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11 marzo 2015

Docenti Precari Scuola e Università, fallimento Riforma Scuola per M5s

Docenti Precari a Scuola e all’Università in preda al fallimento della Riforma Renzi, sono queste le accuse mosse dal M5s – Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Ecco le motivazioni

Riformismo renziano: ricercatori e docenti precari allo sbaraglio e riforme a passo di gambero. Crollano posti di dottorato e personale strutturato, mentre aumentano le espulsioni a causa del blocco del turn-over.

Precariato ed Università, chi può fermare la ruota? Il punto dell’On. Luigi Gallo (M5S) sui docenti precari e le critiche al Governo Renzi e alla Buona Scuola e Riforma Scuola 2015

Presente precario e un futuro altrettanto incerto per dottorandi, assegnisti e ricercatori a tempo determinato. Tre figure in cerca di tutela: quale destino per i docenti precari dell’università italiana? Quali risposte ci si aspetta dalla prossima Legge di stabilità? Intanto crescono le sofferenze (economiche e non solo) della nostra università. Dall’Ocse segno meno per nuovi iscritti, laureati, docenti. A Sud i dati più allarmanti.

Chi sono? Quanti sono? Da quali percorsi accademici vengono i docenti precari universitari? Controcampus.it vi accompagna alla scoperta del lato oscuro della nostra Università.

Docenti Precari all’Università: chi sono e quanti sono?

Sono 65.300, sono giovani e forti e sono i docenti precari. “Precari della conoscenza”, precisamente: hanno 35 anni, spesso convivono, ancora più spesso si arrangiano da mamma e papà, senza figli né prospettive di autonomia. Questo l’identikit tipo dei docenti precari all’Università offerto da “Ricercarsi”, lo studio promosso da Flc Cgil, sui percorsi di vita e lavoro del precariato universitario e presentato durante Jobs Map, l’assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori della conoscenza. Le cifre del disastro riportate dai dossier (nazionali e comunitari) erano note da tempo agli addetti ai lavori, non altrettanto all’opinione pubblica. Eppure, a dispetto della scarsa mobilità, sono proprio le competenze a non mancare, ad ulteriore riprova di quanto i nostri docenti precari amino il loro lavoro: il 73% ha conseguito un dottorato (6,2% all’estero – 29,2% in un ateneo diverso da quello di laurea). Moltissimi hanno collezionato esperienze di studio all’estero, il 43% può vantare sia esperienze formative che di lavoro, mentre il 18% del campione ha lavorato in atenei esteri.

Il dramma dei Ricercatori senza Borsa di Studio e dei Docenti Precari

I problemi sono sostanzialmente due: il precariato “in ingresso” (sempre più strutturale) e quel Waiting for Godot che è ormai diventata la stabilizzazione, che per la maggior parte delle nuove leve rischia seriamente di non arrivare mai.

Nell’ultimo anno, come riporta l’ADI, (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani), i ricercatori e docenti precari sono scesi da 33.000 a 13.400, mentre quelli strutturati si sono ridotti solo di 400 unità (passando da 23.800 a 23.400). 20000 docenti precari in meno,  un numero che spesso sfugge alle statistiche ufficiali. Eppure ci si chiede: che fine hanno fatto questi 20000 lavoratori con contratto annuale? Espulsi, allontanati per sempre dal sistema accademico. Motivi?  Due: riduzione dei finanziamenti ministeriali e al blocco del turn-over. Tant’è che l’Adi stima che l’85% degli assegnisti di ricerca odierni non potrà intraprendere la carriera universitaria. Ma a preoccupare è anche un altro dato: la diminuzione delle borse di dottorato ed, insieme, dei posti di dottorato “senza borsa”, conseguenza dell’abbattimento del tetto del 50% che ha prodotto una violenta deregulation negli atenei.

