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8 febbraio 2016

Il primo utilizzo dell’interpretariato simultaneo: il processo di Norimberga e l’importanza attuale di una professione dalle radici storiche

Processo di norimberga il procuratore capo Jackson apre il processo
Processo di norimberga il procuratore capo Jackson apre il processo

Processo di norimberga il procuratore capo Jackson apre il processo

Norimberga, 20 Novembre 1945.

Il mondo si preparava a scoprire l’orrore della Shoah, dei campi di concentramento, delle migliaia di persone morte in maniera atroce per mano di persone che sostenevano le idee folli di un uomo convinto della superiorità della razza ariana.

Un uomo le cui origini rimangono tutt’ora dubbie, che durante gli anni della sua dittatura nascose eventi della sua infanzia e raccontò solo episodi utili a rafforzare l’idea che voleva dare di sé a tutti i costi.

Il processo di Norimberga (nome con cui si indica sia il processo contro i principali criminali di guerra sia quello secondario, che include anche il processo ai dottori) si concluse il 1 Ottobre 1946 e portò alla condanna di 24 tra i più importanti capi nazisti catturati o ancora in vita, 12 dei quali vennero impiccati il 16 Ottobre 1946 (tranne che per Göring, morto suicida il giorno prima). Quel 20 Novembre 1945, nella Sala 600 del Palazzo di Giustizia di Norimberga, non solo iniziò il processo alla storia, ma si assistette per la prima volta alla tecnica dell’interpretariato simultaneo così come lo intendiamo noi oggi.

Gli interpreti del processo di Norimberga erano giovani chiamati a svolgere un compito delicato e difficile: tradurre con accuratezza dichiarazioni terribili, avere la responsabilità su ogni frase, ogni confessione, ogni accusa. Dovettero, in quell’occasione, imparare sul campo la tecnica dell’interpretariato simultaneo, esercitandosi quando non erano di turno. Tutte le udienze vennero tradotte in inglese, francese, russo e tedesco e ogni interprete lavorava solo verso la propria lingua madre per due sessioni al giorno di 45 minuti. Ogni due giorni lavorativi avevano un giorno di riposo e, quando non erano in cabina, dovevano esercitarsi o svolgere traduzioni scritte.

Un compito che non poteva lasciar spazio a giudizi personali, ma solo allo svolgimento di un lavoro che, in primis, scioccò tutti gli interpreti. Una fra tutti Virginia Von Schon, che si rifiutò di tradurre una frase perché troppo offensiva. Come biasimarla? Forse, l’unico pensiero a cui si aggrapparono gli interpreti durante il processo di Norimberga fu che, grazie al loro accurato lavoro, stavano partecipando al più grande atto di giustizia della storia dell’umanità mondiale, quello che i libri di storia definiscono come l’inizio della denazificazione del mondo intero.

Una professione che, però, affonda le sue radici nel passato, ovvero nei primi anni del Novecento, in particolare durante la Prima Guerra Mondiale. In quegli anni, infatti, i cosiddetti protointerpreti pur non avendo nessuna conoscenza specifica, si mettevano a disposizione degli alleati francesi per permettere loro di parlare con quelli inglesi. Con il passare degli anni (e con l’aumentare degli interpreti professionisti indispensabili in situazioni politiche, commerciali, economiche e socio-culturali) sono nati diversi istituti che permettono a chi vuole intraprendere questa strada di avere una formazione completa. Diffuse in tutto il mondo, anche l’Italia vanta numerose scuole e università, capaci di trasmettere tecniche solide e non improvvisate, come era invece uso fare durante i primi anni del Novecento.

Articolo scritto in collaborazione con FACI, agenzia di Milano che offre servizi linguistici di alta qualità, come traduzione, corsi di lingua, interpretariato, asseverazione e legalizzazione.


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