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10 febbraio 2006

La Crui che contrastò il Ddl Moratti, per non dimenticare

Università. Un’assemblea e un documento anti-decreto: in campo si erano mossi anche i rettori dei più prestigiosi atenei italiani. Il punto della sitUniversità. Un’assemblea e un documento anti-decreto: in campo si erano mossi anche i rettori dei più prestigiosi atenei italiani. Il punto della situazione che ha visto schierarsi contro il Ddl morattiano tutta l’Università italiana.

Tutto ha inizio il 16 giugno 2005, quando dopo una serie di bocciature del Ddl sullo “stato giuridico dei docenti universitari”, alla fine la legge del ministro Letizia Moratti, purtroppo, passò in Parlamento (con un emendamento dell’opposizione). Poi la risposta dei Rettori e dei ricercatori: si chiese a gran voce “l’abbandono o la radicale ratifica” del testo: il 30 giugno i Senati accademici approvarono la mozione dei dirigenti degli atenei.
Negli stessi giorni, arrivava la mobilitazione nazionale proposta dalla Crui (organo che raccoglie i Rettori delle università), e le sedute straordinarie dei Senati accademici contro il Ddl. Una riunione dai toni duri, avversante la legge morattiana. Nel testo redatto dai Rettori veniva espresso “con forza il più netto dissenso al proseguimento della discussione (al Senato) del provvedimento, considerandone gli effetti devastanti sulla qualità per il sistema universitario”; inoltre, come spiegò Piero Tosi – presidente della Crui e rettore dell’Università di Siena – si chiedeva di “cambiare radicalmente o di eliminare del tutto il Ddl, visto il disaccordo completo che lo circonda”. Tra tutti gli atenei anche quello di Roma “La Sapienza” ha fatto sentire la sua voce: “Dibattito serrato” – queste le parole di Marco Merafina, coordinatore nazionale dei ricercatori – “a larghissima maggioranza il Senato accademico ha votato un documento che richiede il ritiro del Ddl e la sua sostituzione, per facilitare l’accesso dei giovani con regole più trasparenti e con maggiori risorse economiche”.
A Milano, invece, in una conferenza stampa congiunta Enrico Decleva dell’Università Statale, Marcello Fontanesi della Bicocca e Giulio Ballio del Politecnico affermarono che “questo disegno di legge è un gran pasticcio. E penalizza le università pubbliche e la possibilità di formare i giovani”. Il Rettore dell’università, Pier Ugo Calzolai, facendosi portavoce del Senato accademico, ha definito la situazione dei ricercatori “grave”, ed inoltre ha continuato sottolineando che la loro è “la categoria di colleghi in prima linea nel mantenimento della qualità della ricerca scientifica italiana, di cui non possiamo accettare il diseredamento sostanziale”.
I ricercatori, intanto, minaccianavano, nel caso in cui la situazione non si fosse risolta a loro favore, di fermare la didattica e i loro lavori.
A Napoli insorsero i rappresentanti dei docenti e degli studenti della Federico II, l’ateneo più importante nel Sud Italia, che firmarono all’unanimità il documento della Crui. La dichiarazione del Rettore Guido Trombetti non si fece attendere: “Il Ddl contribuirà ad aumentare il divario tra nord e sud e concorrerà ad esportare ulteriormente il prezioso capitale umano”.
A Potenza il Rettore dell’Università della Basilicata, Francesco Lelj Garolla di Bard, portavoce della riunione del Senato accademico, affermò seccamente: “in caso di approvazione definitiva del ddl, mi dimetterei immediatamente, chiederei il pre-pensionamento e andrei a chiudere la mia carriera all’estero”.
Come portavoce del Senato Accademico dell’Università di Palermo, Giuseppe Silvestri mise in luce “il netto dissenso dell’ateneo palermitano per il Ddl licenziato dopo un confuso iter procedurale dalla Camera, e come considerato dalla Crui, totalmente inaccettabile”.
Per la legge considerata l’ “affossamento dell’università” si fecero sentire anche i maggiori esponenti dei Ds, che ammonirono: “la maggioranza non sia sorda e non si blindi su un Ddl considerato negativamente”. Quello che i Ds chiesero al ministro Moratti fu “un atto di responsabilità”. Piero Fassino, in particolare, rincarò la dose chiedendo “un sistema di valutazione della docenza moderno, efficiente, imparziale, perché affidato ad un’agenzia esterna e basato su parametri certi. Proponiamo poi che si affronti seriamente il capitolo dell’immissione nelle università italiane di una nuova generazione di docenti, superando una legislazione che invece chiude le porte, precarizza e cronicizza”.
Il Ddl tanto contestato introduce numerose modifiche, come ad esempio la valutazione dei professori universitari da parte degli atenei sull’attività di ricerca e la didattica. Nel caso in cui il docente venga “bocciato”, il suo stipendio verrà congelato fino alla verifica successiva. Riformata anche la stessa idoneità nazionale: per accedere alle cattedre di docenza associata o ordinaria sarebbe necessaria una prova di “idoneità scientifica nazionale” della durata di quattro anni.
I contratti saranno a termine. Triennali, rinnovabili per altri tre. I docenti “a termine” non potranno superare il 20 per cento del totale degli insegnanti dell’ateneo. Scompare il ruolo dei ricercatori: dopo il dottorato solo contratti rinnovabili fino ad un massimo di sei, poi o si diventa professori associati o si rischia di essere, ahimé, disoccupati.

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