Al peggio non c’è fine? Chiedetelo ai “senza borsa” (che rappresentano oggi un terzo del totale dei docenti precari universitari) che, al contrario dei loro colleghi borsisti, non percepiscono alcuna retribuzione per l’attività di ricerca svolta negli atenei, ma devono, anzi, pagare le tasse universitarie spesso senza alcuna possibilità di accedere ai fondi per la mobilità indispensabili per partecipare a conferenze, incontri a convegni. Senza contare che spesso, per non gravare sulle finanze familiari, i “senza borsa” sono obbligati a svolgere altri lavori per potersi mantenere, il che ovviamente non può che penalizzare la qualità generale del dottorando.

Docenti Precari tra contratti atipici, stabilizzazioni e demansionamento

Ad oggi solo il 50% dei nostri ricercatori può vantare un contratto a termine. Com’è noto, tutto è cominciato nel 2008, anno di approvazione della Legge 133 che ha contingentato le assunzioni a tempo indeterminato in diversi settori pubblici, tra cui l’università. Da lì, l’eccezionale boom di contratti atipici, i famigerati “assegni di ricerca”: i meno costosi ma anche meno tutelati, lettealmente raddoppiati negli atenei pubbliche e quasi quadruplicati in quelli privati. Ma guai a parlare di stabilizzazione. Sempre secondo le stime Adi, meno del 6,7% sono state le assunzioni negli ultimi dieci anni, mentre il 93,3% si è dovuto accontentare di contratti a tempo determinato o di assegni. Il quadro è deprimente. Tanto che in migliaia decidono di gettare la spugna. Il 50% perché non vede rinnovato il contratto, altri perché si vedono negare ogni la possibilità di crescere professionalmente. Ad dire basta sono più le donne degli uomini.

Ed è in questo scenario, in cui arrangiarsi è la regola, che il passo ricercatore a “factotum” si fa sempre più breve. Con le università contentissime di aggiungere mansioni a mansioni, spesso decisamente fuori programma. Succede così che un ricercatore, che dovrebbe fare solo ricerca, si trasforma in jolly delle università: segue le tesi, anche quelle assegnate a altri, insegna ecc.

Numeri impietosi per iscrizioni e lauree. “Sprofondo” Sud.  Un quadro, quello in cui si riflette la condizione dei docenti precari che si inserisce nella più generale crisi del comparto universitario italiano. Nerissima la cartella clinica delle università italiane, che continuano ad attirare titoli e commenti. A far parlare è, soprattutto, il calo nelle iscrizioni: oltre 58mila in un solo decennio. Tra i 24 e i 34 anni, i laureati sono il 21%, rispetto ad una media Ocse del 38%. Peggio di noi solo Turchia, Brasile e Cina. Di più. Se nel 2009 la spesa per l’università in rapporto al Pil ci collocava al 32° posto su 37 paesi monitorati dall’Ocse, oggi l’Italia è 34esima su 36. Il 33,6% degli iscritti è fuori corso mentre il 17,3% non fa esami. Ma a preoccupare è lo stesso rapporto studenti/docente delle nostre università: inchiodato al 18,7% contro una media Ocse di 15,5. In solo sei anni il numero dei docenti è crollato di ben 22 punti percentuale. Dato da addebitare alla forte limitazione imposta ai contratti di insegnamento ordinario (FFO). Il colpo più duro colpo al Sud, dove si contrae del 15% il numero di ragazzi che si iscrive all’università e che, quindi, scommette sulla propria formazione culturale per conquistarsi un futuro migliore di quello attuale.

Tutta la retorica del mondo, insomma, non basta più a spingere nell’armadio lo scheletro del decadimento qualitativo della nostra università e delle vicissitudini dei docenti precari, sempre più carta di tornasole di quella “emergenza culturale” in cui il confine tra difficoltà strutturali e programmatiche sembra ormai definitivamente superato.

