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17 febbraio 2006

La democrazia tradita

Sono trascorsi ormai quasi tre anni dall’accorato proclama di Giovanni Paolo II, “Mai più la guerra…la guerra è avventura senza ritorno”, ma di quel
Sono trascorsi ormai quasi tre anni dall’accorato proclama di Giovanni Paolo II, “Mai più la guerra…la guerra è avventura senza ritorno”, ma di quelle parole nessuna è riuscita a scalfire l’animo di Bush jr. & C., strenui difensori della democrazia esportata a suon di bombe e torture. Dopo il crollo delle due torri a Manhattan, l’11 settembre 2001, abbiamo iniziato a sentirci più insicuri, più vulnerabili dinanzi al dilagare del terrorismo di matrice islamica. Abbiamo reagito con una legittima guerra in Afghanistan, nel novembre dello stesso anno, con l’intento “multilaterale” di catturare il simbolo scatenante di quella guerra globale: Osama Bin Laden. Al 2006, però, nessuna traccia sembra poterci condurre alla definitiva cattura dello sceicco saudita. E pensare che l’azione militare in Afghanistan, come due anni dopo, nel 2003, quella in Iraq, aveva come obiettivo lo smantellamento della rete terroristica “jihadista”, colpevole di aver mietuto migliaia di vittime innocenti in quel di New York, nel centro nevralgico dell’economia mondiale, il World Trade Center. Anche per questo, al fine di combattere al meglio il terrorismo globale di inizio millennio, si giustificarono, a torto e di nascosto, le peggiori soluzioni possibili: Guantanamo Bay fu una di queste. La base Usa di Guantanamo, fondata nel 1898, situata sulla punta sud-ovest di Cuba, dopo l’11 settembre 2001 divenne un supercarcere per nemici combattenti, ovvero sospetti terroristi. Tuttavia, fu solo in seguito alla pubblicazione, nel 2004, di terrificanti fotografie di torture, perpetrate nel carcere iracheno di Abu Ghraib ai danni di presunti terroristi da spennare ben bene alla ricerca di qualsiasi informazione in merito alla rete del terrore, che si cominciò a guardare Guantanamo con occhi diversi. Fu allora che si comprese a cosa le democrazie esportatrici di democrazia nel mondo vollero deliberatamente rinunciare: alla dignità, alla compassione, alla giustizia, insomma al diritto internazionale. Dopo 18 mesi di indagini sembra essersene accorta anche la Commissione per i Diritti Umani dell’Onu: un rapporto, infatti, ufficialmente non ancora pubblico ma anticipato dal “Los Angeles Times”, condanna duramente i metodi usati dal Pentagono con gli oltre 750 prigionieri finiti nella base militare cubana dal gennaio 2002. Le informazioni del rapporto si basano sulle testimonianze di alcuni dei 260 ex detenuti rilasciati perché innocenti, dopo aver ingiustamente subito indicibili torture. Sotto accusa, ad esempio, è l’alimentazione forzata dei prigionieri in sciopero della fame: non a caso la pratica di legare su una sedia i prigionieri che rifiutano il cibo, alimentandoli due volte al giorno con un sondino nasale, causa spesso di sanguinamenti, vomito e infezioni, violerebbe lo statuto della Croce Rossa Internazionale, secondo cui “i medici non dovrebbero mai partecipare ad alcuna forma di nutrizione coercitiva, neppure col pretesto di salvare una vita, perché tale azione può essere considerata una forma di tortura”. “Prima o poi quel carcere dovrà chiudere”, è stata la reazione del Segretario Generale dell’Onu Kofi Annan.

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