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6 marzo 2006

Un capitano: Agostino Di Bartolomei

Le stagioni di una persona sono scandite da una serie d’anguste strettoie dalle quali bisogna necessariamente transitare per viverne altre, totalm

Le stagioni di una persona sono scandite da una serie d’anguste strettoie dalle quali bisogna necessariamente transitare per viverne altre, totalmente nuove, lasciandosi alle spalle quelle passate ed affidando alla memoria il compito di cementarne il ricordo. Capita, a volte, che una persona non riesca ad oltrepassare quella soglia, perché legata indissolubilmente ad una stagione particolare, ed essendo incapace di rinunciarci, affronti un cammino senza ritorno fatto di solitudine e tristezza e che conduce ad un tragico epilogo. Può accadere al bello o al brutto, al povero o al ricco; è accaduto ad un uomo davvero speciale, qual’ era Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma anni ‘80. Ago per i suoi tifosi, capitano coraggioso della magica Roma guidata dal “barone” Nils Liedholm nella trionfale cavalcata scudetto del 1982-83, nasce nel 1955 da famiglia benestante della capitale, mettendo in luce doti umane e calcistiche fuori dal comune, che rimarranno impresse nella memoria di amici e compagni. Ragazzo sensibile e timido, generoso e determinato, molto severo con se stesso ed esempio di serietà ed umiltà, cresce a “pane e pallone” nei campetti della periferia romana di Tormarancia dei primi anni sessanta. Ago dimostra innate doti calcistiche che un amico, e compagno di squadra nelle giovanili, sintetizza in una battuta: “Noi giovanissimi pensavamo solo a giocare. Ma lui già c’aveva l’Olimpico sotto i tacchetti. Era un capitano nato”. Di Bartolomei approda alla Roma e, dopo la trafila delle giovanili, debutta nella massima serie a diciotto anni, contro l’Inter a San Siro. Inizia così, dalla Scala del calcio, una carriera prestigiosa fatta di vittorie e sconfitte sempre con i colori della tanto amata “Magica”, divenendone colonna e simbolo con la fascia di capitano cucitagli addosso. “Lo scudetto arriverà prima che io sia nonno!” dichiarò in un’intervista profetica all’Intrepido. Tecnica eccellente, ottima visione di gioco, lancio millimetrico, gran tiro dalla distanza: queste le doti principali del centrocampista giallorosso che, unite alla sua umile professionalità dentro e fuori dal rettangolo verde, lo hanno reso un idolo della Curva Sud. La critica dell’epoca lo ha spesso dipinto come un uomo solitario, arrivando a definirlo “un musone” in mezzo ai festosi brasiliani, quali erano Cerezo e Falcao, suoi compagni. Chi lo ha conosciuto davvero, al contrario, racconta di una persona squisita, generosa, forse troppo timida per chiedere, conclusa l’esperienza agonistica, un ruolo nell’amata società. Ed invece, inaspettata, arriva l’amarezza del trasferimento al Milan, cui fa seguito quello al Cesena. Ago decide di abbandonare il palcoscenico calcistico ed appende gli scarpini al chiodo giocando l’ultima stagione nella Salernitana in serie C: quel palcoscenico, tra promesse non mantenute e progetti mai realizzati, non lo vedrà mai più protagonista. Agostino si stringe alla famiglia, vivendo nella riservatezza e senza mai esternare, a mezzo stampa, quell’amarezza corrosiva, ma l’amorevole appiglio famigliare si allenta sempre più quando nel suo cuore fa breccia la consapevolezza e la delusione per l’esser stato dimenticato dai quei colori tanto amati e da quel mondo del calcio al quale si era dedicato, anima e corpo. 30 Maggio 1994: esattamente dieci anni prima la Roma aveva subito “la sconfitta” per mano del Liverpool, all’Olimpico, nella finale di Coppa dei Campioni. Agostino c’era, ed aveva calciato il suo rigore con classe e freddezza, da capitano vero, tenendo vive le speranze di conquistare il massimo trofeo continentale davanti ai propri tifosi. Quel sogno s’era infranto ad un passo dalla meta, infliggendo un dolore immenso in quei protagonisti. Esattamente dieci anni dopo quella sfortunata notte, Agostino si uccide con un colpo di pistola al cuore, quel cuore grande ammantato di tristezza, insopportabile fardello anche per un guerriero silenzioso come lui. Il calcio, quel calcio, non lo meritava e lo ha perso per sempre ma gente, il popolo, non lo ha mai dimenticato ricordandolo con parole di affetto e stima. Rimane il suo ricordo, sempre vivo, in quelli che lo hanno conosciuto, amato ed apprezzato, e rimane il rimpianto in quelli che non hanno saputo o voluto conoscere ed apprezzare fino in fondo, fermandosi all’aspetto superficiale del suo carattere. Agli amici invece, rimarrà nel cuore il vero Agostino, quell’Agostino che sapeva sorridere, facendo correre la palla con generosa semplicità. Un dono raro e prezioso che li fa sentire tutti fortunati.

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