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29 ottobre 2015

Vemurafenib, la pasticca anti-leucemia dell’Università di Perugia

Ricerca su Vemurafenib

L’Istituto di Ematologia di Perugia sperimenta un nuovo rivoluzionario farmaco contro la leucemia a cellule capellute, si chiama Vemurafenib

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Ecco cos’è Vemurafenib: la pasticca anti-leucemia

Lo studio, ideato dai professori Falini e Tiacci, è pubblicato dal prestigioso New England Journal of Medicine

Si chiama vemurafenib il nuovo farmaco contro la leucemia a cellule capellute che, per la prima volta al mondo, è stato sperimentato con successo all’Università degli Studi di Perugia in pazienti che non rispondevano più alla chemioterapia convenzionale.

Lo studio, coordinato dal prof. Brunangelo Falini, Direttore della Struttura Complessa di Ematologia con Trapianto di Midollo Osseo, è stato pubblicato oggi, giovedì 29 ottobre 2015, dalla più influente rivista scientifica in assoluto, il New England Journal of Medicine.

Questo importante risultato è stato ottenuto anche grazie al supporto economico dell’Associazione Italiana Ricerca sul Cancro, nonché grazie al prestigioso finanziamento che l’European Research Council (ERC) ha concesso al prof. Enrico Tiacci – primo autore del lavoro –, per mettere a punto nuove cure contro la leucemia a cellule capellute.

La causa di questo tipo di leucemia era rimasta ignota per più di 50 anni, fino a quando nel 2011 i medesimi Falini e Tiacci ne hanno scoperto la causa, identificandola nella mutazione del gene BRAF.

Sviluppi su studio e ricerca dell’Unipg su Vemurafenib,  la pasticca anti-leucemia

Oggi, dopo solo 4 anni, i medici perugini hanno realizzato il passo successivo, il più importante per i pazienti, cioè la sperimentazione di un farmaco “intelligente” (il vemurafenib, appunto) che blocca solo il gene BRAF mutato e che, semplicemente preso per bocca, uccide selettivamente le cellule leucemiche, risparmiando quelle normali. Questa è una differenza di enorme rilievo rispetto alla chemioterapia convenzionale che, invece, uccide indistintamente tutte le cellule, provocando effetti tossici collaterali. Il farmaco sperimentato dai ricercatori perugini, al contrario, si è rivelato poco tossico e molto attivo in quasi tutti i pazienti trattati, nonostante fossero diventati refrattari alle terapie convenzionali.

“Scoprire la causa di una malattia e tradurla in una nuova terapia – sottolineano Falini e Tiacci – non solo è la missione del medico ricercatore, ma rappresenta anche la realizzazione della moderna ‘medicina di precisione’ che caratterizza e colpisce i punti deboli specifici di ogni particolare tumore in ogni particolare paziente”.


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