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10 marzo 2006

Lou Reed: The (old) Raven

Il bello di certi concerti rock è che sanno creare energia: la vedi quasi come un fluido diffondersi in note tra la gente, ed il cuore ti inizia a

Il bello di certi concerti rock è che sanno creare energia: la vedi quasi come un fluido diffondersi in note tra la gente, ed il cuore ti inizia a ballare. Non importa quanti anni tu abbia, o come tu sia vestito, o da dove tu venga, semplicemente ti senti un forte battito dentro, ed all’improvviso in un lungo vorticare sei nelle casse, nei tamburi, nelle chitarre…sei ovunque e voli.Proprio così: voli.. Che potere enorme che ha questa musica! Mi aspettavo che il concerto che Lou Reed ha tenuto il 9 marzo al Palapartenope fosse qualcosa di simile: un grande muro di suoni e persone insieme in uno e raccoliti in un’emozione quasi estatica. Ed invece mi sono ritrovato seduto su una sedia rossa di plastica scomoda ad ascoltare un canto un pò vecchio. Ho pensato, allora, malinconicamente, che forse Lou Reed non è più lo stesso: la sua energia si è naturalmente dispersa nel tempo, lasciando spazio a melodie più pesanti ed, ovviamente, meno nuove. Già, è vero, forse avrei dovuto saperlo: il concerto era in fondo per la presentazione dell’ultimo album, The Raven, ispirato all’opera di Edgar Alan Poe. Eppure è sempre strano pensare di andare ad un concerto di Lou Reed, e tornare, poi, a casa, pensando di non aver sentito nessuno dei suoi pezzi più famosi, nè un Perfect Day, nè un Satellite of Love, nè, tantomeno, un Walk on the wild side, insomma, nessuno di questi brani davvero storici. Ci si sente come quando si arriva ad una partita di pallone nell’ultimo quarto d’ora, mentre nel primo tempo sono stati segnati otto gol: proprio così, come quando si perde uno spettacolo incredibile perchè si arriva troppo tardi. Io forse sono arrivato troppo tarid per godermi il vero Lou Reed. Niente di volontario, ovviamente: parlo di semplici ragioni anagrafiche. E così un’ora e venti minuti di musica certamente di altissima qualità e di grande potenza, eppure non esaltante, nè, purtroppo, effettivamente nuova…quasi che ci fosse una vena di stanchezza in quelle chitarre, pur piene di energia, ma recalcitranti e forse spente. L’intervento di Laurie Anderson al violino ha dato un pò di colore alla scena, eppure è risultato poco rock e più virato al romantico. L’ultimo brano, poi il gruppo è ucito. Silenzio in sala. Qualche sguardo volante ed incredulo (“ma è già finito…?”), il palato un pò amaro, un senso di delusione appena assaporato, poi un boato, un lungo urlo di fischi e di FUORIFUORI!!!E così, dopo cinque minuti di corteggiamento a mille decilbel, ecco i nostri eroi del suono, Lou e soci, salire ancora sul palco. “Evvai, adesso viene il bello…”Ed invece no, ancora un altro pezzo, questo, si, un classico, e poi il gruppo dietro le quinte, le chitarre posate a terra e le luci accese. Nessuno si aspettava che finisse così presto.

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