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16 novembre 2014

Univr: oltre il decent work, condizioni e percorsi verso la qualità del lavoro e della vita lavorativa

Università degli Studi di Verona – Oltre il decent work. Condizioni e percorsi verso la qualità del lavoro e della vita lavorativa

Lavoro

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Il cambiamento nelle condizioni e dimensioni del lavoro al centro del dibattito della giornata di studio a Scienze Giuridiche

“Oltre il decent work. Condizioni e percorsi verso la qualità del lavoro e della vita lavorativa”. Ne hanno parlato giuristi, sociologi ed economisti che oggi, venerdì 14 novembre, nel palazzo di Scienze Giuridiche di via Montanari, si sono confrontati sul tema del lavoro e su come esso sia cambiato negli ultimi anni, alla luce delle recenti riforme e della crisi economica che ha colpito il nostro Paese. La giornata di studi è stata organizzata dal dipartimento di Scienze giuridiche e dal dipartimento Tempo spazio immagine società dell’università di Verona.

I recenti cambiamenti normativi e organizzativi hanno prodotto e stanno ancora dando vita a nuove e diversificate condizioni di lavoro e di vita lavorativa, che sempre più investono direttamente la vita delle persone al lavoro. La giornata di studi è stata l’occasione per mettere in evidenza alcune tendenze nel cambiamento della qualità del lavoro e della vita lavorativa, che riguardano l’Italia e più in generale i paesi europei secondo le più recenti indagini condotte da Eurofound e Isfol.

Dati sulla situazione in Europa secondo l’indagine Eurofound:

  • il miglioramento in generale degli aspetti fisici dei luoghi di lavoro, ma la persistenza di lavori che implicano una certa fatica fisica legata alla postura, ai movimenti e posizioni lavorative, che investe oltre il 50% dei lavoratori europei;
  • l’incremento dell’intensità e discontinuità dei ritmi di lavoro: un lavoratore su quattro a livello europeo dichiara di lavorare con tempi stretti di lavoro e con scadenze ravvicinate; ritmi spesso determinati da scelte organizzative e dal rapporto con i clienti;
  • circa la metà dei lavoratori europei afferma di trovare una diretta corrispondenza fra le competenze possedute e quelle richiesta dal lavoro svolto, mentre un 35% di avere più competenze di quelle richieste e un 15% di averne meno;
  • a sostenere di non svolgere compiti ripetitivi è circa il 60% dei lavoratori europei e poco più della metà afferma di svolgere un lavoro che non implica compiti monotoni; un dato comunque che va evidenziato è che per quanto riguarda la complessità del lavoro, e i contenuti professionali, sempre più di assiste ad una polarizzazione dei contenuti del lavoro, con gruppi di lavoratori ad alta e bassa qualifica che si distanziano fra loro;
  • circa il 20% dei lavoratori europei rivela di avere difficoltà a conciliare vita e lavoro, una quota che sta aumentando con l’introduzione dei modelli organizzativi flessibili, e non di rado la componente femminile ricorre alla riduzione dell’orario lavorativo (part time) per trovare una soluzione al doppio carico di attività da svolgere, quello lavorativo e quello domestico e di cura; un riduzione di orario che diventa però penalizzante in termini retributivi, formativi e di prospettive di carriera;
  • sempre a livello europeo è abbastanza elevata la quota di lavoratori tutto sommato soddisfatti del proprio lavoro: poco meno del 60 % è abbastanza soddisfatto e circa il 25% lo è molto.

