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6 maggio 2015

Contratto a tutele crescenti, cos’è e come funziona: addio Art 18

Contratto a tutele crescenti

Con la Jobs Act arriva per i neoassunti il nuovo contratto a tutele crescenti, ecco cos’è e come funziona, novità per lavoratori e imprese: addio Art 18″, intervista all’On. Nichi Vendola (SEL)

Contratto a tutele crescenti

Contratto a tutele crescenti

Contratto a tutele crescenti 2015: tutto sulla nuova forma di contratto a tempo indeterminato riservata ai lavoratori neoassunti contrattualizzati a seguito della Riforma del Lavoro (Jobs Act) a partire dal 1 Marzo 2015.

Il contratto a tutele crescenti, il provvedimento che  punta all’eliminazione delle oltre 40 tipologie contrattuali esistenti, ha già incassato i pareri positivi di UE e grandi imprese. Contrari i sindacati: la riscrittura voluta da Renzi uccide l’art. 18. Si teme il domino dei licenziamenti a catena.

Prospettive ed ombre del nuovo contratto a tutele crescenti nella nostra esclusiva intervista all’On. Nichi Vendola (SEL).

Dopo l’ok della Camera e la pubblicazione in GU dei primi decreti attuativi, prosegue il restyling giuslavoristico del mercato italiano. Chi verrà assunto dal 7 Marzo 2015 conoscerà una nuova forma contrattuale assolutamente inedita: il contratto a tutele crescenti.

Ma cosa si intende per tutele crescenti? Come funziona il nuovo contratto a tempo indeterminato made in Renzi? Quando è entrata in vigore?

Quali sono i suoi punti fermi? Ma soprattutto gli obiettivi annunciati dal Governo sapranno rispondere alle reali esigenze del mercato del lavoro (soprattutto alla voce precariato e disoccupazione giovanile)?

Contratto a tutele crescenti: cos’è e come funziona a chi si rivolge e quali sono gli obiettivi

Scarica >>> Contratto a tutele crescenti: tutte le novità per nuovi assunti ed imprese

Figlio del superamento dell’art. 18 e della conseguente ridefinizione degli ammortizzatori sociali, il contratto a tutele crescenti è senz’altro la novità più consistente sul tavolo dell’attuale Riforma del Lavoro.

Si tratta di una nuova forma contrattuale, prevista per i neoassunti (in relazione all’anzianità di servizio) dall’articolo 4 DDL n.1428 dello Jobs Act di Renzi, dedicato al riordino e alla semplificazione di tutte le forme contrattuali vigenti (più precisamente, nel nuovo quadro normativo si parla di contratto a tutele crescenti come nuova tipologica contrattuale a sostituzione di più di 40 tipi di contratti “spuri” come contratti a progetto, co.co.co, ad intermittenza ecc.).

Una sorta di contratto di inserimento, se vogliamo, la cui ratio va ricercata nell’esplicita volontà di rendere il contratto a tempo indeterminato più favorevole rispetto a quello determinato. Il che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe far sorridere soprattutto i precari e i jobseekers più giovani.

Contratto a tutele crescenti

Contratto a tutele crescenti

Destinato ad imporsi come forma contrattuale preminente sul mercato italiano, il contratto a tutele crescenti opera nelle seguenti direzioni:

  • escludere per i licenziamenti economici la possibilità della reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro;
  • prevedere un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio;
  • limitare il diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato;
  • prevedere termini certi per l’impugnazione del licenziamento.

Contratto a tutele crescenti: i tempi previsti dalla Riforma del Governo Renzi

Abbattuto, parafrasando Renzi, il “muro” dell’art. 18, che rimane tuttavia valido per i vecchi assunti a tempo indeterminato. L’abolizione dei contratti a progetto e dell’associazione in partecipazione e la rimodulazione delle altre tipologie contrattuali, tuttavia, sarà completa solo nel 2016. Per quest’anno, insomma, sarà ancora possibile stipulare questo tipo di contratti, mentre dal 2016 potranno essere siglati unicamente co.co.pro con accordi

Se le previsioni di Renzi sul Jobs Act venissero confermate, la rotta verso un New Deal italiano capace di produrre occupazione a cascata, a partire da quella giovanile, sembrerebbe ormai felicemente segnata, ma restano tanti i nodi nel pettine di opposizioni, sindacati e, soprattutto, diretti interessati:  lavoratori ed aspiranti tali. Il contratto a tutele crescenti riuscirà dove l’art. 18 parrebbe avere fallito? Basterà spingere sul pedale della flessibilità per imprimere la spinta necessaria a ridare gambe ad mercato del lavoro bloccata da precarietà e investimenti quasi inesistenti?

Nichi Vendola

Nichi Vendola

Il contratto a tutele crescenti rischia davvero di trasformarsi in un boomerang per i diritti dei lavoratori? Lo abbiamo chiesto all’On. Nichi Vendola, Presidente Nazionale SEL.

On. Vendola, ad ogni riforma del lavoro, come lei sa bene, si ripropone il tradizionale dibattito tra chi sostiene che maggiore flessibilità equivalga a maggiore occupazione e chi sostiene il contrario. Cosa pensa, nel complesso, delle novità contenute nel Jobs Act? Ed in particolare, come valuta il nuovo contratto a tutele crescenti: cosa la convince e cosa no?

