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6 marzo 2006

Bocconi: impreparazione informatica, un costo da 104 milioni per le banche

La formazione ha un ritorno di 35 volte l’investimento e consentirebbe risparmi per 3,62 miliardi. Ma i bancari fanno meno di un giorno di formazione La formazione ha un ritorno di 35 volte l’investimento e consentirebbe risparmi per 3,62 miliardi. Ma i bancari fanno meno di un giorno di formazione informatica l’anno perché le aziende non misurano il suo rendimento.
Il bancario italiano passa, in media, il 72% del suo tempo lavorativo davanti a un computer e, rispetto ad altre categorie, ha un livello altissimo di alfabetizzazione informatica. Nonostante ciò, la pur limitata ignoranza informatica dei dipendenti costa al settore 104 milioni di euro l’anno mentre un adeguato programma di formazione porterebbe incrementi di produttività calcolabile in altri 3,62 miliardi di euro.
Arriva a queste conclusioni la ricerca Competenze informatiche e produttività nel settore bancario italiano, realizzata da Sda Bocconi e Aica (Associazione italiana per l’informatica e il calcolo informatico), in collaborazione con Abi Lab (il centro di ricerche per le tecnologie in banca), che verrà presentata domani all’Università Bocconi (martedì 7 marzo, ore 10,30, Aula Magna, via Gobbi 5).
La ricerca ha misurato il costo dell’ignoranza informatica nel settore e, attraverso un esperimento, ha calcolato i ritorni della formazione di base all’uso del computer (Patente europea del computer Ecdl).
Ogni dipendente bancario perde per problemi al computer 37 minuti la settimana (26 per cause tecniche, 11 per mancata conoscenza dei sistemi da parte propria o dei colleghi). Il costo di questo tempo perduto viene quantificato in 349 milioni di euro, 104 dei quali imputabili alla sola ignoranza informatica. Altri 9 milioni di euro sono perduti, per la stessa ragione, nel comparto parabancario.
Gli studiosi, guidati da Pier Franco Camussone, in collaborazine con Aica e Abi Lab, hanno poi condotto un esperimento per valutare l’efficacia della formazione informatica in banca, sottoponendo a un test un gruppo di dipendenti di una Banca di credito cooperativo e misurando i tempi di svolgimento di lavori legati all’uso dei computer. Gli stessi dipendenti hanno poi frequentato i corsi di alfabetizzazione informatica della Patente europea del computer (Ecdl) e sono, in seguito, stati sottoposti a un test dello stesso genere e rimisurati nei tempi di disbrigo dei compiti informatici.
Ebbene, a seguito della formazione la percentuale di risposte esatte è passata dal 77% (“un livello già molto alto rispetto alle altre categorie che abbiamo testato in passato”, afferma Camussone) al 93% e, soprattutto, i tempi di realizzazione dei lavori si sono mediamente ridotti del 24,2%. Dato il gran numero di ore passate dai bancari al computer, una riduzione di questa entità ha un valore economico di 3,62 miliardi di euro l’anno, ai quali si devono aggiungere 309 milioni del comparto parabancario. Il ritorno monetario della formazione risulta essere 35 volte l’investimento.
Secondo Giulio Occhini, direttore generale di Aica, “I risultati dello studio confermano quanto già emerso da indagini che abbiamo fatto su altri settori, e cioè che con una spesa contenuta in formazione si possono tagliare in misura significativa e indolore i costi e, nel caso della banca, creare i margini per trasferire parte dei vantaggi a imprese e consumatori”.
“Ci si attenderebbe, perciò, una forte incidenza della formazione informatica in banca e un processo decisionale ben strutturato per stabilire quale formazione offrire ai dipendenti”, afferma Camussone, “e invece la formazione informatica è, mediamente, meno di un giorno l’anno, 0,78 per la precisione, e il processo decisionale è legato a necessità contingenti”.
Chiamati a esprimere dichiarazioni di principio, i responsabili dei sistemi informativi e della formazione sostengono che si fa formazione per motivare il personale, migliorare la produttività e diffondere la cultura informatica in azienda, ma nella realtà i ricercatori della Sda Bocconi hanno osservato che la formazione è quasi sempre motivata e resa necessaria dall’introduzione di nuove applicazioni.
“Il dato più allarmante, e quello che probabilmente giustifica questo relativo disinteresse per un’attività con un rendimento economico tanto alto”, sostiene Camussone, è che nessuno, al termine della formazione, misura l’effettivo ritorno sull’investimento”.

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