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3 febbraio 2006

Un problema di coscienza

A volte ci si chiede se la morte possa essere l’unica, possibile via d’uscita alla sofferenza per un paziente che non ha alcuna possibilità, né di guaA volte ci si chiede se la morte possa essere l’unica, possibile via d’uscita alla sofferenza per un paziente che non ha alcuna possibilità, né di guarigione né di vita. Accettare l’eutanasia è una questione di coscienza.
Etimologicamente il termine, che deriva dal greco, significa “buona morte”, ed ha la finalità di eliminare ogni dolore nei casi di malattie incurabili.
Questo argomento chiama in causa questioni etiche e morali di non poco conto.
Nel famoso giuramento di Ippocrate, che è un modello per tutti i medici, c’ è scritto: “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio”.
Un medico può accettare, nella sua coscienza, la richiesta di morte da parte di un malato terminale, che comunque non ha più alcuna speranza di vita? La risposta ad una domanda del genere è veramente ardua. Chi può dire se è preferibile la morte o una vita lacerata da incredibile dolore.
La medicina attuale può prolungare per anni la vita di un paziente, facendo le veci dei principali organi vitali, ma spesso in questi casi, non si ha un prolungamento reale della vita, ma solo un procastinamento della morte. Che fare dunque?
Fino ad ora, solo in pochi Paesi, ed in presenza di precise condizioni, è stata ammessa l’eutanasia, come per esempio in Olanda. L’Austria invece, nel 1997, ha fatto un passo indietro in tal senso, abrogando una legge regionale permissiva. Particolare è il caso della Svizzera che accetta il cosiddetto “ suicidio assistito”, ossia la somministrazione di veleno da parte del medico al paziente in gravi condizioni, che ne abbia fatto richiesta.
A parte questi pochi casi, in generale, tutte le istituzioni, politiche e religiose, rifiutano la “ morte dolce”, consentendo solo la sospensione del cosiddetto accanimento terapeutico.
Le Organizzazioni internazionali e il Consiglio d’Europa, nell’articolo 7 della legge 779/1976 sui diritti dei malati e dei morenti, dice chiaramente: “Il medico deve sforzarsi di placare la sofferenza e non ha il diritto, anche nei casi che sembrano disperati, di affrettare intenzionalmente il processo naturale della morte” .
Nella stessa direzione si esprime il Codice Italiano di Deontologia Medica: “In nessun caso, anche se richiesto dal paziente o dai suoi familiari, il medico deve attivare mezzi tesi ad abbreviare la vita di un ammalato. Tuttavia, nel caso di malattia a prognosi sicuramente infausta, il medico può limitare la propria opera all’assistenza morale ed alla prescrizione ed esecuzione della terapia atta a risparmiare al malato inutili sofferenze”.
Da un punto di vista giuridico l’Italia considera l’eutanasia come fosse un omicidio volontario, pur tenendo conto delle attenuanti.
Certamente queste posizioni istituzionali, sottolineano la priorità della vita, come valore fondamentale ed imprescindibile.
Io condivido senza dubbio il principio di rispettare l’essere umano e vorrei sottolineare che, anche nei casi in cui, certe situazioni somigliano più ad uno stato vegetativo che ad una vita vera e propria, credo che l’errore più grande sia smettere di sperare.

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