Dati sulla situazione italiana secondo il rapporto Isfol:

  • per quanto riguarda l’Italia le ricerche rivelano che alla ormai nota e significativa spaccatura fra Nord e Sud del paese, si associano anche rilevanti differenziali retributivi di genere (con le donne penalizzate), uno svantaggio significativo nelle diverse dimensioni della qualità del lavoro (retribuzione, contenuto del lavoro, autonomia, partecipazione, ecc.) dei lavoratori atipici e a part time;
  • un lavoratore su cinque ha un lavoro che prevede turni (tendenza in crescita), soprattutto nei settori pubblici (31%), conseguenza di una dilatazione dei tempi di lavoro
  • si va diffondendo e consolidando la flessibilità oraria, il 56% dei lavoratori può variare l’orario di entrata e uscita, e la durata media della settimana lavorativa in Italia è superiore alla media europea (38,5 ore contro le 37,5; la maggior parte delle persone in Italia lavora dalle 36 alle 40 ore settimanali);
  • si va creando una distanza fra lavoratori mobili a livello orizzontale (job to job) che hanno una scarsa qualificazione professionale (circa il 15% ha cambiato più di 5 lavori, quota in aumento), e lavoratori più immobili (circa la metà), normalmente con un livello maggiore di qualificazione professionale;
  • meno che in altri paesi in Italia si investe nella formazione sul lavoro: nella media europea è il 42% dei lavoratori ad aver partecipato ad iniziative finanziate dal datore di lavoro o autofinanziate, contro il 34,7% dell’Italia; se guardiamo alla formazione on the job in Italia solo il 17,3% degli occupati partecipa a processi di formazione on the job, contro una media europea del 32,2%;
  • fra i lavoratori italiani è significativa la quota di quanti affermano di fare lavori ripetitivi (circa il 70%), con una maggiore presenza di lavori ripetitivi a carico dei lavoratori temporanei (75%)
  • un lavoratore su tre non si sente coinvolto nella valutazione della qualità del proprio lavoro e oltre l’80% afferma di svolgere un lavoro che comporta il rispetto di precisi standard di qualità; dati che rivelano una problematicità dei livelli ai autonomia sul lavoro;
  • piuttosto limitata appare la possibilità di partecipazione ai processi decisionali, e quindi di incidere su strategie e obiettivi (30%), di scegliere metodi e tecniche di lavoro, di programmare le proprie attività, influire sui ritmi di lavoro (40%); mai come in questo caso però si registrano forti ed evidenti differenze legate ad esempio al tipo di settore di attività e alle dimensioni dell’impresa;
  • se la retribuzione media netta mensile è pari a 1.540 euro, si rileva che il 25% degli occupati con le retribuzioni più elevate detiene il 41% del reddito totale dei lavoratori; ciò dimostra un discreto livello di concentrazione delle retribuzioni e quindi una significativa disuguaglianza nella distribuzione dei redditi da lavoro;circa un terzo dei lavoratori occupati italiani dichiara un peggioramento la propria situazione economica nel corso dell’attuale lavoro e un altro terzo un sostanziale miglioramento; un lavoratore su quattro inoltre si aspetta un peggioramento della propria retribuzione;
  • in generale va diminuendo la job security: un lavoratore su cinque esprime la preoccupazione di perdere il lavoro nell’arco dei prossimi dodici mesi, dato che aumenta rispetto alle rilevazioni che sono state fatte negli anni precedenti;
  • i dati dimostrano che gli occupati italiani in molti casi hanno difficoltà a far quadrare il bilancio di fine mese: il 14% dichiara significative difficoltà e il 54% qualche difficoltà.

In generale nella qualità del lavoro si registrano però significative differenze fra Paesi, così come fra settori lavorativi e dimensioni delle imprese. Aumenta la complessità dei modelli organizzativi, ma non sempre la professionalità dei contenuti del lavoro. I lavoratori devono sempre più orientarsi nella complessità delle loro organizzazioni, ma questo non implica per loro necessariamente un maggiore riconoscimento economico o simbolico.

Si sta innalzando il livello di eterogeneità dentro il lavoro, anche all’interno delle stesse imprese, e le differenze sono riconducibili in particolare a scelte istituzionali (normative, regolamenti, sistemi di relazioni sindacali, ecc.) e a scelte organizzative (modelli di produzione di beni e servizi, divisione del lavoro, formazione, ecc.). Questo giustifica la necessità di una lettura del cambiamento facendo convergere approccio giuridico e sociologico, quindi attenzione alla produzione normativa e alle scelte organizzative, che possono creare differenti condizioni di qualità del lavoro e della vita lavorativa.


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