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29 maggio 2014

Università in crisi: l’università di Renzi secondo Nichi Vendola

Nichi Vendola

Università in cirisi: Università Italiana e mercato del lavoro tra riforme, crisi economica, precariato e disoccupazione giovanile: sintomi, cause, prospettive nella lettura dell’On. Nichi Vendola.

Università In crisi

Università In crisi

Dall’Ocse segno meno per nuovi iscritti all’Università laureati, dottorati, docenti. Istruzione e lavoro a passo di gambero.

Il punto del Presidente nazionale di SEL, Nichi Vendola, “dall’Università alle grandi sfide dell’era Matteo Renzi”.

“È con una diversa politica che potremmo diventare un paese per i giovani. E per una relazione dinamica, non contrapposta, tra le diverse generazioni.”

Gran parte delle cifre riportate nei dossier era nota da tempo agli addetti ai lavori, non altrettanto all’opinione pubblica. Intanto la crisi dell’Università si conferma la carta di tornasole della più generale crisi del paese, in cui il confine tra difficoltà strutturali e programmatiche sembra ormai definitivamente scomparso. Un immobilismo endemico, che investe l’intero comparto dell’istruzione pubblica che continua a soffrire per l’insufficienza dei mezzi e per la cattiva allocazione di alcune risorse, ma anche per l’assenza di politiche capaci di contenere e prevenire la desertificazione progressiva dei saperi. Al Governo Renzi, dopo il trionfo elettorale delle Europee, l’onere di meditare su un quadro mai così raggelante.

Università Italiana tra crisi e svalutazione delle lauree

Università in crisi e svalutazione lauree

Università in crisi e svalutazione lauree

Nerissima la cartella clinica degli atenei delle università italiane che continuano ad attirare titoli e commenti, facendo registrare un calo nelle iscrizioni di oltre 58mila solo nell’ultimo decennio. Nella fascia d’età compresa tra i 24 e i 34 anni, i laureati sono il 21%, rispetto ad una media Ocse del 38%. Peggio di noi solo Turchia, Brasile e Cina. Non solo. Se nel 2009 la spesa per l’università in rapporto al Pil ci collocava al 32° posto su 37 paesi monitorati dall’Ocse, oggi l’Italia è 34esima su 36. Solo il 19% dei 30-34 enni ha una laurea, contro una media europea del 30%. Il 33,6% degli iscritti è fuori corso mentre il 17,3% non fa esami.

Università in crisi dai laureati ai dottorati in calo

Rispetto alla media Ue, l’università in Italia chiude l’ultimo anno solare con 6 mila dottorandi in meno. L’attuazione della riforma del dottorato di ricerca all’università disposta dalla fu Riforma Gelmini è ancora al palo e il 50% dei laureati segue i corsi di dottorato senza borsa di studio. In solo sei anni il numero dei docenti è crollato di ben 22 punti percentuale. Ma a preoccupare è lo stesso rapporto studenti/docente delle nostre università: inchiodato al 18,7% contro una media Ocse di 15,5. Dato da addebitare alla forte limitazione imposta ai contratti di insegnamento ordinario (FFO).

Università Italiana e disagio occupazionale giovanile

Crisi Università Italiana

Crisi Università Italiana

Choc generazionale confermato dal XVI Rapporto sull’università Italiana, diffuso dal consorzio interuniversitario AlmaLaurea, che anche quest’anno ha fotografato la situazione occupazionale dei giovani dottori a 12 mesi dalla fine degli studi: a un anno dal conseguimento del titolo, insomma, il tasso di disoccupazione tra i laureati triennali è lievitato, rispetto al 2013, di oltre 4 punti percentuale, scattando dal 23% al 26,5%.

Più contenuto, invece, l’aumento della disoccupazione tra i laureati con titolo magistrale.

