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28 febbraio 2006

Jethro Tull

Guidati dall’eccentrico flautista Ian Anderson i Jethro Tull pubblicano il loro primo album, This Was, nel 1968, cominciando una lunga carriera, non aGuidati dall’eccentrico flautista Ian Anderson i Jethro Tull pubblicano il loro primo album, This Was, nel 1968, cominciando una lunga carriera, non ancora conclusa, ricca di successi attraversando molti generi del rock, diventando una vera e propria icona degli anni ’70.
Infatti, se il primo album è quasi un album blues con qualche piccolo richiamo al jazz, dove la vena del primo quartetto (Anderson, Abrahams, Bunker, Cornick) non si esprime ancora a grandissimi livelli, soprattutto sul piano degli arrangiamenti, il secondo album, Stand Up, fa emergere una elevata capacità tecnica di tutto il gruppo; non solo Anderson dà il meglio di se con il flauto, soprattutto in pezzi come Bourrè, tratta da un’aria di Bach, ma fuoriesce una capacità di armonizzare tutti gli strumenti, dando vita a veri e propri pezzi unici, e ad una serie di album indimenticabili. Dal 1969 al 1971 vivono, infatti, il loro periodo migliore con, oltre a Stand Up (ai vertici in Inghilterra e per la prima volta nella top 20 americana), Benefit e Aqualung, il primo “concept” album di Anderson. Aqualung è per loro, tuttavia una spada di Damocle, dopo l’uscita dal gruppo subito prima di questo album del bassista Glenn Cornick, sostituito da Jeffrey Hammond, cui era dedicata la famosissima Song for Jeffrey, il pubblico comincia a considerare i Jethro Tull un gruppo Progressive… Con l’aggiunta di un tastierista di estrema validità come John Evans, che aveva già collaborato con loro nell’album precedente, Aqualung può effettivamente essere considerato un concept album, ma non nel puro stile progressive tipico di quegli anni se prendiamo da esempio i principali gruppi alternative dell’epoca (Gentle Giant, King Crimson, Yes o Genesis). Tuttavia, a gran voce i Jethro Tull hanno quasi dovuto confrontarsi con questo mondo, e pubblicano quindi due album, Thick as a brick e A Passion Play, i quali “provano” ad essere album alternative ma, a conti fatti, nonostante l’acclamato successo del primo, falliscono l’approccio al genere; A pasion play arriva a toccare forse il livello più basso della carriera dei Jethro Tull, rivelandosi un album estremamente noioso, nonostante in America abbia raggiunto le vette delle classifiche.
Imparata la lezione Anderson torna a comporre nel vecchio “stile Jethro Tull”, fatto di assoli di flauto e dolci ballate avvolgenti, riuscendo a dar vita insieme all’inseparabile Martin Barrè, ancora a qualche album davvero memorabile come Songs From The Wood e Heavy Horses, che, forse, chiude il ciclo di questo straordinario gruppo che ha dato vita ad uno nuovo stile di rock, fondendo pop sinfonico, rock e folk in un mix inconfondibile e in alcuni periodi insuperabile.
Ian Anderson continua ancora insieme a Barrè a girare per il mondo proponendo concerti di ottima fattura, con un nuovo gruppo alle spalle suonando i vecchi e indimenticabili pezzi accostandoli a qualche lavoro più recente, interessanti ma non all’altezza del vecchio repertorio, tuttavia ovunque vada riesce ancora a lasciare il segno riuscendo a riunire non solo i vecchi nostalgici ma anche migliaia di giovani ancora attratti dalle sue esibizioni al limite del teatrale sul palco unito a quegli inconfondibili acuti che fuoriescono dal suo flauto….
Diego Tosi

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