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5 marzo 2006

Rapture of the Deep… Live !!!

“Ci saranno sempre i Deep Purple, finche la gente ne avrà bisogno”, ebbe modo di affermare qualche tempo fa Roger Glover, bassista del combo inglese
“Ci saranno sempre i Deep Purple, finche la gente ne avrà bisogno”, ebbe modo di affermare qualche tempo fa Roger Glover, bassista del combo inglese, dai tempi di “In Rock”; ed in effetti penso di poter sostenere, senza tema di smentita e a nome di tutto il “popolo rock”, che di gruppi come i Purple, ne abbiamo ancora davvero un gran bisogno!!!
Per l’attesa rentrèe in terra italica, il gruppo ha scelto (dopo qualche ripensamento…) le città di Roma e Milano, rispettivamente il 1 ed il 3 Marzo: io, insieme al fido amico Diego e a mia sorella Flora, siamo accorsi al Palaghiaccio di Marino, per assistere alla data romana.
Il gruppo è salito sul palco intorno alle 21,30 con quella mezz’oretta di ritardo che, da brava “primadonna”, ha voluto concedersi, nonostante le intemperanze del pubblico capitolino, da sempre non facile da… ehm… “gestire”…
Ma quando, spente le luci del Palaghiaccio, si sono accesi i due maxi schermi, montati ai lati del palco, è stato un crescendo di entusiasmo: da un grosso baule, di quelli che di solito vengono usati per trasportare gli strumenti musicali durante le tournèes, fuoriescono ad uno ad uno i cinque musicisti, che, in fila indiana e con una certa nonchalance, si dirigono verso il palco.
Ian Paice, l’unico Purple rimasto dalla formazione “originale”, se così si può dire, “apre le danze” con un breve solo di batteria, introducendo la storica “Pictures of Home”, il pezzo con cui il gruppo accoglie il suo pubblico di aficionados.
Già dalle prime note, appare chiaro a tutti che ci troviamo di fronte ad uno di quelli che in America chiamano “supergruppi”, ovvero bands formate dai migliori strumentisti in circolazione, a loro volta facenti parte di altre formazioni famose.
Ma in fondo, ragazzi, diciamocelo chiaro: i Deep Purple sono o non sono stati, da sempre, un “supergruppo”?
Dai tempi della Mark I sino alla Mark VII, all’interno del gruppo, si sono dati il cambio musicisti del calibro di Ritchie Blackmore, David Coverdale, John Lord e Joe Satriani, giusto per fare qualche nome; pertanto, non mi stupisco granchè di fronte ai 5 meravigliosi assoli (eccezionale quello del chitarrista Steve Morse), sapientemente distribuiti nel corso del concerto, di cui la band ci ha voluto fare omaggio.
La scaletta scelta per la serata è naturalmente incentrata sulle canzoni dell’ultimo pregevolissimo lavoro in studio, “Rapture of the Deep” (per ulteriori dettagli, leggi anche il mio articolo del 24/12/2005); e c’è da dire che brani come “Wrong Man”, “Junkyard Blues”, “Before Time Began” e la stessa title track non sfigurano affatto di fonte a classici come “Highway Star” (che scatena il “pogo” al centro del paterre), “Perfect Strangers”, “Smoke on the Water” o “Black Night” (il cui riff di chitarra è cantato, come vuole la tradizione, dal pubblico esultante).
Certo, qualche pignolo avrà notato che Ian Gillan (il celebre vocalist della Mark II) non duetta più con la chitarra e ha abilmente evitato di cantare “Child in Time”; qualcun altro invero sarà rimasto forse un po’ sconcertato dall’immagine di Ian Paice, assai simile ad un vecchio e panciuto “hulligan” da stadio, piuttosto che ad una rockstar…
Tuttavia il tempo è stato decisamente clemente con i “padri fondatori” dell’hard rock (basti pensare a cosa ci resta oggi dei Led Zeppelin o dei Black Sabbath…); tant’è vero che fino al termine dello spettacolo, fino all’accendersi delle luci della struttura che ci ospitava, fino all’ultimo fotogramma del filmato che, similmente a quello iniziale, ha mostrato i cinque “old boys” che rientravano nella “cassa” di cui sopra, il pubblico (me compreso) non ha mai smesso di richiamare il gruppo a gran voce sul palco, per un ultimo bis.
Lunga vita quindi al “supergruppo” rock dei Deep Purple… e qualcuno dica a quel vecchio filibustiere di Glover che ne abbiamo davvero ancora un infinito bisogno!!!

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