Ma oltre i numeri (impietosi) messi in riga da diretti interessati, Governo ed Europa stessa, c’è ancora una via d’uscita? Quale futuro attendei docenti precari, soprattutto alla luce del patinatissimo riformismo renziano?

Come vanno affrontate le sofferenze del nostro sistema universitario, soprattutto al Sud? Lo abbiamo chiesto all’On, Luigi Gallo, membro della VII COMMISSIONE CULTURA, SCIENZA E ISTRUZIONE M5S.

Sei precario, ti tirano le pietre. Oggi come ieri la demagogia del Governo sulla stabilizzazione dei docenti precari dell’università ci appare puntualmente ridicolizzata dalle mancate assunzioni degli stessi. In questi giorni sulla stampa leggiamo che il Governo Renzi si appresterebbe a operare nuovi tagli all’Università per coprire i costi dovuti all’assunzione dei (pochi) docenti precari in Scuola ed Università. Ancora una volta, e in continuità con i suoi predecessori, l’unica ricetta per Università e Ricerca sembrerebbe quella di tagliare fondi. On. Gallo, come fotografa la condizione attuale dei cosiddetti “precari della conoscenza”? L’Università rischia di rimanere terreno di sperimentazioni, spesso regressive, delle politiche del lavoro?

“Mi ritengo un cittadino portavoce alla Camera e non onorevole. Sulla ricerca è importante sottolineare che la riforma Gelmini ha eliminato il ruolo del ricercatore a tempo indeterminato per introdurre due ruoli distinti a tempo determinato, di cui solo il 5% del totale ha potenzialmente accesso alla carriera universitaria. La ricerca è anche messa a rischio dal precariato perchè dopo anni di effettiva ricerca, i docenti precari vengono espulsi dal sistema, costringendo il Paese ha perdere il patrimonio culturale acquisito  da questi ricercatori. A ciò bisogna aggiungere che la formazione del giovane ricercatore ha un costo e i soldi investiti non ritrovano un impiego diretto nell’università ed enti di ricerca. In questo modo costringiamo le nostre giovani menti a portare le loro conoscenze all’estero o a reinventarsi percorsi professionali alternativi a 30/40 anni di età. Un paese che non investe nei ricercatori, non investe nella ricerca e innovazione. Il nostro Paese  in tema di finanziamenti per l’istruzione terziaria ha una minor spesa nel comparto, sia in rapporto al numero degli studenti sia in rapporto al prodotto interno lordo rispetto ai principali paesi europei e dell’area OCSE.  Nel 2010 la spesa per studente in Italia è stata di 9.579,76 dollari in termini di parità di potere d’acquisto (PPA), il 30% in meno rispetto alla media dei paesi OCSE, circa il 40% in meno di paesi come Francia, Belgio e Regno Unito e il 50% in meno dei paesi del Nord Europa e degli Stati Uniti. In rapporto al prodotto interno lordo (PIL), la spesa in istruzione terziaria da noi è pari a circa l’1% al di sotto della media dei paesi OCSE e inferiore a quella di tutti i principali paesi con un trend negativo soprattutto negli ultimi anni. Il Movimento 5 Stelle ha avanzato molte proposte per aumentare il FFO attraverso vari emendamenti e la risoluzione presentata nel maggio del 2013 così come ha chiesto che le risorse da destinare al merito venissero considerate ulteriori rispetto a quelle ordinarie in modo tale da garantire la non riduzione delle già esigue somme del Fondo.”

Il Governo, intanto, dice di fare sul serio e Renzi stanzia 150 milioni di euro annui nella prossima Legge di stabilità. Ma c’è un però: come denunciato da più parti, lo stanziamento coprirebbe solo una parte dei 170 milioni di taglio previsti da Tremonti. Quello che la Giannini non dice, infatti, è che la Legge di Stabilità prevederà un taglio al FFO di 34 milioni per il 2015 e di 32 milioni per ogni anno dal 2016 al 2022 “in considerazione di una razionalizzazione della spesa per acquisto di beni e servizi da effettuarsi a cura delle università”.

