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19 gennaio 2015

Recuperare la vista grazie all’attività celebrale: la ricerca Unitn

Recuperare la vista

Università degli Studi di Trento – Come si adatta il cervello nel recuperare la vista

Recuperare la vista

Recuperare la vista

La riorganizzazione cerebrale dovuta a una lunga deprivazione sensoriale non è completamente reversibile

Oggi, grazie ai recenti avanzamenti della ricerca, è possibile parzialmente recuperare la vista anche in chi è stato cieco dalla nascita.

Tuttavia, un gruppo di scienziati dell’Università di Montreal in Canada e del Centro Mente/Cervello dell’Università degli Studi di Trento, ha scoperto che la riorganizzazione funzionale che ha luogo nel cervello di chi per un lungo periodo ha vissuto una deprivazione sensoriale potrebbe impedire di recuperare la vista completamente.

La ricerca sulla possibilità di recuperare la vista

«Abbiamo avuto la fortuna di studiare un caso raro di una paziente, ipovedente dalla nascita, che in età adulta ha riacquistato la visione in modo repentino in seguito ad un intervento di impianto di una cheratoprotesi, ovvero un trapianto di cornea artificiale, una Keratoprothesis Boston, nell’occhio destro» ha spiegato Giulia Dormal dell’Università di Montreal, che ha condotto lo studio. «Da una parte, i nostri risultati indicano che la corteccia visiva mantiene un certo grado di plasticità – la capacità del cervello di modificarsi in funzione dell’esperienza – anche in una persona adulta ipovedente dall’infanzia. Dall’altra, abbiamo scoperto che, anche a distanza di molti mesi dall’intervento, la corteccia visiva non recupera totalmente il suo normale funzionamento».

Si chiama corteccia visiva quella parte del lobo occipitale del cervello che elabora gli impulsi elettrici provenienti dagli occhi. E’ noto che in caso di cecità la corteccia occipitale diventa sensibile anche agli stimoli provenienti da altri organi sensoriali, come l’udito e il tatto, compensando così la perdita della vista. «Questa riorganizzazione cerebrale, pur importantissima, rappresenta tuttavia una sfida al recupero della vista da parte di chi subisce un trapianto, perché la cortecciadopo essere andata incontro a riorganizzazione – potrebbe non esser più in grado di elaborare gli stimoli visivi», ha affermato Giulia Dormal.

Per capire l’importanza di questo fenomeno, i ricercatori hanno sottoposto la paziente, una donna canadese di 50 anni, ad un serie di test, comportamentali e neurofisiologici. Prima e dopo l’intervento, hanno monitorare i cambiamenti della vista e dell’anatomia cerebrale, così come la risposta cerebrale a stimoli di natura visiva e sonora. Per questo, i ricercatori hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale per registrare le attivazioni cerebrali della donna nel corso dell’esecuzione di alcuni compiti visivi e uditivi e le hanno poi confrontate con quelle di individui vedenti e di ciechi dalla nascita, impegnati negli stessi compiti.

«Abbiamo visto che, prima dell’intervento, presentava una riorganizzazione strutturale e funzionale delle aree occipitali tipica di una deprivazione sensoriale di lunga durata. Quindi, abbiamo dimostrato la possibilità di un parziale ripristino delle precedenti funzioni, in seguito all’acquisizione della vista in età adulta» ha spiegato Olivier Collignon, neuroscienziato del CIMeC responsabile della ricerca. «Dati gli importanti avanzamenti recenti nelle soluzioni tecnologiche che consentono il recupero della vista, questi risultati hanno importanti implicazioni cliniche nel predire l’eventuale esito di un impianto nei pazienti candidati all’intervento».

Lo studio sulla possibilità di recuperare la vista suggerisce che la chirurgia oculare possa avere dei risultati positivi, anche negli adulti con severa incapacità visiva dall’infanzia. Con un importante avvertimento: «Il recupero osservato nella corteccia visiva, in termini di una minor risposta agli stimoli uditivi e un aumento graduale della risposta a quelli visivi e della densità della materia grigia, non è completo» spiega Dormal. «Infatti, a sette mesi di distanza dall’intervento chirurgico, alcune aree continuano a rispondere debolmente agli stimoli uditivi, pur reagendo simultaneamente a input di natura visiva. E proprio in tale sovrapposizione potrebbe risiedere la ragione del fatto che alcuni aspetti della visione, nonostante I miglioramenti graduali, si mantengano al di sotto della norma anche dopo sette mesi dall’impianto».

Duplici le implicazioni cliniche: «I risultati del nostro studio aprono la strada ad un uso clinico sistematico della risonanza magnetica prechirurgica come strumento di prognosi dell’efficacia dell’impianto. Inoltre, aprono la strada anche allo sviluppo di programmi di riabilitazione specifici in seguito ad interventi di recupero della vista», ha commentato Collignon.


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