Parlamento. Abbiamo ribadito e definito bene, nonostante le resistenze di molti governi nazionali, una effettiva parità di trattamento tra tutti i lavoratori, al fine di evitare una continua e lacerante competizione al ribasso.“

Lo scorso 21 Febbraio presso il Teatro Franco Parenti è andato in scena il ReACT4Economy “Nuovo Lavoro, nuovi lavori, tutelare il futuro, promuovere la crescita”, evento organizzato dall’Ufficio d’Informazione a Milano del Parlamento europeo. In quell’occasione, a proposito di crisi economica, Lei ha dichiarato che: “La crisi che ha travolto in questi anni le economie europee ha dispiegato effetti sociali gravissimi. Le giovani generazioni sono quelle che stanno pagando e che rischiano di pagare anche in futuro il prezzo più alto. Le risposte anti-crisi non possono che arrivare dall’Europa, ma occorre un cambio di rotta netto nelle politiche che rompa la liturgia dell´austerità e riattivi al più presto tutte le leve per la crescita”. Qual è la Sua opinione in merito al precariato giovanile? Come si inverte questo trend?

“In tutta Europa il precariato giovanile è oggi diffuso a livelli più che preoccupanti. La crisi inevitabilmente ne ha accentuato gli effetti ed i livelli di disoccupazione giovanile sono oggi assolutamente allarmanti. In Italia questo fenomeno si manifesta in maniera ancora più accentuata. Tutte le cosiddette politiche di flessicurezza nel nostro paese hanno consistito in proliferare di tipologie contrattuali, senza che questo di per sé portasse un posto di lavoro in più, ma solo meno diritti e meno garanzie per il futuro per chi si affaccia sul mondo del lavoro. Credo che oggi occorra trarre un bilancio di questi anni ed invertire la tendenza, ridando al lavoro quella dignità che merita. L´Europa può fare molto su questo terreno.”


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