Non solo i 150 milioni “stanziati” riguardano solo la “quota premiale”, ovvero la parte destinata agli “atenei virtuosi”. 150 milioni di euro in più andranno, quindi, agli Atenei che non palesano difficoltà “gravissime”, mentre i tagli riguarderanno tutti gli Atenei, anche quelli attualmente più in difficoltà (specie al Sud). Colpi di forbici cui si aggiungono i tagli denunciati dagli studenti di LINK: i 150 milioni di euro tagliati al Diritto allo Studio per finanziare gli 80€ da in busta paga (si rischia di erogare 46 mila borse di studio in meno) e 42 milioni in meno per il Fondo Ordinario Enti di Ricerca Applicata. Un commento.

“Lo abbiamo detto in tutte le sedi e con atti parlamentari. I fondi premiali possono esserci ma da sommare ai fondi ordinari per far funzionare il sistema universitario, quelli che c’erano prima della Riforma Gelmini. Qui ci troviamo il rischio molto concreto che i fondi premiali decretino la morte e la vita degli atenei e ciò è inaccettabile aggravato dal fatto che i parametri di valutazione non sono completi e che si stanno utilizzando dati per la valutazione della qualità della ricerca, che incide sulla quota premiale, risalenti al periodo 2004-2010. Con il sistema dei punti organico, ad esempio, si rischia di penalizzare le università che mantengono un regime di tassazione allo studente basso, come accade per molti atenei del SUD. È necessario, quindi, pensare ad un sistema di finanziamento degli atenei non punitivo, come quello attuale, che elargisce meno finanziamenti agli atenei in difficoltà e che scarica sulle spalle delle famiglie i tagli del Governo, ma ad un sistema che coniughi equità, sostenibilità e merito. Rispetto ai docenti, dal 2008 al 2014 il numero degli ordinari è sceso del 30%, quello degli associati del 17%: in totale il 25% in meno rispetto alla media europea. A fornirci i dati è il Consiglio Universitario Nazionale, che per evitare il collasso-atenei consiglia ventimila accademici in più nei prossimi quattro anni, 14 mila tra associati e ordinari, almeno 9 tra i ricercatori. Le cause del calo dei professori sono già note: la riduzione dei finanziamenti pubblici, il blocco del turnover dei reclutamenti. In tema di risorse e sblocco del turn-over ad ogni decreto il Movimento 5 Stelle ha presentato emendamenti e molti pareri anche in sede di commissione. Proposte mai prese in considerazione. Un altro fronte è la ricerca.  Nel 2012 il programma FIRST (Fondo per gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica) è stato segnato da forti cali: le risorse totali ammontavano a 82.215.518 euro di risorse, con una riduzione del 64% per i fondi PRIN (Progetti di rilevante interesse nazionale) e del 68% dei finanziamenti FIRB (Fondo per gli investimenti della ricerca di base) rispetto alla media 2004-2010.  Bisogna intervenire in modo strutturale con maggior risorse, ma anche un maggior controllo sugli effettivi risvolti per i progetti finanziati dal MIUR. Sono 2 anni che chiediamo criteri obiettivi per la distribuzione di risorse e feedback seri sui progetti finanziati anche in corso d’opera. Ma il governo calpesta le scelte del parlamento gli unici veri eletti dal popolo.”

Non solo i docenti precari, la crisi dell’Università si vede meglio dal Sud. I giovani lasciano il sud. Proprio i giovani di quelle regioni in cui la crisi economica morde di più. E quelli che restano, lasciano gli studi. Una divaricazione drammatica, quella tra il Mezzogiorno e il resto del Paese, una questione meridionale 2.0. Le immatricolazioni sono in calo del 30% contro il 10% del Nord e il 25% del Centro. I giovani meridionali, insomma, stanno rinunciando a considerare la formazione come un’opportunità. On. Gallo, l’Italia può permettersi un Mezzogiorno sempre più deprivato di giovani, di cultura e di classe dirigente?

