• Google+
  • Commenta
17 maggio 2016

Banche che rischiano per fallimento: ma chi fallisce, banca o cliente?

Banche che rischiano per fallimento
Banche che rischiano per fallimento

Banche che rischiano per fallimento

Diminuisce la fiducia per le banche che rischiano per fallimento: ma quali sono le banche da evitare?

Quali banche sono a rischio e chi fallisce veramente, la banche o il cliente?

“Le banche mi hanno rovinato”Intervista esclusiva ad un imprenditore italiano.

Al via il Decreto Banche 2016: dal pignoramento della casa al meccanismo del bail in.

Il Governo Renzi ha approvato, lo scorso 29 aprile a maggioranza, il decreto banche 2016.

Per il Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, le nuove norme serviranno a rafforzare la resilienza del sistema, a ridurre i margini di rischio e ad incentivare l’attività di credito a imprese e famiglie.

Ma in realtà, il leitmotiv della normativa “salva banche a rischio” è il seguente: accelerare e semplificare le procedure di recupero dei crediti (dagli attuali 7-8 anni a circa 4-5 anni), consentendo, agli istituti bancari, il celere smaltimento dei debiti e delle sofferenze generati dalla crisi.

D’ora in poi, le banche che rischiano per fallimento potranno appropriarsi, con maggior facilità, del bene immobile, fornito in garanzia dagli imprenditori (sono escluse le famiglie) nel caso in cui questi ultimi risultassero inadempienti “per oltre sei mesi dalla scadenza di almeno tre rate”. Viene poi rinsaldata per gli obbligazionisti di Banca Etruria, Banca Marche, Cari Chieti e Cariferrara la possibilità di chiedere al Fondo di solidarietà “l’erogazione di un indennizzo forfettario pari all’80% del corrispettivo pagato per l’acquisto degli strumenti finanziari”, o, per chi non rientra in quei parametri, la possibilità di fare ricorso all’arbitrato.

Banche che rischiano per fallimento: ecco perché sono una trappola per il correntista

Negli ultimi anni il rapporto tra banche e risparmiatori si è a dir poco inasprito. La crisi economico-finanziaria e la correlata chiusura di tantissime P.m.i. (piccole e medie imprese) hanno generato un solco profondo, a tratti devastante; una voragine sociale, resa ancor più cupa dagli algidi ingranaggi del sistema bancario. A farne le spese, ovviamente, sono i cittadini consumatori, che, spesso e volentieri, diventano correntisti, ignorando lo stato di salute dell’istituto di credito. Inoltre, gli strumenti per tutelarsi dalle banche che rischiano per fallimento – e/o da quegli istituti di credito che, pur non essendo in crisi, adottano procedure non sempre condivisibili -, appaiono non del tutto noti ai clienti. In fin dei conti, tutti i correntisti hanno il diritto di acquisire maggiore consapevolezza e recarsi in banca per verificare il proprio profilo di rischio. È quel che pensa, ad esempio, Vincenzo Imperatore, che al delicato tema ha dedicato un intero libro: “Io so e ho le prove: confessioni di un ex manager bancario. Così le banche imbrogliano il correntista” (edizioni chiare lettere – 2014).

Banche che rischiano per fallimento e crack: cosa cambierà con il bail in

In più, come se non bastasse, dal 1° gennaio 2016 l’eventuale pericolo verso le banche che rischiano per fallimento verrà risolto con il nuovo meccanismo detto “bail-in”. Il salvataggio delle banche che rischiano per fallimento e per crack, dunque, non avverrà più con soldi pubblici dello Stato e/o delle banche centrali (com’è stato sino a oggi), bensì attraverso la riduzione del valore delle azioni e di alcuni crediti (come quelli dei correntisti che abbiano depositato più di 100mila euro) o tramite la loro conversione in azioni, per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in misura sufficiente a risolvere la crisi e a mantenere la fiducia del mercato. In soldoni, per i risparmiatori italiani è proprio il caso di dire: oltre al danno, la beffa.

Dal decreto salva banche alla sfiducia dei cittadini onesti

Al fin di far luce sulla questione delle banche che rischiano per fallimento abbiamo accolto l’invito di un nostro lettore, un ex imprenditore italiano, che ci ha gentilmente chiesto di poter raccontare la sua esperienza personale, restando anonimo.

Lei aveva un’impresa, giusto? Di che cosa si occupava?

“In origine ero socio di una ditta d’autotrasporti. Facevamo circa centomila euro al mese di fatturato. Poi, dopo qualche anno, decisi di mettermi in proprio. Lavoravo bene. Facevo 8/9 mila euro di fatturato mensile. Non male! Tra l’altro avevo un solo furgone, anche se desideravo procurarmi altri mezzi, così da creare nuovi posti di lavoro. Ma all’improvviso iniziarono i problemi”- spiega il nostro lettore -.

Poi, purtroppo, è stato costretto a chiudere. Che cos’è accaduto?

“Nonostante avessi chiuso tutti i rapporti con la vecchia società, fui trascinato in situazioni ad essa legate. Decisi, dunque, di adire le vie legali contro la banca della mia ex società, senza però ottenere alcunché. Sicché, dovetti chiamare il mio legale e concordare una transazione. Mi rimboccai le maniche ed iniziai a pagare. Poi, su suggerimento di un altro istituto di credito, feci un prestito di circa 20 mila €, così da estinguere il debito anteriore e chiudere la transazione. Contento di questa chance, feci partire la richiesta. Ma la banca scoprì che il mio precedente istituto di credito, cioè quello con cui avevo pattuito la transazione, mi aveva ‘messo in sofferenza’. Così, le bloccai i pagamenti. Poi arrivò la crisi. Non si facevano più quei fatturati, c’era sempre meno lavoro. Le spese erano sempre più alte delle entrate. Purtroppo, ho perso la casa. Sono stato cacciato per morosità, ed ho dovuto riconsegnare il furgone alla società di leasing. Così, costretto dalle vicissitudini, e a malincuore, ho dovuto cessare l’attività” – continua il nostro lettore -.

Dopo la chiusura dell’attività, ha pensato di rivolgersi ad un legale di fiducia, così da invocare la giustizia italiana e rimediare al torto subito?

“Quando ti capita ciò che è accaduto a me, perdi fiducia in tutto. Non mi sono mai più rivolto ad un avvocato. Quando gli parli di banche, spesso, si girano dall’altra parte. Ed è questo che è successo a me. Mi hanno lasciato solo. Come posso stare secondo lei? Le confesso che più di una volta mi sono sentito meno di niente. A 52 anni, dopo aver tanto patito, mi ritrovo a fare un lavoro part-time da 700 € al mese. Non posso permettermi nulla. Sopravvivo! Cosa le posso dire di più: mi hanno ammazzato. Sono deluso” – continua il lettore -.

Banche che rischiano per fallimento

Banche che rischiano per fallimento

Che cosa ne pensa delle banche italiane?

“Le banche mi hanno rovinato. Ad oggi non posso richiedere prestiti. Le sembra giusto? Non devo niente a nessuno, anzi sono loro che dovrebbero darmi la possibilità di ricominciare” – conclude il nostro lettore -. Conclude l’imprenditore.

Antonio Migliorino


© Riproduzione Riservata