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10 febbraio 2015

Adozione e Affido, un dibattito internazionale in Università Cattolica

Adozione e Affido

Università Cattolica del Sacro Cuore – Essere figli nell’adozione e nell’affido. Un dibattito internazionale in Università Cattolica sull’Adozione e Affido

Adozione e Affido

Adozione e Affido

Al centro degli interventi e di alcune ricerche presentate nella due giorni di studio è la ricerca delle proprie origini.

Riscoprire il significato di essere genitori e di essere figli è il tema al centro del convegno internazionale Allargare lo spazio familiare: essere figli nell’Adozione e Affido” che si svolgerà il 13 e 14 febbraio in Università Cattolica (aula Pio XI, largo Gemelli 1, Milano, ore 9 venerdì e ore 9.30 sabato), promosso dal Centro di Ateneo “Studi e ricerche sulla famiglia”, in collaborazione con la casa editrice Vita e Pensiero che ha pubblicato l’omonimo volume “Allargare lo spazio familiare: adozione e affido” all’interno della collana Studi interdisciplinari sulla famiglia.

Convegno all’Università Cattolica Adozione e Affido

Di ampio respiro interdisciplinare, il convegno sull’Adozione e Affido presenterà contributi di ricerca a livello nazionale e internazionale sulle tematiche relative all’adozione e all’affido, in particolare al bisogno di cercare le proprie origini, la “doppia nascita” che caratterizza il legame adottivo e quello dell’affido.

Nel corso della due giorni verranno presentate ricerche e studi come quello dell’Istituto degli Innocenti di Firenze che ha rilevato il numero delle richieste di accesso alle informazioni relative alle proprie origini, presentate dai ragazzi adottati negli anni 2009-2011. Lo studio ha preso in considerazione 15 Tribunali per i minorenni che hanno fornito i dati. Sono state presentate 513 domande di accesso alle informazioni sulle proprie origini, di cui 398 risultano concluse nel periodo considerato con il seguente esito: 233 sono state accolte (e quindi sono state trasmesse le informazioni contenute nei fascicoli), le altre rigettate o ritenute non ammissibili perché i genitori risultavano ignoti o non avevano riconosciuto il figlio (117 casi).

A livello giuridico è in corso in Italia un ampio dibattito sulla delicata questione relativa ai soggetti che chiedono di conoscere le proprie origini ma le cui madri al momento della nascita hanno chiesto di non essere nominate. Fino ad oggi questi figli vedevano la propria istanza rigettata, come emerge dalla ricerca. Le proposte di modifica della legge si differenziano tra loro in quanto collocano su posizioni diverse il punto di equilibrio tra il diritto del figlio di avere accesso alle informazioni che riguardano la sua origine e il diritto della donna di poter rimanere nell’ombra. Nella stragrande maggioranza dei casi sono gli stessi adottati a presentare domanda: la motivazione solitamente riportata è relativa al bisogno di conoscere le proprie origini, la propria storia personale nel periodo precedente all’adozione e di sapere qualcosa in più circa le ragioni dell’abbandono.

«Come emerge anche da altre ricerche, ad avviare le pratiche in maggioranza sono donne – commenta Rosa Rosnati, docente di Psicologia dell’Adozione e Affido in Università Cattolica -, spesso a seguito di una transizione familiare e personale significativa (matrimonio, nascita dei figli, morte dei genitori adottivi). Assai più raramente viene indicato il desiderio di conoscere l’identità della madre e quella di avere informazioni su eventuali fratelli. Il bisogno di fondo in questi casi è quello di dare un volto».

Certo è che la ricerca delle origini, come emerge da alcune ricerche e dallo studio longitudinale di Rotterdam condotto da Wendy Tieman (in cui sono stati seguiti nel tempo 3.519 bambini dal momento dell’inserimento in famiglia fino ai 24-30 anni), nella maggior parte dei casi non si innesta in un quadro di relazioni tra adottato e genitori adottivi problematico, anzi. A volte sono proprio le buone relazioni e un dialogo aperto sulle tematiche adottive a “consentire” all’adottato di affrontare anche questo non facile passo.

Ciò su cui convergono le ricerche psicologiche e la pratica clinica è il bisogno dell’adottato di poter trovare nel tempo e con l’aiuto soprattutto dei genitori il filo rosso della propria storia e di poter connettere il presente con il passato, di poter dare parola a ciò che è successo nella sua vita, per poter guardare al proprio futuro. E questo è un percorso squisitamente interiore.

L’importanza e la rilevanza delle relazioni familiari è stata messa chiaramente in luce dalla ricerca longitudinale condotta grazie alla collaborazione tra il Centro d’Ateneo “Studi e ricerche sulla famiglia” e “Il Cerchio”, Centro Adozioni dell’ASL Milano 1, con l’obiettivo di monitorare lo sviluppo del bambino e la costruzione dei legami familiari durante il primo anno di inserimento nella famiglia adottiva. «Sono stati seguiti per un anno tutti i bambini adottati e le loro famiglie, per un totale di 60 famiglie. È una ricerca unica nel panorama nazionale.  Quello che emerge – spiega la professoressa Rosnati – è che a partire da uno svantaggio iniziale, riconducibile alle condizioni sfavorevoli di vita in cui hanno vissuto fino a quel momento (istituzionalizzazione anche prolungata, trascuratezza, e così via), i bambini mostrano un sorprendente sviluppo cognitivo ed emotivo, una volta inseriti in un contesto familiare capace di dare loro cura e contenimento. La ricerca offre una prima panoramica del processo di costruzione dei legami familiari e del loro impatto sulla crescita dei figli: molto sinteticamente, potremmo dire, rende visibile e “misurabile” il fattore famiglia».


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