Università Italiana e disoccupazione post-università: la crisi dei laureati

Ad offrire una sponda alla febbre di occupazione di tanti laureati, rimangono così i soli lavori senza contratto o con contratto atipico. Con l’apprendistato che declina a contratto “truffa”, sottopagato e squalificante. La stabilità non va più di moda, è un motivetto che non s’usa più: tra i laureati triennali solo il 26,9 % ha un contratto a tempo indeterminato. Le percentuali recitano: 25,7% per i magistrali e 12,6% per quelli del ciclo unico. Per una contrazione, rispetto alle rilevazioni 2008, di 15 punti percentuali: 8 per i magistrali e 5 per gli ex studenti dei corsi a ciclo unico. Nell’analisi si registra poi un aumento del 5% in 5 anni degli impieghi senza regolamentazione, mentre il nero tocca 8 laureati su 100 per quanto concerne i triennali, 9 su 100 tra i magistrali e 13 su 100 tra coloro che hanno conseguito una laurea a ciclo unico. I laureati dell’università italiana abbracciano sempre più facilmente lavori poco qualificati, segno che l’efficacia del titolo, che dovrebbe misurare la richiesta della laurea per il lavoro svolto e l’utilizzo delle competenze acquisite durante l’iter accademico, ha ormai perduto ogni significato sostanziale. Meno lavoro e per di più precario e sottostimato: rispetto all’anno scorso, calano dal 5 al 2% le retribuzioni dei “nuovi occupati”. Un laureato fresco di assunzione percepisce oggi poco più di 1000 euro al mese (1038 i magistrali e 970 i laureati a ciclo unico).

Nichi Vendola

Nichi Vendola

Amante della lettura e della scrittura, giornalista, ex Vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Presidente nazionale di Sel, Presidente della Regione Puglia.

Un curriculum che non ha bisogno di presentazioni. Parliamo ovviamente dell’On. Nichi Vendola, col quale abbiamo provato a fare il punto sul complesso binomio università – lavoro, inquadrandolo nel controverso “scenario Renzi” per esplorarne più compiutamente possibilità e limiti.

Una domanda mai banale: cos’è la politica per Nichi Vendola? Che tipo di politico si definirebbe?

“La politica è per me la incessante passione di cambiare il mondo e di poterlo fare con gli altri, giorno per giorno. È l’orizzonte di una speranza che produce valori, di giustizia sociale e di libertà, che si intreccia con la vita di ogni singola persona come della collettività. Oggi siamo dentro un lungo declino proprio per l’assenza di quest’idea di politica e corriamo il rischio di mettere in discussione, perdendola, la nostra civiltà, quella che ha saputo tenere insieme, nei suoi punti più alti, i diritti sociali con i diritti umani e il principio di libertà degli individui. Contrastare questo declino, costruire il cambiamento, questa è la politica per la quale non smetterò di lottare.“

Le recenti elezioni Europee 2014 hanno dato ragione al PD e a Renzi. Cosa dobbiamo aspettarci ora? Il Premier riuscirà a realizzare le riforme che tutti ci attendiamo (es Decreto Poletti-Riforma del Lavoro)? Quali sono secondo Lei le priorità più stringenti?

“Dal punto di vista politico nutro molte riserve sulla direzione di marcia del nuovo governo e su quello che chiamerei il merito, i contenuti, del cambiamento necessario e urgente. Da due fondamentali punti di vista. Il primo riguarda la qualità, la sostanza, il segno delle riforme di cui parliamo. Se metto insieme la cosiddetta riforma del Senato con la nuova legge elettorale vedo un arretramento rispetto ad alcuni fondamentali principi costituzionali, di bilanciamento dei poteri istituzionali e del rapporto tra rappresentanza e governabilità del Paese. Se guardo al recente decreto sul lavoro constato un altro passo indietro verso quell’idea di precarizzazione che ha tolto stabilità al lavoro e dignità ai lavoratori, come indica ormai persino, autocriticamente, l’Ocse. Si condanna un’intera generazione di giovani alla precarietà eterna.L’ossessione di Renzi è la velocità del cambiamento, non la sua qualità e direzione. E ciò riconduce alla seconda riserva di fondo. Com’è possibile portare questo Paese verso il cambiamento governando insieme a quelle stesse forze politiche che l’hanno, in questi decenni, ridotto nelle attuali condizioni, tra le peggiori in tutta Europa?”

Parliamo dell’Università in crisi e dello choc generazionale. Il nostro paese spende per l’istruzione – scuola e università – solo il 9% del totale della spesa pubblica, mentre la media dei paesi industrializzati si attesta al 13%. Siamo penultimi, al 31° posto su 32 (dati Ocse). Qual è la sua opinione in merito alla Crisi dell’Università italiana e alla desertificazione dei saperi? Dove ricercare le cause?