“Del Jobs Act renziano è sbagliata la filosofia di fondo che lo sottende, se posso adoperare una parola così nobile per un atto di governo che si accanisce sul lavoro come valore e sulla dignità di ogni singolo lavoratore. Cambio le regole del mercato del lavoro, nel senso che le riduco con più flessibilità, e così creo occupazione: questo il principio che ispira il Jobs Act di Renzi e del ministro Poletti. Ora, se sostituiamo all’ideologia – in questo caso un po’ tardo liberista – i fatti, i fatti concreti, vediamo che la realtà ci dimostra come sia vero esattamente il contrario. Diversi paesi europei (non tutti, in verità) hanno perseguito politiche di liberalizzazione del mercato del lavoro, e il risultato è stato il medesimo: è aumentata la flessibilità e non l’occupazione. Che infatti non è mai stata così alta come oggi in Europa. E in Italia, dove si contano 3 milione e mezzo di disoccupati, con un tasso di disoccupazione che sfiora il 13% e tocca il 43% fra i giovani. In tutta l’Eurozona, dunque, le politiche di flessibilità non hanno portato ad alcuna espansione occupazionale. La flessibilità produce stagnazione o arretramento salariale, sostituisce contratti a tempo indeterminato con lavoro a termine, è la strada che porta dritto al tunnel della precarietà permanente.  Non è allora con la modifica delle regole del mercato del lavoro che si crea occupazione. Si crea occupazione con una politica seria, forte, programmata, di investimenti. Prima di tutto pubblici e poi anche privati. Incentivando e sostenendo la ricerca e l’innovazione, costruendo una politica industriale e ambientale che abbia al centro un’idea di futuro del paese. È questa la politica che serve per creare occupazione, ed è esattamente la politica che manca all’Italia da almeno vent’anni. Nel Jobs Act, di una simile politica non c’è alcuna traccia, ma soltanto il marchio di un ritorno indietro verso un diritto del lavoro che non introduce nella sostanza alcun contratto a tutele crescenti ma a crescente, e scarsa per di più, monetarizzazione. Il Jobs Act di Renzi è il certificato italiano della mercificazione del lavoro.”

Parliamo dell’abolizione dell’articolo 18, definita da Renzi “storica”. L’introduzione del contratto a tutele crescenti, assicura il Premier, toglierà ogni alibi alle imprese e dunque offrirà più opportunità di lavoro ai giovani. Sarà davvero così?

“Chi sbaglia nell’analisi, sbaglia poi nel comportamento politico, ed è questo il caso di Renzi. C’è un’idea secondo la quale ai confini dell’Italia sono accampate torme di investitori stranieri in attesa che in patria si deregolarizzi il lavoro mettendolo a totale discrezione delle imprese così da permettere a queste di essere protagoniste della crescita. È la filosofia perdente di una resa, non di un protagonismo autonomo e moderno. Questa su cui si accanisce Renzi non è poi neppure la priorità invocata dalle imprese italiane e straniere più serie, che chiedono piuttosto una radicale lotta alla corruzione e all’economia criminale, questioni che vedono l’azione dell’attuale governo alquanto blanda e disarticolata. I diritti, poi, non sono separabili dalla qualità come dalla quantità del lavoro, né di quello attualmente disponibile né di quello potenziale e possibile con altre politiche. L’articolo 18, come si sa, era già stato menomato dalla cosiddetta riforma Fornero e gli effetti negativi li stiamo via via verificando. La disoccupazione è aumentata, non diminuita, così come sono aumentati i licenziamenti.”

Cosa dobbiamo aspettarci dal nuovo contratto a tutele crescenti, soprattutto sul fronte del precariato e dell’occupazione giovanile?

“Questa è l’altra bugia da svelare, la falsa coscienza, direi, del Governo verso il grande tema del lavoro. Prendiamo il decreto legislativo appena presentato, quello del riordino delle forme contrattuali: nei fatti, quelli che contano, non c’è traccia di alcuna riduzione della precarietà.

Giovani e precariato

Giovani e precariato

Delle attuali 47 forme contrattuali se ne elimina una e mezza: l’associazione in partecipazione e l’avvio, l’avvio, al superamento dei co.co.pro. La logica è quella di sommare le diverse forme di precarietà esistenti in un contratto unico, non di superarle. La forma che si prefigura per i nuovi assunti è quella di diventare precari a tempo indeterminato. Una precarietà “conveniente” all’impresa va in senso esattamente contrario all’interesse generale del Paese poiché “svalorizza” il lavoro e, in definitiva, l’impresa medesima che disincentiverà quelle componenti che l’arricchiscono di efficacia, come appunto la formazione della propria manodopera, l’investimento in innovazione e ricerca. L’impresa dal respiro corto risulterà perdente dentro le stesse logiche di competitività interna ed internazionale. Ecco allora che “valorizzare” il lavoro significa metterlo al centro di un’azione pubblica complessa dove certo si crea nuovo lavoro, ma si punta contestualmente a una “qualità” del lavoro, per esempio in rapporto al territorio e all’ambiente, guardando a quanto si produce come a quello di nuovo che si può e si deve produrre.”

Scarica > Decreto Legislativo 4 marzo 2015, n. 23 


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