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9 marzo 2006

Flessibilità: il flop della legge Biagi

Quasi tutti sono d’accordo: la legge Biagi non ha in realtà incrementato la precarietà dei rapporti di lavoro.
Non vi è stato un maggior ricorsoQuasi tutti sono d’accordo: la legge Biagi non ha in realtà incrementato la precarietà dei rapporti di lavoro.
Non vi è stato un maggior ricorso a contratti di lavoro flessibile; anzi si può affermare che le nuove forme contrattuali introdotte dalla riforma Biagi del mercato del lavoro, come il “lavoro intermittente” (noto anche come “lavoro a chiamata”) e il “lavoro ripartito” (o “lavoro a coppia”), siano state un insuccesso.
Innanzitutto va riconosciuto che il mondo delle imprese non ha ancora metabolizzato i nuovi contratti, per cui, non conoscendoli, non li utilizza; a questo si aggiunge una certa inerzia, che spinge ad utilizzare modelli contrattuali collaudati, già presenti prima della legge Biagi, come il “lavoro interinale” (oggi denominato “somministrazione di lavoro”), il “contratto a termine” e le collaborazioni – prima definite “coordinate” e “continuative”, ed ora “a progetto”.
Ma vi è anche un altro fondamentale motivo per cui le imprese non sono tutto sommato troppo interessate a rapporti di lavoro precari. Se è vero che i rapporti di lavoro flessibile sono l’ideale per sopperire alle esigenze temporanee di lavoratori, per il fabbisogno strutturale di risorse umane, il rapporto di lavoro a tempo indeterminato resta lo strumento migliore per le imprese, in quanto assicura maggior fidelizzazione e coinvolgimento agli obiettivi dell’impresa dei lavoratori.
I motivi del mancato aumento della flessibilità nel mondo del lavoro derivano da difetti delle recenti norme. Infatti, le nuove forme contrattuali previste dalla legge Biagi sono state poco utilizzate sia per un’inadeguatezza della disciplina, come la mancata precisazione nella definizione del progetto e del programma di lavoro per le collaborazioni a progetto, sia per l’inattività legislativa delle Regioni, che in materia lavoristica hanno importanti competenze a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione.
Bisogna però precisare che i rapporti di lavoro precario non sono tutte le tipologie di lavoro flessibile. Solo le collaborazioni a progetto possono essere definite lavoro precario, in quanto altre forme, come i contratti a termine e il lavoro interinale, presentano molte garanzie, a cominciare dalla parità di trattamento con il lavoro subordinato. Le ragioni del mancato aumento delle forme garantite di rapporti di lavoro flessibile, come è il caso dello STAFF LEASING, ossia del lavoro interinale a tempo indeterminato, sono anche di natura culturale. Lo Staff Leasing non è decollato in Italia sia per un atteggiamento negativo pregiudiziale dei sindacati sia a causa di un frazionamento
della rappresentanza di categoria delle agenzie per il lavoro in tre diverse associazioni. Per tale motivo, esse non sono in grado di promuovere adeguatamente lo strumento presso i sindacati, dimenticando che lo Staff Leasing in Germania assicura margini di guadagno molto elevati agli operatori del lavoro interinale.
Le critiche del sindacato CGIL riguardano anche l’impostazione della legge Biagi, che liberalizza il ricorso ai modelli contrattuali flessibili, come i contratti a termine e il lavoro interinale. Inoltre, sempre a giudizio della CGIL, il lavoro nero non è diminuito, sebbene questo fosse proprio uno degli obiettivi della riforma Biagi.

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