“La questione del sapere, dunque della formazione, della qualità e del diritto allo studio nella nostra Università è speculare alla questione del lavoro. Insieme formano la medaglia su cui si rispecchia un intero Paese, si misura la scommessa di futuro di intere generazioni. È vero, siamo agli ultimi posti, da alcuni decenni, nelle graduatorie internazionali e già questo ci dice che abbiamo dissipato un patrimonio. Come hanno risposto alla crisi gli altri Paesi europei? Aumentando gli investimenti per l’istruzione, la ricerca, l’innovazione. Noi No. Se penso che la Germania investe ogni anno 2,8 miliardi di euro per il diritto allo studio e l’Italia 450 milioni, se penso che gli studenti francesi beneficiari di borse di studio sono più di 600mila mentre in Italia a malapena raggiungono i 115mila, mi viene da piangere. E pensare che il nostro sistema scolastico di base ha costituito per un lungo periodo una sorta di modello per tante realtà europee che l’hanno studiato e applicato. Oggi assistiamo ad un collasso di scuola ed Università. Devo dire che esso non riguarda soltanto la “struttura” e l’organizzazione del sistema del sapere. Ma è la stessa qualità del sapere, sempre più sottoposto ad una frammentazione disciplinare che lo scompone e lo settorializza.”

“Negli anni della crisi – ha affermato – le università sono state considerate come spesa parassitaria. E invece è la rivelazione della nostra povertà culturale. Investire in cultura e formazione è la prima regola quando c’è la crisi.” A pagare lo scotto più doloroso in molti casi è stato il nostro Sud e le nostre università. Esiste un pregiudizio anti-meridionalista sui nostri atenei?

“Il progressivo disimpegno dello Stato verso l’università ha riguardato l’intero Paese, da Nord a Sud. E ha coinciso, guarda caso, con una concezione che ha imposto anche al sapere in quanto tale la logica del profitto, piegandolo a merce del mercato. In un volgere breve di tempo la metamorfosi negativa si è compiuta, trasformando scuole ed università in aziende, gli studenti in clienti e i docenti in manager: una commercializzazione del sapere e della cultura. La qualità dell’insegnamento, il ruolo strategico della ricerca, sono stati trascurati e dimenticati. È evidente che qui le università del Mezzogiorno rischiano un’ulteriore marginalizzazione, giocata sul fatto di compromettere il futuro di una generazione di ragazze e di ragazzi che incontrano ostacoli talvolta insormontabili al loro percorso formativo. I pregiudizi ci sono. Ma il Mezzogiorno ha le risorse umane, intellettuali, creative, per contrastarli e vincerli. Occorre vedere l’università posta in una virtuosa sintonia con il proprio territorio, con le potenzialità che si possono mettere in campo, mai isolata nella propria autoreferenzialità. Ma proprio da questo binomio università – città può rinascere la speranza di uno sviluppo nuovo, inedito, del nostro Sud.”

Università in crisi, che sempre più spesso fa rima con disoccupazione. Come Lei ha più volte ribadito “la disoccupazione giovanile è una tragedia economica, sociale ed umana di massa. Serve una strada nuova rispetto a quella seguita da questo governo, fatta di equità e giustizia sociale.” Qual è la Sua opinione rispetto al precariato giovanile e alla crisi del mercato del lavoro? Come dovrà muoversi Renzi a livello europeo?

“La precarietà parte dal lavoro e invade ben presto la vita intera di chi la subisce. In questo senso essa è sempre precarietà esistenziale, poiché amputa proprio a partire dal diritto negato al lavoro stabile la possibilità di organizzare e talvolta addirittura di pensare la propria vita in una dimensione del tempo futuro. Ancora oggi che persino istituzioni come la Banca d’Italia e l’Ocse sottolineano l’inefficacia persino economica e produttiva della forma precaria di lavoro, ci si ostina a perseguire in questa direzione, come nel caso del decreto sul lavoro del governo. La questione del mercato del lavoro quando viene ridotta a questione delle sue sole regole, senza alcuna strategia di fondo, diventa l’alibi per arretrare sul campo dei diritti di chi lavora. È quello che è avvenuto e che sta avvenendo. Il mercato del lavoro non ha in sé alcun senso se non si pone mano ad una diversa risposta della crisi, una risposta che mette al centro una nuova idea di Europa, un’altra Europa, nella quale si concentrino investimenti pubblici per una crescita e per una domanda sostenibile, insieme a una politica comune del fisco, del welfare, alla lotta alla corruzione economica, per una riconversione ecologica del nostro modo di produrre e di consumare, per una politica che limiti il potere oligarchico della finanza.”

 


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