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1 marzo 2006

La lingua che non c’è più

Nell’età che tutto assorbe e tutto inghiotte ecco un altro allarme. Che ha il sapore insipido dell’indifferenza. Che sa di tristezza. Tinto di un

Nell’età che tutto assorbe e tutto inghiotte ecco un altro allarme. Che ha il sapore insipido dell’indifferenza. Che sa di tristezza. Tinto di un grigio opaco. Lanciato recentemente dall’Unesco, recita che, entro la fine del secolo, sono esposte al rischio di scomparsa metà delle seimila lingue parlate nel mondo. Destino crudo, prodotto, forse, del globale che annulla le differenze o dei soldi che le comprano. Resta la certezza che il pianeta tutto subirà una grave perdita. Perché una lingua non è un codice formale, scelto per convenienza e retto da leggi casuali, ma è un modo strutturato di percepire ed elaborare il reale strettamente connesso con la storia, la cultura, la psicologia di un popolo. Non a caso, in occasione della Giornata internazionale della madrelingua tenuta a Parigi –in cui il dibattito è emerso- Koichiro Matsuura, in qualità di direttore generale dell’agenzia delle Nazioni Unite per la cultura, osserva che “Quando una lingua scompare, è una visione del mondo che sparisce” perché “una lingua è ben più che uno strumento. Strutturando i nostri pensieri, coordinando le nostre relazioni sociali e costruendo il nostro rapporto con la realtà, la lingua costituisce una dimensione fondamentale dell’essere umano”. E l’appiattimento ci assale come una malattia che lenta divora, tutto divora e la curiosità si fa scontata, indolente. Il diverso va guardato con sospetto e a debita distanza. E, se possibile, si elimina. Fagocitato. Dissolto. Un atteggiamento che si riflette sui vari aspetti del vivere umano e sociale, culturale e ideologico. E sembrano vilmente tramontati gli anni ferventi in cui il pionierismo antropologico andava alla scoperta dell’altro. Con cura, con rispetto, con sensibilità. Sarà che le leggi di mercato impongono le proprie regole, sarà che, come dalla notte dei tempi, è il povero che soccombe. Neanche a dirlo, oggi il 72% dei siti web è in inglese: un ossequio è dovuto alla lingua che ha saputo meritare il dominio del mondo, l’imporsi di quella sua sintetica, razionale e logica visione della realtà e associazione delle cose. E, infondo, è il modo moderno di vedere e percepire che appartiene a tutti noi. Secondo, il web che parla tedesco, all’abissale distanza segnata dal 7%. A seguire, francese, giapponese e spagnolo quotati a un dignitoso 3%. Proprio per questi dati, numeri che parlano chiaro, l’Unesco sta riservando una parte significativa dei propri sforzi alla salvaguardia delle lingue, nel tentativo di assicurare una maggiore e più interessante diversità linguistica, in particolar modo su internet e nei documenti ufficiali.
Ma, a questo punto, non è la lingua in sé il problema. È la scomparsa di un microuniverso di persone che condividono quella stessa convinzione strutturata di un microcosmo che appartiene loro. Profondamente, totalmente. In modo esclusivo e non messo in discussione. Il problema è una comunità che resta schiacciata e si adegua, perdendo l’identità originaria. Ed è enorme e sottovalutato, se si pensa che la spia di tanta omologazione è tradita dall’assenza su internet del 90% delle lingue parlate nel mondo. Addirittura. Purtroppo la direzione pare segnata e incontrovertibile. Inevitabile. È parte di un processo in atto regolato da leggi forti, che sembrano inarrestabili. Economiche, per lo più. Come sempre è stato. E il denaro ha una razionalità, tanto intrinseca quanto la logica su cui Aristotele fondava le lingue.

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