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6 giugno 2014

Fabio Giallombardo racconta La Bicicletta Volante

Fabio Giallombardo

Fabio Giallombardo, autore del libro “La bicicletta volante” si racconta in un’esclusiva intervista

Fabio Giallombardo

Fabio Giallombardo

Non solo una storia. Non solo un romanzo.

La bicicletta volante di Fabio Giallombardo è molto di più: un susseguirsi di vive emozioni che, attraverso le vite dei protagonisti, giungono direttamente sulla pelle del lettore.

In ogni pagina di Fabio Giallombardo la fotografia in bianco e nero di una Palermo che non perdona. In ogni capoverso, l’incipit per un nuovo colpo di scena. In ciascun capitolo, un racconto incalzante e avvincente dove scene d’amore, di dolore, di conflitto, e soprattutto di speranze, si alternano in una trama appassionante e senza tempo.

Un romanzo quello di Fabio Giallombardo che scatta nitida un’istantanea del “sistema”, che a Palermo da sempre si è fatto storia. Il racconto di una famiglia che in quel contesto annega, ma che anela rivalsa e assoluzione attraverso Gaspare, il protagonista della storia, figlio “adottivo e ignaro”, sia di nome che di fatto, di quel mondo che non perdona, chiamato Mafia.

In “La bicicletta volante” di Fabio Giallombardo un continuo gioco di contrapposizioni: la ricchezza e la povertà, la Palermo da cui scappare e una Milano che accoglie silenziosa, la paura di ogni istante e il coraggio di riconquistare il proprio Tempo, la vita che passa e soprattutto la morte che arriva e, che egoisticamente, uccide.
Un romanzo tutto da leggere, raccontato, a parere di chi scrive, con grande maestria da Fabio Giallombardo attraverso uno stile unico: elegante e mai banale, ricercato, ma al tempo stesso pregno di incursioni dialettali.

Fabio Giallombardo, autore de “La bicicletta volante”, racconta a Controcampus i retroscena della sua storia e i segreti di un romanzo che già mostra tutti i “sintomi” del caso letterario italiano.

La Bicicletta Volante di Fabio Giallombardo

Come nasce l’idea de “La bicicletta volante”? L’idea nasce dalla trasfigurazione letteraria di un’esperienza vissuta: quando avevo sedici anni mia madre, che frequentava il Coordinamento antimafia e che bazzicava coi quei parroci di frontiera che avevano scelto di vivere nei quartieri a rischio di Palermo, mi chiese di dare una mano per una settimana ai volontari di Sant’Ippolito, in pieno quartiere Capo, perché tre ragazze avevano dato forfait all’ultimo momento. Ci andai svogliatamente, ero un ragazzino timido e un po’ scontroso, ma fui subito conquistato da quel mondo, dal brulicare di quell’umanità primitiva, dalla vitalità di ragazzini che non avevano avuto niente dalla vita eppure la amavano molto più di me. Da allora non li lasciai più e la mia attività di volontario al Capo durò tredici anni: vidi crescere quei bambini, li vidi diventare uomini. Costituii un gruppo di volontari che era ideologicamente composito (c’erano ragazzi di sinistra, di destra, atei, agnostici, cattolici…) e lavorammo in molti altri quartieri (Borgo Vecchio, Kalsa, Ballarò), ma solo al Capo continuativamente dal 1989 al 2002, nonostante nel frattempo il parroco fosse cambiato e quello nuovo (che nel romanzo ho ribattezzato col nome fittizio di Don Bartolomeo) ritenesse curiosamente che l’attività di parrocchia consistesse solo nell’espletare funzioni di tipo pastorale e non dovesse avere ingiustificate implicazioni sociali: imparammo a fare anche a meno dell’appoggio della parrocchia. Con lo stesso gruppo andammo anche in “trasferta” a fare colonie estive a Napoli, Catania, Vittoria e Reggio Calabria, appoggiandoci alle strutture delle suore di Madre Teresa di Calcutta, le uniche che non ci fecero mai mancare il loro aiuto. L’attività consisteva nel togliere i ragazzi dalla strada attraverso il gioco, esplorando tramite attività ludiche le loro risorse simboliche; poi, una volta ottenuta la loro fiducia, cercavamo di provvedere ad un’alfabetizzazione di base, di cui la scuola pubblica in quei quartieri non riusciva prendersi minimamente carico. Nel romanzo tutti gli episodi della prima sezione, sono tratti da storie vere, non c’è nulla di inventato; naturalmente, trattandosi di vicende delicatissime e a tratti scabrose, i nomi e le date sono stati cambiati, quando non addirittura stravolti.

