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13 Febbraio 2006

L’America e i suoi “esportatori di democrazia”…

La notizia è di quelle da fare sgranare gli occhi. Molti dei milioni di navigatori che ogni giorno affollano i server del “villaggio globale” non sonLa notizia è di quelle da fare sgranare gli occhi. Molti dei milioni di navigatori che ogni giorno affollano i server del “villaggio globale” non sono ancora al corrente di quale pericolo avanzi sotto i loro occhi. Il pericolo di mutilazione della libertà. Mi spiego meglio… Da diversi mesi due tra i principali motori di ricerca presenti su internet, due colossi del calibro di “Google” e “Yahoo!” hanno lavorato in collaborazione con il governo della Repubblica Popolare Cinese per entrare nel fiorente mercato cinese di internet. Fin qui nulla di strano; l’avanzamento nel campo delle tecnologie della comunicazione è un passo fondamentale per una nazione che si prefigge una espansione economica su scala globale. Dove è allora l’anomalia? L’anomalia sta nel prezzo che le due aziende americane hanno pagato. Per entrare a far parte della rete cinese, le due multinazionali, si sono impegnate, infatti, a non pubblicare -per un pugno di dollari- i risultati di ricerche contenenti parole come Tien Ammen, o Tibet, e simili. Parole, in sostanza, che mettono in imbarazzo il governo di Pechino, che in quei luoghi si è reso colpevole di ecatombe, che meritano spazio quantomeno in rete. Il fatto meriterebbe più spazio tra i media, vista la gravità degli accadimenti. Se si pensa che dall’altra parte del pianeta un mio coetaneo con gli occhi a mandorla digita su “Google” la parola Tibet e si trova davanti una pagina bianca (senza nessun avvertimento di avvenuto insabbiamento), si sgranano gli occhi e si inizia a riflettere.. inizi a pensare che a fare queste operazioni sono due aziende di quell’America “paladina delle libertà” che esporta, alla maniera dei cow boy valori assoluti di democrazia e libertà, e che -per qualche dollaro in più- si rende complice nei fatti, di un governo repressivo come quello cinese. Dopo di che ti spingi oltre e ti proietti sugli scenari futuri e riverberi…”Ma se è possibile censurare uno strumento definito da tutti vasto e plurale (la rete), senza che un qualsivoglia utente riceva nota di queste operazioni coercitive, stai a vedere che un giorno qualsiasi, senza che nessuno sappia niente, mi trovo a cercare parole come piazza Della Loggia oppure omicidio Moro e “Google” mi fa trovare solo i risultati filtrati dal suo portafoglio?” Alla legittima incertezza sull’integrità morale, quantomeno discutibile di “Google” e “Yahoo!” aggiungiamo un ulteriore dubbio che riguarda i poco chiari introiti dei motori di ricerca. Come fanno questi importanti operatori del web a fatturare milioni e milioni di dollari annuali? Secondo statistiche degli organi competenti, in una ricerca su un motore, circa il 70% dei risultati è omesso, sottoposto a filtri impostati secondo ignoti parametri. Vuoi vedere che il più del fatturato riguarda questi parametri?. Provate a digitare su “Google” la ricerca “Michael Jordan”. Tutti sanno che è un ex giocatore di basket famosissimo e numerosi sono i siti che ne celebrano le gesta sportive. Tra questi siti trovati da “Google”, nella prima pagina ne compare uno in particolare. La home page di un professore americano omonimo del campione dei Bulls che non ha fatto mistero di essersi avvalso di amicizie in “Google” per avere un trattamento da “prima pagina” nella ricerca. Inoltre, è ormai noto che questa, come tutte le altre ricerche effettuate quotidianamente, lasciano una traccia indelebile nei server che le effettuano. Queste tracce vanno ad arricchire enormi database che senza il controllo di nessuno, sono oggetto di indagini di mercato da parte delle grandi aziende. Il popolo del web è avvisato….in campana….

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