“Aldilà di eliminare le storture di cui ho già parlato, io credo che sia importante dirsi una grande verità: al sud abbiamo avuto tra le peggiori classi POLITICHE dirigenti. Di quale politico  degli ultimi venti anni oggi il SUD può andare fiero? Quando ci è andata bene abbiamo avuto politici assenti, incapaci di difendere le nostre peculiarità. Abbiamo in Campania, ad esempio, accumulato un elenco enormi di maglie nere, non ultima l’incapacità di spendere bene le nostre risorse pubbliche. Le percentuali di assorbimento per la Regione Campania,  al 31.12.2014, sono del 55,7%  per il  FESR e del  73, 5% per il  FSE e resta tempo solo fino al 31.12.2015 per utilizzare le risorse che rimangono. Per completare il governo Renzi ha realizzato un taglio del cofinanziamento dal 50% al 25% . Credo che sia ora di dare spazio ad una nuova classe politica giovane, preparata, onesta, radicata sul proprio territorio, che non è scappata per un esigenza di riscatto del SUD. In parlamento il M5S ha una età media dei propri eletti pari a 37 anni, primato di cui va fiero, insieme a quello del 88% di laureati. Ma non potremmo che gioire se anche altre forze politiche superassero o raggiungessero questi valori. Detto questo credo che anche sistemi che offrano maggior servizi e diritto allo studio per gli studenti diventano più attraenti. Sempre in Campania abbiamo una regione che, ad esempio, non mette risorse per le borse di studio e  adeguati servizi agli studenti universitari. Incide moltissimo anche la possibilità di sbocchi professionali: laurearsi in una regione depressa economicamente significa non avere sbocchi professionali sul territorio; si sceglie, quindi, una università che possa “accompagnare” il giovane laureato verso la professione o la ricerca. È cruciale, quindi, attuare un nuovo diritto allo studio che permetta l’accesso di più studenti nelle Università, con particolare riferimento alle aree più deboli del Paese.”

Il prossimo 16 Marzo presso il dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli si terrà un interessante convegno dal titolo “Università e precariato: espatriare o resistere al Sud” del quale Lei sarà uno dei relatori più attesi. Di cosa parlerà oltre che dei docenti precari?

“Il 16 Marzo sarà prima di tutto una giornata di confronto e di ascolto con chi il mondo universitario lo vive. Racconterò le battaglie del M5S in parlamento. Da portavoce preferisco sempre parlare di cose fatte piuttosto che fare promesse. E’ cruciale per il nostro MoVimento l’attenzione per gli studenti universitari ai quali abbiamo dedicato la nostra prima proposta di legge in discussione alla commissione Cultura della Camera sulla riduzione delle tasse universitarie. E’ già legge, grazie al M5S, la proposta di utilizzare nuove risorse per le residenze universitarie, approvata nel decreto Carrozza del 2013. In queste settimane le regioni stanno recependo il decreto attuativo Mutui, di recente emanazione, per l’edilizia scolastica e le residenze universitarie. E’ l’occasione per intervenire con dei finanziamenti per servizi agli studenti e speriamo che regioni ed enti pubblici non si lascino scappare questa occasione. Molta attenzione anche a quelle esperienze virtuose, ne esistono anche al SUD, in cui l’università ed enti di ricerca si sono trasformati in incubatori sociali e imprenditoriali per Spin-OFF e Start-Up di giovani studenti, dottorati e ricercatori. Ma soprattutto in queste settimane per il M5S parte una campagna di ascolto e di confronto con il mondo universitario e quella del 16 sarà una tappa importante, partiamo dall’università perché vogliamo mettere al centro dell’agenda politica il futuro di questo paese.”

Mateo Napoli


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