Un lettura emozionante che racconta senza mezzi termini, anche se in forma romanzata, del “sistema” negli anni ‘90, delle criticità della nostra bella Sicilia e dei problemi che da sempre affliggono Palermo. Se Fabio Giallombardo dovesse scrivere il prosieguo della storia e contestualizzarla ad oggi, cosa cambierebbe? I bambini di strada che conobbi nei primi anni 90 sono molto più simili ai personaggi dei romanzi di Pasolini che ai ragazzi di oggi: anche i poveri, i cosiddetti “disagiati” di oggi, vivono in un perenne stato di minorità, vogliono conformarsi alle mode che intravedono sui media e su facebook vivono di insicurezze ed ansie da prestazione: vorrebbero insomma in cuor loro essere borghesi, ma non ne hanno la possibilità; e ormai non sono troppo diversi tra loro, che vivano a Siracusa o a Bolzano. I ragazzi i strada della Palermo di allora invece erano fieri del loro stato ferino, avevano una fame d’appartenenza che la mafia spesso usava per farne la manovalanza, ma se riuscivi ad entrare in rapporto di fiducia con loro scoprivi che erano affettivamente prorompenti, avevano una purezza spirituale che strideva con gli ambienti degradati in cui vivevano; e non erano minimamente interessati ai vestiti firmati e a tutti gli altri gadget che fungevano e fungono da ideologemi della borghesia. La seconda parte del romanzo forse descrive molto meglio l’indistinta palude della società odierna, che a Palermo come a Milano, si è trasformata in una grande melassa che non ha risolto i vecchi problemi della corruzione e della connivenza, ma ha dato un colpo di vernice mediatica spersonalizzante a tutta l’odierna società.

La storia di una città, il racconto di una famiglia, un romanzo che è un inno all’amore, alla passione, all’amicizia. Cos’altro ancora per l’autore de “La bicicletta volante”? Tutte queste cose insieme ed in più uno scavo interiore, che ho cercato di fare dentro me stesso, sul concetto di famiglia, nel senso esistenziale ed antropologico del termine: nel romanzo si contrappongono due famiglie, una ricca e colta, l’altra rozza ed ignorante. Ma i due prototipi a dispetto delle apparenze, si assomigliano tantissimo perché entrambe le famiglie impongono ai propri componenti di non avere una morale individuale, ma di aderire acriticamente a quella del gruppo: è ciò che l’antropologo Banfield chiama “familismo amorale” e porta gli individui a non rendersi conto che stanno subendo soprusi insostenibili, siano gli incesti e gli stupri nel quartiere degradato o il riciclaggio di denaro sporco dei colletti bianchi, poco cambia: è la morale familista che rende cieco l’individuo; ecco io credo che in Italia il vero grande nodo antropologico sia questo: salvare l’idea di famiglia, che a tutti gli effetti ci conforta e ci identifica, senza che gli individui che ne fanno parte siano costretti a rinunciare al senso critico, la loro facoltà di dissociarsi da tutte le famiglie e da tutte le cupole che hanno rovinato il nostro paese. E questo per me, come si capisce bene leggendo il libro, non può che passare per la costruzione di una famiglia elettiva, che non rinneghi necessariamente, ma che integri e sorvegli quella di sangue.

Quando hai iniziato a scrivere il romanzo avevi già in mente come tessere la trama e il finale o è stato tutto un fluire pagina dopo pagina? Quando ho iniziato a scrivere non pensavo minimamente alla pubblicazione! Ho iniziato a buttare giù il diario di Gaspare, come una specie di sfogo personale; poi ho provato a regredire, come direbbe Verga, ad uno stato di semi alfabetismo per scrivere il diario di Rosalia: ero da poco andato via dalla Sicilia (vivo a San Benedetto del Tronto, nelle Marche) e quello era un modo per lenire la nostalgia, per recuperare alcuni pezzi di vita dal pozzo della memoria. Solo un paio di anni dopo ho cominciato ad intessere una trama complessiva, ad immaginare anche la sezione milanese del romanzo e a ricavarne una prima stesura. Un paio di anni fa il prezioso consiglio di due intellettuali, il palermitano Roberto Alajmo e il milanese Cristiano Abbadessa, mi hanno aiutato a rendere il romanzo più fruibile per il pubblico, nella versione che adesso si può comprare il libreria.

Perché l’epigrafe dedicata a Sciascia? C’è un motivo particolare? Leonardo Sciascia, insieme a Gesualdo Bufalino, sono gli autori che più ho amato: da ragazzino li vedevo bazzicare per la mia città, per la mia isola, quindi rappresentano la mia paternità letteraria elettiva. Nello specifico una citazione così pessimista e algida, insieme al finale del romanzo che una lettrice han definito “un pugno nello stomaco” servono a dire a chiare lettere che di pagliacci, ballerine, nani in Italia ne abbiamo abbastanza: non è rassicurando il pubblico con lieto fine in stile rai fiction che si risolvono i problemi. I problemi si affrontano guardando la realtà dritta negli occhi: e se, parafrasando l’allegorismo sbiasciano, il gallo che avrebbe dovuto svegliarci, è stato assassinato dalla faina, non dobbiamo girarci dall’altra parte e dormire!

Se avessi “quella” moleskine, oggetto chiave del romanzo e che conduce il lettore verso la scoperta della storia, e potessi riempire quelle pagine vuote, cosa scriveresti col senno di poi? Lo lascerei vuoto, esattamente com’è nel romanzo: credo molto nel potere ermeneutico della letteratura e spero, cosa di cui ho già avuto conferma da parte di molti lettori, che ciascuno lo riempia con la propria coscienza civica e con la propria fantasia rigenerante: mi piacerebbe che ciascun lettore, concluso l’avventura della lettura del mio libro, dicesse: ed ora? Come posso continuare a tracciare il destino di questi personaggi nella mia vita?

