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13 febbraio 2006

Le conseguenze sociali del “lavoro atipico”

L’Italia dei giovani lavoratori – in gran parte trentenni – è ormai caratterizzata dal cosiddetto “lavoro atipico”. Ciò in seguito ai famosi “contratL’Italia dei giovani lavoratori – in gran parte trentenni – è ormai caratterizzata dal cosiddetto “lavoro atipico”. Ciò in seguito ai famosi “contratti atipici”, ovvero, i contratti della legge 30, che hanno reso il lavoro certamente più precario. Ma il problema non riguarda solo il lavoro, perchè in queste condizioni è l’intera vita sociale dei giovani a colorarsi di un tono grigio scuro. Sembra che oggi, i giovani lavoratori “precari” siano più di un terzo degli occupati. In poche parole, una moltitudine di circa sei milioni di lavoratori che hanno meno diritti degli altri e sono destinati a vivere una vita di incertezze. Gli ex Co. co. co, ovvero, i contratti a progetto, tengono legati ad un filo tutta una generazione di giovani che si affacciano al mondo del lavoro; pochi i soldi in busta paga, scarsi o nulli i diritti e tanti sogni nel cassetto da realizzare, il cui rinvio e demandato sine die. Come è possibile rendersi indipendenti dalla famiglia in tali condizioni? Come affittare o comprare una casa? Come pensare anche lontanamente al matrimonio ed ai figli? Lavoro precario, esistenza precaria, amore precario. A venire precarizzata non è solo l’attività lavorativa, dunque, ma l’intera esistenza dei giovani e a cambiare non sono solo i rapporti professionali, ma lo stesso approccio con la vita. La precarietà economica, in queste condizioni, diviene precarietà sociale. L’emergenza – come evidenziato dal rapporto Eurispes 2005 – riguarda quasi la metà della nuova occupazione giovanile nel nostro paese. Purtroppo, dall’introduzione della legge Biagi, su 100 collaboratori coordinati e continuativi, ben 61, invece di accedere ad un lavoro più sicuro e ad una maggiore satabilità contrattuale, sono divenuti “lavoratori a progetto”. Come abbiamo visto sono proprio i giovani a pagare lo scotto, – forse troppo alto – della flessibilità all’italiana. Il 71% dei cosìdetti lavoratori “atipici” lamenta l’incertezza derivante da un lavoro perennemente instabile. Il 68,8%, si ritiene insoddisfatto delle proprie condizioni contrattuali, mentre il 73,3% non si sente garantito in materia di tutela sociale. Non a caso crediamo, la stessa percentuale di giovani intervistati ha dichiarato che il fatto di essere un “lavoratore atipico” ha condizionato in modo negativo la possibilità di ottenere la concessione di un mutuo. Ormai, insomma, lo stereotipo dell’italiano mammone non sembra più tenere. Le cause della permanenza troppo lunga dei giovani italiani in seno alla famiglia non è una scelta, ma un’esigenza dettata dall’impossibilità di raggiungere l’indipendenza economica. Spesso mi guardo allo specchio e cerco di immaginarmi tra qualche anno e pur essendo ottimista “non mi vedo o non mi voglio vedere”. Nessuno ha il diritto di farci rinunciare ai nostri sogni.

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