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9 novembre 2015

Immatricolazioni Universitarie 2015: calo rispetto ai dati Il Sole 24

Immatricolazioni Universitarie

Novità immatricolazioni Universitarie in Italia: dopo i dati pubblicati da Il Sole 24 ore rispetto ai quali gli atenei si sentono primi in classifica, emerge la verità rispetto alla media europea

Immatricolazioni Universitarie

Immatricolazioni Universitarie

Ultime notizie sul fronte immatricolazioni universitarie 2015: pubblicata la Settima Indagine Eurostudent sulle condizioni di vita e di studio delle aspiranti corone d’alloro italiane ed europee.

Diminuiscono le iscrizioni al primo anno.

Cala il numero degli studenti lavoratori, ma aumenta quello dei fuori sede.

E continua a crescere, purtroppo, il divario tra Nord e Sud.

La scorsa settimana, il Miur ha pubblicato, come di consueto, l’attesissimo studio dell’Anagrafe nazionale degli studenti, relativo al ciclo di vita di ciascuna matricola universitaria. Benché salito alla ribalta grazie ai possenti “amplificatori mediatici” del Sole 24 ore (cui va il merito d’aver divulgato, per primo, la notizia), il dossier è stato promosso e cofinanziato dal Ministero dell’Istruzione; ma è poi stato realizzato e condotto, nell’ambito del progetto d’analisi comparata “Eurostudent V 2012-2015 – Social and economic conditions of student life in Europe”, dalla Fondazione Rui in collaborazione con l’Università per stranieri di Perugia, al fine di analizzare le condizioni di vita e di studio degli studenti italiani iscritti ai tempi della crisi.

Immatricolazioni Universitarie 2015 in Italia in calo rispetto alla media Europea

Secondo gli esperti di viale Trastevere, le iscrizioni al primo anno sono calate vertiginosamente tra il 2011 e il 2015. Complici la recessione economica e il correlato sentimento di sfiducia nei riguardi degli ultimi Governi e, in particolare, del precario sistema occupazionale, l’università italiana ha subìto, e sta tuttora patendo, una silente e deleteria metamorfosi; una trasfigurazione epocale che la pone, di fatto, al crocevia di una riflessione struttural-funzionalista.

Il sistema accademico nostrano è a due passi dal baratro, ossia in un emisfero nel quale il confronto con l’Europa risulta a dir poco azzardato. I dati, del resto, parlano chiaro, esprimendo un disagio ravvisabile nel drastico calo delle iscrizioni. E la matematica, com’è risaputo, non è un’opinione; ma è una scienza esatta. Ad ogni modo, cerchiamo, adesso, di comprendere insieme quali siano le principali novità sul fronte immatricolazioni universitarie e sullo stato di salute generale degli atenei italiani.

L’Università italiana è in crisi: calano del 7% le immatricolazioni universitarie

In primo luogo, va specificato che sono molti i parametri, le sezioni, o meglio, le tematiche finite sotto la lente d’ingrandimento degli esperti. Dal lavoro studentesco alla mobilità internazionale, dall’accesso agli aiuti economici alle immatricolazioni universitarie, fino a scalfire il tema delle finanze dei fuori sede. La comparazione internazionale, invece, ha interessato, oltre all’Italia, 28 paesi europei e si è conclusa con la pubblicazione del Rapporto “Eurostudent V 2012 – 2015 Synopsis of indicators”. Detto ciò, scandagliando attentamente le statistiche riportate nell’avveniristico dossier, risulta che la precitata riduzione delle iscrizioni al primo anno, ossia il deleterio calo delle immatricolazioni universitarie, riguardi prevalentemente le regioni meridionali del Bel Paese. La qual cosa, in realtà, può esser dovuta altresì alla crescita dell’emigrazione studentesca; che proprio negli ultimi anni ha fatto registrare il suo picco più elevato. Una tendenza, quest’ultima, che rischia d’inasprire non di poco il già precario equilibrio del sistema universitario italiano, esasperandone, contemporaneamente, l’ormai celebre e nefasto divario geografico. Restando in tema di immatricolazioni universitarie, bisogna inoltre porre l’accento anche su un’altra indagine: uno studio condotto, di recente, dal settimanale l’Espresso (n. 36 del 10 settembre 2015), dal quale s’evince che, durante gli anni della crisi economica, gli atenei meridionali non sono stati in grado di lubrificare i propri farraginosi ingranaggi, e di porre fine quindi al progressivo calo delle iscrizioni. Per l’autrice del pezzo, Sabina Minardi, dai dati dell’Anagrafe degli studenti del Miur emerge che: “rispetto a dieci anni fa il Sud ha perso 45mila iscritti all’Università, mentre in alcune regioni del Nord come Lombardia, Piemonte e Trentino Alto Adige gli iscritti sono cresciuti. Dal 2008 al 2012 la Sicilia ha perso il 19,7% degli studenti, il Molise il 18,7%, e la Puglia il 14,8%”. Ciò malgrado, il meridione ha prodotto altresì delle isole felici. Si pensi, ad esempio, all’Università degli studi di Salerno che nell’a. a. 2014-2015 ha registrato ben 5.283 iscritti, cioè circa 400 in più rispetto all’anno anteriore. Più in generale, invece, soffermandoci sulla situazione nazionale, possiamo notare che nell’ultimo lustro si è registrato un calo delle immatricolazioni dell’università di circa il 7%; mentre sono più di 57mila coloro i quali, per sfiducia o mancanza di fondi, hanno scelto di non iscriversi. Si tratta, evidentemente, di statistiche oltremodo sconcertanti, impietose, che fotografano fedelmente la nostra realtà, e sulle quali, forse, le istituzioni dovrebbero riflettere con maggiore attenzione.

Dal calo delle immatricolazioni universitarie all’incremento delle tasse

Ma dall’indagine emergono anche altri dati, per certi versi inquietanti. Al di là del “nodo” immatricolazioni universitarie, la crisi economica ha generato disparati stravolgimenti nelle abitudini di vita degli studenti italiani. Ad esempio, stando ai dati divulgati, un’aspirante corona d’alloro su due è pendolare per “ragioni di sopravvivenza”, per far fronte, cioè, al rilevante aumento dei costi universitari e alle ridotte capacità economiche della famiglia. In compenso, però, uno studente su tre sceglie di studiare lontano da casa, prediligendo prevalentemente gli atenei del nord Italia. Diminuisce clamorosamente, invece, il numero dei ragazzi che studiano e svolgono, contemporaneamente, un lavoro retribuito: il calo, in tal senso, rasenta il 30%. Aumentano, al contrario, i tempi di studio, che si stagliano a quota 44 ore a settimana, con un aumento del 39% rispetto agli anni novanta. Resta stabile, infine, l’area d’intervento del Dsu (diritto allo studio universitario): gli aiuti erogati a beneficio degli studenti sono fermi al 35%. E, a ciò va aggiunto il dato relativo alle tasse universitarie che, stando all’indagine Eurostudent, scalfiscono l’importo medio annuale di 1.213 euro, con un incremento dell’8% negli ultimi tre anni (al Sud, invece, si registrano lievi diminuzioni; anche se, come detto, calano le immatricolazioni universitarie). Dunque, sebbene la laurea continui a rappresentare, o meglio ad esser considerata, una sorta di ascensore sociale, va ribadito che la situazione generale del sistema universitario italiano non è assolutamente delle migliori; e che, al di là di tutto, il divario con gli atenei europei continua ad essere oltremodo abissale.

Antonio Migliorino


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