Molti hanno scoperto Fabio Giallombardo con “La bicicletta volante”. Il romanzo, però, non è di esordio. Cosa è possibile leggere dell’autore? Per me è come se fosse un vero e proprio esordio, perché per la prima volta riesco trovare un equilibrio fra urgenza interiore e efficacia comunicativa. La cosa in passato mi era successa solo con brevi racconti, che sono tuttora in commercio: “Uomo cane” che raccoglie alcune suggestioni sul mistero della scomparsa di Majorana (AVV Un sogno dentro un sogno, Edizioni I sognatori 2008) e “La gazzella”, che racconta il dramma esistenziale e calcistica del meno noto fra i due dei cugini Schillaci, recentemente apparsa nella racconta “Racconti mondiali”, Autodafé edizioni, 2014. In entrambe le novelle, come nel romanzo, la Sicilia si fa metafora dell’esistenza, del senso del destino, della bellezza e delle miserie del nostro paese. Perché, come dice Bufalino, la Sicilia non è un’isola, ma un continente.

“La bicicletta volante” sta ottenendo buoni risultati in termini di critiche e vendite. Lecito chiederti: a quando il prossimo? C’è già qualcosa che bolle in pentola? Guarda è una domanda che mi hanno rivolto in molti recentemente e mi fa tantissimo piacere, perché vuol dire che il romanzo ha colpito nel segno, ha creato sete e fame di letteratura, nonostante l’assenza del lieto fine. Tuttavia le decine di lettere che mi arrivano quotidianamente da parte di lettori che lo hanno letto ed amato mi rende incapace per ora di pensare anche lontanamente di scriverne un altro: Montale diceva che lo scrittore deve rincantucciarsi in un anfratto di solitudine per potere creare qualcosa che abbia un valore e poi avere il coraggio di sottoporlo al giudizio del mondo. Ecco, io per ora sono meravigliosamente tartassato da questo feedback ed intendo godermelo tutto. Sicuramente più avanti tornerò nel cantuccio segreto della solitudine.

Dove è possibile incontrare l’autore per firma copia e/o presentazione de “La bicicletta volante”? In questi giorni sono a Milano, dove il libro verrà presentato ben due volte in seno al Festival della Letteratura (venerdì 6 giugno ore 21.00, presso Biblioteca Chiesa Rossa, via San Domenico Savio 3 e poi sabato 7 giugno ore 15.30, presso Alzaia di Naviglio Pavese, 16)
Poi a luglio presenterò il romanzo in Sicilia, il 19 a Bagheria (presso libreria “Interno 95, ore 18), e il 23 a Palermo (presso libreria “Broadway” in via Rosolino Pilo, ore 18).
Per tutti quelli che non possono essere fisicamente presenti alle presentazioni c’è la possibilità di mettersi in contatto con me tramite facebook, come già hanno fatto in centinaia: la pagina dedicata al romanzo, che io visiono ogni due tre giorni, è questa fan page. Mi fa piacere ricevere le impressioni di tutti e a tutti cerco di rispondere in breve tempo perché, come dicevo prima, la sensazione più bella per uno scrittore è ammirare l’anima della propria creatura di carta che prende vita nella vita degli altri.

La Bicicletta Volante di Fabio Giallombardo: trama

Trama de “La bicicletta volante”. La Palermo dei primi anni novanta, dove, accanto alla decadente magnificenza delle ville gattopardesche brulica l’infima miseria dei ghetti, tra il degrado e l’oppressione, la prostituzione e l’incesto. Poi l’approdo alla terra promessa della ricca Milano del nuovo millennio, che diventa speranza di rinascita, fede nel riscatto, ma anche il luogo dove i fantasmi del passato riaffiorano intatti, ancora più subdoli e minacciosi.

La lettera d’amore di Gaspare Traina al proprio figlio Salvatore apre un baratro sulla storia italiana degli ultimi venti anni, sugli intrecci tra mafia e politica, sul rapporto fra il riciclaggio del denaro e gli affari nella sanità. Una lettera che diventa il racconto di una saga familiare intrisa di passione e paura, di disperazione e gioia di vivere, dove la primitiva semplicità del gioco del calcio si fa metafora di un’utopia possibile, di uno slancio vitale attraverso cui tentare di sfuggire a un sistema tentacolare.
Un romanzo dalla narrazione avvincente, in cui, nella trama come nello stile, l’alto e il basso si mescolano fino a confondersi, non più distinguibili e fra loro complementari. Come nella vita.

La Bicicletta Volante di Fabio Giallombardo: scheda tecnica

  • Titolo: La bicicletta volante
  • Autore:Fabio Giallombardo
  • Anno: marzo 2014, pp. 180, € 15,00
  • isbn 978-88-97044-40-6
  • Casa editrice: Autodafé edizioni

Pasqualina Scalea


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