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29 marzo 2006

Sulla necessità di una riforma del sistema universitario nazionale

Si è parlato tanto e si è criticato tanto la riforma Moratti. Eppure, a ben guardare, l’esito della legge che riforma il sistema universSi è parlato tanto e si è criticato tanto la riforma Moratti. Eppure, a ben guardare, l’esito della legge che riforma il sistema universitario, non è che l’apice – certamente discutibile – di un processo “necessario” già avviato dai precedenti governi di centro-sinistra. Il ministro diessino Giovanni Berlinguer, del resto, aveva già dato un segnale molto chiaro in questo senso. Comparando i dati internazionali, con quelli nostrani, appare subito chiaro che qualcosa nell’Università italiana non funziona. Il sistema universitario italiano nel suo complesso non è competitivo. Sia dal punto di vista “qualitativo” oltre che “quantitativo”. I laureati italiani, infatti, sono numericamente inferiori a quelli degli altri maggiori Paesi europei, e la qualità dei neolaureati è definita insufficiente dalle imprese. Se dal punto di vista strettamente “qualitativo” è possibile avanzare delle riserve sulla congiuntura università, corso di studi e imprese, dall’altro è evidente che qualcosa va cambiato. Nelle classifiche internazionali, infatti, sulle 200 migliori università del Mondo, la prima Università italiana la troviamo solo al 125° posto e cinquantesima tra le europee. La qualità degli studi è considerata spesso modesta, così come quella della ricerca. Un altro parametro internazionale da considerare è quello dell’attrattività degli studenti stranieri. Mentre in Italia sono in molti a desiderare un corso di studi all’estero, gli atenei italiani riescono ad attirare solo il 2% dei studenti provenienti dall’estero, contro il 10% di Francia, Germania e Regno Unito. Appartiene all’Italia, infatti, il più alto numero di ricercatori che preferiscono una carriera oltre confine. La famosa “fuga dei cervelli”. Anche dal punto di vista dei docenti, l’internazionalizzazione conferma il basso livello del nostro paese. L’età media dei professori è, infatti, di circa 10 anni superiore a quella degli altri paesi. Un altro problema da sottolineare è che l’Università italiana, credendo forse di mantenere una certa “autonomia” dal punto di vista della ricerca applicata, rimane ancora fortemente dipendente dal finanziamento pubblico, a differenza di ciò che avviene negli altri paesi, mentre la componente dei finanziamenti privati rimane molto bassa, intorno al 20%, mentre le università statunitensi e giapponesi si avvalgono di finanziamenti privati che vanno oltre il 50%. Dunque se alcuni aspetti della legge Moratti sono certamente discutibili e necessitano una revisione, una riforma complessiva del sistema universitario italiano, si rende assolutamente indispensabile. Per evitare che le nostre università possano regredire a fanalino di coda del Mondo accademico europeo ed internazionale.

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